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Innovazione e arredamento nel segno del rispetto ambientale

Il rispetto per l’ambiente parte da casa propria: si chiudono i lavandini per risparmiare acqua, si fa la raccolta differenziata, si mangiano cibi biologici e possibilmente a km 0, ma non sempre si pensa alla provenienza dei propri mobili in legno, causa di deforestazioni selvagge.

Sì avete capito bene, sono proprio cuciti uno per uno, ogni tavolo, sgabello, sedia è un pezzo unico e irripetibile che non richiedo lo sradicamento di molti alberi, poiché viene usato per la maggior parte legno riciclato.

La storia di Beril

Beril (laureata presso l’Interior Design Environmental Design Department della Bilkent University di Ankara e con un master presso la Scuola Politecnica di Design di Milano) è stata in Islanda e si è innamorata dei motivi geometrici tipici di quelle zone; una volta tornata ha deciso di riproporli su queste opere d’arte funzionali e ispirate all’innovazione.

Possono essere trasportati come bagagli grazie alla loro struttura, formata essenzialmente da piedistalli e supporti in legno e da coperture e contenitori realizzati attraverso un paziente lavoro a maglia.

I meravigliosi disegni dei tessuti sono scelti personalmente dalla Cicek, che ha pensato di creare i supporti in maglia in maniera da poterli rimuovere facilmente rendendo i mobili una sorta di contenitori in grado di cambiare “vestito a maglia” più e più volte.

Le fantasie dei tessuti sono curate da lei stessa nei minimi dettagli. Le coperture realizzate a maglia possono essere facilmente rimosse per poter così smontare le strutture che le sorreggono e che contribuiscono alla creazione dei mobili stessi, che possono essere considerati quasi come dei contenitori trasformabili, in grado di cambiare abito in qualunque momento.

Perché combinare legno e maglia?

Beril Cicek ha scelto maglia e legno per favorire un ritorno alla natura e creare una sensazione piacevole al tatto e alla vista in chi li possiede. Comfort che non rinuncia alla praticità, visto che ogni mobile oltre a essere resistente è anche leggero e maneggevole durante un trasloco, riducendo il “trauma” che una tale esperienza spesso comporta.

Materiali eco friendly e riciclati

Un’altra particolarità è l’utilizzo sostenibile di materiali riciclati, materiali di scarto utilizzati per piccole parti, come i pomelli costituiti da vecchi bottoni , oppure i lacci delle scarpe usati per i nastri decorativi. Come in una sorta di creativo bricolage, l’assemblaggio crea vere e proprie opere d’arte che riscaldano l’ambiente senza danneggiare il pianeta.

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Sono solo l’1,6% delle aziende del made in Italy, ma in proporzione contribuiscono più di ogni altro settore al surplus commerciale nazionale: Chi dieci anni fa diceva che i calzaturifici italiani sarebbero morti si deve ricredere ha affermato Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici, presentando ieri a Roma lo Shoe Report 2015, focus sullo stato di salute del settore, che nel 2014, stando ai preconsuntivi, ha fatturato quasi 7,5 miliardi di euro (+0,3% sul 2013), con 5.031 aziende, per l’80% piccole e medie, cioè con meno di 50 dipendenti e meno di 10 milioni di euro di fatturato, e 76.610 addetti. Aziende alle prese da una parte con segnali di ripresa, soprattutto grazie all’export (che nel 2014 ha rappresentato l’84,6% della produzione, +3% sul 2013), dall’altra con le pesanti conseguenze dell’embargo alla Russia, primo Paese di destinazione per molti player, con il calo dei consumi interni ( 7,2% in valore fra 2013 e 2014), con le sfide del ricambio generazionale e dell’internazionalizzazione.

Il dato dell’export conferma l’appeal del made in Italy, soprattutto per la produzione di alta qualità, che sta alimentando sempre più il fenomeno del il rientro della produzione in Italia: Abbiamo tracciato già 196 casi di marchi di calzature e abbigliamento che sono rientrati ha proseguito Sagripanti . Il prodotto di fascia alta ha bisogno di una manifattura capace di realizzarlo. Servono però risorse per un’adeguata formazione, perché gli imprenditori vogliono lavoratori qualificati; serve anche il credito alle imprese che investono nei distretti, incentivi fiscali e promozione internazionale. Tuttavia, all’etichettatura manca ancora una tutela ufficiale a livello europeo, e anche per questo Assocalzaturifici ha scelto Roma per presentare lo Shoe Report, proprio per sollecitare la politica a non cedere in Europa, ha proseguito il presidente dell’associazione.

Se il made in Italy fosse tutelato avremmo un rapporto di maggior trasparenza con i cittadini consumatori ha aggiunto Lisa Ferrarini, vicepresidente Confindustria per l’Europa : ne guadagnerebbe la competitività, con benefici quantificabili in un aumento del 10% per l’ occupazione e del 20% per la produzione; aumenterebbero anche i controlli contro la contraffazione, che vale 6,5 miliardi solo in Italia.

Le aziende sono peraltro sempre più consapevoli che made in Italy sia una formula di sicuro successo all’estero: secondo il report, nei prossimi due anni circa l’84% delle aziende si dice all’internazionalizzazione. Anche qui, però, servono incentivi e soprattutto un’informazione corretta e completa, che possa infondere fiducia a un tessuto composto perlopiù di piccole aziende, sempre più vocate all’export (sono aumentate quelle che esportano fra il 50% e il 90% della produzione) e attratte dalle potenzialità dell’e commerce (chi lo usa nel 2014 è il 25,
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3%, a fronte del 21,1% del 2011).

Insomma, se nel panorma generale si colgono germogli di ripresa (circa l’80% delle aziende si dicono o uscita dalla fase peggiore della crisi) restano aperti due difficili fronti per i calzaturifici italiani: in primis, quello della Russia, che mette a rischio circa 400 aziende e 10 15 mila posti di lavoro, ha chiosato Sagripanti. Ancora più dura sul tema l’opinione di Ferrarini, per la quale la Russia è un problema molto sottovalutato. Chi ha lavorato per anni solo con un Paese non può reinventarsi subito.

Poi, c’è il capitolo del ricambio generazionale: Gli addetti stanno invecchiando, e i grandi marchi del lusso, francesi in testa, oltre ad acquistare aziende nei vari distretti, stanno portando nei loro Paesi i nostri artigiani con il loro know how, ha spiegato Nadio Delai, presidente di Ermeneia, società che pubblica lo Shoe Report. Per questo è cruciale rendere appetibile questo tipo di lavoro per i giovani, e in tal senso si sta muovendo anche uno speciale progetto di Assocalzaturifici con ItaliaLavoro, come ha spiegato il presidente Paolo Reboani: Nelle Marche i giovani tirocinanti confermati dalle aziende sono stati l’80%.

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