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Data d’iscrizione : 19.05.09Queste immagini mostrano procioni che vengono scuoiati vivi per fare a buon mercato l’ imitazione degli stivali Uggs acquistato da migliaia di cittadini britannici e italiani.

La calzatura originale realizzata in pelle di pecora di alta qualit australiana, prelevata da animali macellati con umanit , ma i filmati mostrano il trattamento brutale di creature in Cina, la cui pelliccia viene utilizzata per fare gli stivali falsi.

I procioni sono mostrati dalla pelle, ma ancora viva e in movimento, nelle scene angoscianti filmate dagli attivisti dei diritti degli animali. I lavoratori sono girati in piedi sulla testa degli animali.

Il video, caricato su YouTube da animalwelfare1 e associati Protezione svizzera degli animali / East International, mostra poi gli animali scuoiati vivi che sono gettati su un mucchio di cani procione morti o morenti.

Il MailOnline ha scelto di non includere il video, perch troppo scioccante.

Un cane procione una specie autoctona asiatica legati alle volpi e cani si vede sollevare la testa alla telecamera brevemente per poi ridiscendere verso il basso sul tumulo di cadaveri, respira ancora. Molti vengono importati in Gran Bretagna.

In Australia, dove Uggs che costano fino a 200 origine,
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c’ stato un divieto di importazione di pellicce di cane e gatto domestico dal 2004, ma la pelliccia di cane procione sempre portato dentro.

Un’indagine dalla Humane Society International (HSI) ha trovato ap aria di imitazione stivali Ugg per contenere pelliccia di cane procione, anche se sono stati etichettati ‘di pelle di pecora australiana’.

HSI direttore Verna Simpson ha detto che decine di prodotti, a parte gli stivali, usano pellicce di procione importate e in altri casi pellicce di cane.

L’ identificazione del pelo, l’esperto Han Brunner ha confermato del contenuto di pelliccia di procione cane e ha chiesto al governo di reprimere il commercio.

Sig.

‘Sono stati etichettati pelliccia merino australiana e che era all’interno dello stivale, all’esterno c’erano peli del cane procione.

‘Penso sicuramente che dovrebbe avere un impatto sulle abitudini soprattutto dopo la macellazione del bestiame in Indonesia . Procioni cane sono scuoiati vivi e la carcassa gettata su un mucchio quando sono ancora vivi’.

All’inizio di quest’ anno di riprese il trattamento del bestiame nei mattatoi australiani indonesiano ha portato ad un divieto di esportazione temporanea.

Responsabile di Ugg Australia Lena McDonald, ha detto che l’uso di pellicce di cane procione da altre marche avevano macchiato l’intero settore.

Ha detto che ci sono fino a 40 prodotti usando ‘Ugg’ la parola, ma che poche sono state effettuate in Australia e in molti materiali utilizzati all’estero.

‘Per quanto posso vedere molte di queste scarpe non sono fatte in Australia a tutti ancora hanno la parola Ugg Australia e su di loro’, ha detto al Sun Herald.

‘Leggi etichettatura in Australia sono un po’ grigio e abbiamo visto aziende tagliando tag dicendo “made in Cina” e il tag australiano ha messo su di esso. ‘

Un portavoce doganale australiana ha detto che il governo ha preso l’importazione di pellicce illegali sul serio, ma era in attesa di ulteriori informazioni prima di prendere posizione per l’importazione di pellicce di cane procione.

Il cane procione originario dell’Asia e relative a cani e volpi. Gli stivali Ugg,
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sono realizzati in pelle di pecora australiana e costi fino a 200 ma imitazioni a buon mercato hanno invaso il mercato.

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Il protezionismo dei Francesi. E il nostro

La vicenda Enel Gdf Suez ha scatenato le critiche contro il protezionismo francese. Ma anche i nostri politici non hanno mai perso l’occasione di difendere l’italianità di questa o quella impresa. Basta guardare al caso Edf Edison o all’ingresso delle banche straniere. Eppure, ci sono molti autorevoli studi che dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderciCome ci si poteva aspettare, l’affaire Enel Gdf Suez ha scatenato, tagliente e rissosa, la critica contro il protezionismo del Governo francese. Anzi malissimo.

Ora, proprio su queste pagine abbiamo letto una appassionata difesa dell’italianità delle banche da parte di senatori che appartengono alla coalizione governativa. Ma queste posizioni non erano certo isolate, nuove, né appannaggio della sola maggioranza di governo. Se il Parlamento non è d’accordo me lo dica, e lasciamo entrare tutti”, applaudirono convinti. (2)

Si trattava, è bene notare, di acquisizioni di banche “private” nazionali da parte di banche “private” estere. Forse, acquisizioni non volte a creare “valore”, ma unicamente a assorbire gli elevatissimi margini tipici delle banche italiane, è vero. Ma verosimilmente anche tali da stimolare la concorrenza, una migliore allocazione del credito, e più convenienti tassi e condizioni per la domanda.

Poi c’è stata la vicenda Edf. Un “cattivo” monopolista francese cattivo in quanto statale, seppur più efficiente del nostro formalmente “privatizzato”, ma sostanzialmente pubblico “national champion” vuole entrare in Italia, acquisendo un (piccolo) concorrente di Enel, Edison. Tutti contro. Perché è un “male” che la proprietà delle imprese italiane passi in mano allo straniero, in barba, peraltro, ai principi comunitari di libera circolazione dei capitali. Perché Edf è un’impresa pubblica ma il trattato europeo spinge per la parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Per questioni di reciprocità. molto, molto interessante la circostanza che quasi nessuno si sia chiesto se questo ingresso fosse un bene o un male per il paese, per i suoi consumatori, per la generazione di energia e i costi della sua distribuzione. (3) Fosse cioè in grado di aumentare o ridurre il benessere economico generale. Ovviamente, neanch’io conosco la risposta. Né so fare previsioni. Mi stupisce, però, che questo a mio avviso non irrilevante problema sia stato del tutto espunto dal dibattito sul caso. E la soluzione politica alla crisi Edf, come ben su queste pagine, è stata ancora peggiore, un tentativo, oggi abortito, di scambiarsi favori tra i Governi francese e italiano, attraverso una specie di interlocking dell’energia, tale da garantire una situazione di non belligeranza tra le imprese pubbliche dei due paesi nei rispettivi settori. Un accordo forse positivo per i rispettivi campioni nazionali, ma certamente dannoso per la concorrenza.

Alcune domande ai politici

Dove siamo, oggi? Contestiamo le politiche “protezionistiche” del Governo francese. In compenso, ci “scordiamo” che stiamo difendendo un’operazione condotta da una impresa controllata dallo Stato, non particolarmente efficiente, se è vero che il costo dell’energia in Italia è tra i più alti (per usare un eufemismo) d’Europa, e che, in passato, oltre a subire le pressioni e le distorsioni dovute al controllo pubblico ha anche, eccome, beneficiato dei vantaggi che ne derivano.

E, perché probabilmente non faccio parte della élite (cricca) di economisti autoreferenziali che scrivono solo di loro stessi, nei loro “siti” privati, come ha affermato il ministro Tremonti qualche giorno fa sul Corriere, mi sorgono spontanee alcune domande. Mentre sbandieravano e disquisivano sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni nei programmi di governo per le prossime elezioni, dove erano i rappresentanti italiani nelle riunioni europee sugli orientamenti politici generali da assumere in materia? Sembrerebbe, guarda caso, che negli ultimi incontri i nostri rappresentanti abbiano brillato per la loro assenza. Dove erano i nostri politici quando si trattava di rilanciare la politica energetica nazionale, e magari il nucleare, oltre che le fonti alternative, vista l’ampia maggioranza parlamentare che sostiene il Governo? Dove erano i nostri politici quando si trattava di spingere per il principio di reciprocità nei settori liberalizzati principio che per altro non è del tutto condivisibile, quantomeno dal punto di vista del benessere dei consumatori nazionali?

Forse erano tutti a difendere, prima i nostri “immobiliaristi” e, poi, i nostri “finanzieri”, bianchi, grigi o rosetti che fossero. In modo, purtroppo, assolutamente bi partisan.

Di là dalla scelta, rivelatasi a posteriori nefasta, dei cavalli, privati e pubblici, su cui puntare per difendere la proprietà italiana delle imprese, rimane una considerazione di fondo, o meglio, fondamentale, sugli interessi da proteggere.

I più importanti studi sul grado di apertura dei sistemi economici nazionali dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderci. Non sono in grado di prevedere se, almeno nel prossimo millennio, riusciremo a imparare questa lezione. Mi piacerebbe, quantomeno, che, quando si attaccano i sistemi protezionistici altrui, chi punta il dito fosse in grado di sostenere lo sguardo di fronte al detto “scagli la prima pietra” e, soprattutto, parlasse senza avere palesi conflitti di interesse. Il che, quantomeno per i ministri economici, azionisti controllori di Enel, evidentemente non è.

(1) E, a leggere la stampa quotidiana, quantomeno in alcuni casi, si trattava, oltre che difesa dell’italianità, della difesa di interessi personali, se non personalissimi.

(2) Antonio Fazio, Audizione del Governatore della Banca d’Italia nell’ambito della Indagine conoscitiva sui più recenti sviluppi del processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, di fronte alla VI Commissione Permanente “Finanze e Tesoro”, XIII Legislatura, 20 aprile 1999, p. 33 del documento.

(3) Si distingue solo qualche intervento dottrinale “anarchico”, come quello di Massimo Motta nel Forum L’Edf in Italia. La DIS COLL l di disoccupazione per i lavoratori parasubordinati. E stata introdotta nel 2015 e pi volte prorogata fino a diventare strutturale nel 2017 Continua

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