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Martedì 30 ottobre alle 21.10 su Rai1 la seconda puntata della fiction Questo nostro amore con Neri Marcorè (voto: 7) nei panni di Vittorio e Anna Valle (7) nel ruolo di Anna.

Nel cast Marzia Ubaldi (Alberta Ferraris), Nicola Rignanese (Salvatore Strano), Manuela Ventura (Teresa Strano), Stefano Santospago (Ing. Ernesto Girola), Augusto Fornari (Ugo Cerutti), Renato Scarpa (Motta) e Debora Caprioglio (Francesca). A interpretare le figlie di Vittorio e Anna Aurora Ruffino (Benedetta), Karen Ciaurro (Marina) e la piccola Noemi Abbrescia (Clara).

NEL PRIMO EPISODIO Vittorio accetta, sia pure a malincuore, che Anna partecipi al concorso magistrale: sembra che i suoi orizzonti si allarghino, ma, quando sorprende Benedetta a baciare Maurizio, la sua reazione è quella di un vero padre all’antica. Criticato da Anna per la sua intransigenza, chiede di conoscere quello che ritiene ormai essere il fidanzato della figlia.

Intanto il figlio maggiore degli Strano, Bernardo (Dario Aita), che ha iniziato al fianco del padre la dura vita dell’operaio alla catena di montaggio, conosce Benedetta, e ne è palesemente affascinato. Francesca, la prima moglie di Vittorio, arriva a Torino. Si installa in un prestigioso albergo. Torino è una grande città, ma lei non lascia nulla d’intentato per ritrovare quello che figura essere ancora suo marito. Vittorio, ignaro del fatto che Francesca sia più vicina di quanto lui immagina, trova grandi soddisfazioni nel lavoro. Le sue qualità di venditore sono indiscusse e le sue idee innovative richiamano presto l’attenzione del capo, l’ingegner Girola, e l’invidia di Zorzi (Davide Lorino), che era il miglior venditore dell’azienda prima di venire soppiantato da Vittorio.

NEL SECONDO EPISODIO Vittorio, che comunque non vorrebbe che Anna vada a lavorare, ritrova e compra da un rigattiere il vecchio pianoforte che Anna suonava da ragazza. Anna, con l’entusiastica adesione delle coinquiline, decide di organizzare un coro con tutti i ragazzini del condominio.

Benedetta invita a cena Maurizio e Gisella, accompagnata da Carlo (Lorenzo Balducci), un suo bizzarro pretendente. Spera di convincere Vittorio che non deve badare soltanto all’apparenza, ma che i suoi amici sono persone speciali. Maurizio si comporta sin troppo bene, recitando la parte del bravo ragazzo ma Benedetta, non sopportando questa ipocrisia lo spinge a presentarsi per quello che veramente è: Maurizio dichiara di essere un fautore dell’amore libero, venendo così bandito per sempre da casa Costa.

Don Mario, un anziano sacerdote che conosce Anna sin da quando era bambina, e non la biasima per la sua scelta di vita dettata dall’amore, la ospita volentieri nell’oratorio della chiesa parrocchiale assieme al pianoforte e ai piccoli cantori. Ma Don Mario muore improvvisamente e viene sostituito da un altro sacerdote, che ha una memoria di ferro: è stato lui, vent’anni prima, ad officiare il matrimonio di Vittorio con Francesca ed ora, riconosciutolo, lo smaschera davanti a tutti i vicini, al termine della cerimonia funebre per Don Mario. Ora tutti sanno la scomoda e vergognosa verità, che Anna e Vittorio sono due concubini e che Vittorio non ha nemmeno potuto riconoscere le sue figlie.
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Pochi giorni fa a Milano è andato in scena il secondo grande appuntamento con il mondo delle fashion startup, segno che stiamo passando (finalmente) dalla moda delle startup alle startup di moda. Il nostro Paese, lo sappiamo, eccelle per poche cose, e una di queste è sicuramente la moda. Perché non c’è ancora stato un boom di fashion startup? I motivi sembrano ricadere nel fatto che i brand di moda italiani sono piuttosto vecchiotti e lontani dal mondo tech. Eppur qualcosa si muove.

Non è per altro solo una questione italiana. Nel mondo ci sono circa duemila startup impegnate nel fashion (fonte: studio GP Bullhound giugno 2013), ma meno di 300 di queste hanno ricevuto un qualche investimento istituzionale, secondo una ricerca del Fashion Technology Accelerator, nato in California per mano dell’italiano Enrico Beltramini, un passato da executive in Gucci, e da pochi mesi presente anche a Seoul e Milano. Qui sono incubate tre startup: Warda, che sviluppa soluzioni digitali enterprise per il mondo del lusso, del fashion e dei negozi; La Passione, linea di abbigliamento per amanti del lusso e della bicicletta; Leo Nardi, che offre personalizzazione estrema dei prodotti di moda.

Il movimento delle fashion startup in Italia è venuto a galla lo scorso autunno, con la prima tappa nel nostro Paese di Decoded Fashion, competizione per startup che operano nel mondo della moda, qui da noi organizzata da e Pitti.

Le fashion startup hanno le più svariate sfaccettature. La loro “sfortuna”, da un certo punto di vista, è che alla fine buona parte di loro si occupano di e commerce. così per esempio per Velasca, che vende scarpe artigianali griffate, e Maison Academia, finanziata da LVenture Group e che organizza contest fra stilisti emergenti per poi realizzare gli abiti più votati e metterli in vendita, o Aliveshoes, che permette a chiunque di disegnare e mettere in produzione le proprie scarpe. Queste però sono tutte aziende figlie di Internet, di una nuova generazione di attori del mondo fashion.

Non sono le uniche. Allo scorso InnovAction Lab ho visto nascere Makoo, startup che realizza gioielli a partire da messaggi vocali e attraverso la stampa 3D, poi incubata a H Farm e negli scorsi giorni sul palco dello StartUp Initiative Fashion Design di Intesa San Paolo. All’evento erano presenti realtà molto diverse le une dalle altre: Ginkgo, che produce un innovativo ombrello compatto e riciclabile al 100%; iXOOST, che realizza dock station audio per dispositivi Apple in cui la camera acustica attiva è uno scarico di un’ auto di F1; Jaqard, applicazione “Q in crowdsourcing per consigli sulla moda; Re Bello, che da Bolzano punta su innovativi tessuti eco sostenibili come le fibre di eucalipto, bamboo e il cotone organico; Smartlux, che produce un sistema di controllo per illuminazione semplice e innovativo; Wowcracy, incubata a Nanabianca, piattaforma di crowdfunding riservata esclusivamente al settore moda; XYZE, accelerata da H Farm e meritevole di una menzione al Decoded Fashion, che sviluppa una tecnologia in grado di mettere in relazione le misure del corpo con i vestiti per identificare la taglia perfetta.

Ci sono poi le app, che però fanno fatica, come mi ha spiegato Marco Ottolini, imprenditore seriale e co founder di Styloola, lanciata nel 2011 e ora attiva con una quarantina di brand: “Noi volevamo usare un’app per creare profili degli utenti, ma ora abbiamo un sistema che si posiziona nei negozi e consente di profilare i clienti. Quando siamo partiti la gente aveva un centinaio di app sullo smartphone e le provava tutte, oggi invece per il 90 per cento del tempo usa sempre le stesse”. A Marco ho chiesto perché in un paese come l’Italia, che nel settore della moda è fra i più forti al mondo, startup e fashion facciano fatica a relazionarsi. “Il mondo delle startup e della moda in Italia sono davvero molto lontani perché la startup normale, per così dire, è tecnologica e il maschio nerd è quanto di più lontano possa esserci dalla moda mi ha spiegato All’estero invece c’è più contaminazione e ci sono più donne geek. Aggiungi che anche gli ecosistemi sono migliori e tutto torna. In Italia manca l’attenzione della vecchia imprenditoria della moda alle iniziative imprenditoriali che pur ci sono. Armani, Dolce e Gabbana e tutti gli altri dovrebbero cavalcare questo fenomeno, ma non lo fanno”.

Di startup che si occupano di moda ce ne sono ancora tante altre, come Sbaam, web community per amanti e professionisti della moda, nata a InnovAction Lab nel 2011 e che oggi conta 1300 editor e fashion designer iscritti, Jewelgram, che trasforma le foto di Instagram in gioielli o Checkbonus, che consente di raccogliere punti ogni volta che si compie un acquisto in negozio per poi ricevere sconti.

Intanto si iniziano a muovere i big. Secondo quanto riportato da Patently Apple Cupertino ha depositato diversi brevetti legati al mondo delle tecnologie indossabili come l’atteso iWatch. E inoltre ha assunto di recente Paul Deneve, ex amministratore delegato di Yves Saint Laurent, Angela Ahrendts, CEO di Burberry, e Ben Shaffer, direttore del settore design di Nike. “Presto ci sarà un classico momento di hype, ma non sono gli orologi il vero obiettivo così mi ha detto Alberto D’Ottavi, co founder di Blomming e advisor del Fashion Technology Accelerator, che ha visto raddoppiare in pochi mesi le application di startup che si occupano di wearable technologies “Fra tre o cinque anni arriveranno tutta una serie di accessori di nuova generazione che interagiranno con i nostri smartphone, divenuti potenti come un computer. I tessuti smart arriveranno ancora dopo”.

il momento dunque di investire nella moda? Beltramini sostiene di sì, come ha spiegato in un’intervista a uno dei blog del Wall Street Journal: “I fashion brand sono in grado di raggiungere grandi margini operativi e massa critica abbastanza in fretta. I grandi marchi sono interessati: sanno che devono modernizzarsi, ma al contempo sono ancora troppo legati a modelli di business tradizionali”.
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