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L’ossessione di Arikha è vedere in modo giusto

Avigdor Arikha (1929 2010) ha continuato per tutta la sua esistenza a indagare le ragioni dell’arte, scrutando il gioco delle forme, come riassume benissimo l’immagine scelta per questa raccolta dei suoi scritti, un’opera del 1988 dal titolo Autoritratto in impermeabile mentre guarda lontano.

Tornato alla figurazione dopo un periodo di immersione nell’astrattismo, a Parigi trovò una speciale affinità con Samuel Beckett, che scrisse di lui in varie occasioni. Al centro di questa importante raccolta di scritti, nati per occasioni diverse, c’è l’idea di fondo di affrontare pittori per cui provava più stima che affinità, astenendosi invece dallo scrivere su Hals, Piero o Chardin.

Quindi, come per l’autore di Aspettando Godot, al centro di questi interventi, spesso acuti, sta la considerazione dell’impossibilità della parola rispetto alla definizione dell’immagine, e contemporaneamente la necessità ossessiva di un’espressione chiara, derivante da una continua, instancabile messa a fuoco. Colpisce,
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nelle molteplici scritture dedicate a Ingres, a Cézanne, a Poussin, a Rubens, l’ossessione per i temi che l’autore riassume nell’appassionato intervento Vedere in modo giusto, in cui discetta, acutamente, della necessità di tornare alla luce naturale, per la visione delle opere, falsata dall’illuminazione artificiale.

Il desiderio di creare strumenti per la visione, è quello che egli afferma nel suo Progetto di riforma per l’insegnamento delle belle arti, che egli inviò nel 1971 all’allora ministro della cultura Jacques Duhamel, stigmatizzando la difficoltà di concepire un piano didattico nel momento dell’esplosione di tutte le neoavanguardie, afferma che gli anni scolastici per gli studenti debbano essere quelli della messa in scacco, della discussione sulla loro visione: perché la forgia è il fuoco e occorre dunque che gli iniziatori, i professori, compiano l’iniziazione quando il fuoco brucia.
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