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In occasione della Festa della donna, TvBlog vuole regalare a tutte le lettrici (ma anche ai lettori), una sfilza di personaggi femminili che hanno contribuito a rendere l’immagine della donna in tv capace di sorprendere e di far affezionare milioni di telespettatori.

Mentre la televisione celebra la giornata con una programmazione rivolta alla giornata e Top Crime ha realizzato un promo con le donne protagoniste dei suoi telefilm (qui lo potete vedere), noi abbiamo voluto giocare e, mettendo da parte il buonismo, vogliamo festeggiare questa giornata con dieci donne tra le più cattive delle serie tv attualmente in onda. Ne trovate di tutti i tipi: dalla madre più che protettiva a quella che farebbe di tutto pur di allontanare la fidanzata del figlio, passando per la detenuta fanatica religiosa alla studentessa di liceo in cerca di vendetta, fino ad arrivare a psicopatiche e perfette menti del crimine.

Molte di queste donne hanno un passato che spiega come mai siano diventate così cattive; altre, invece, sono semplicemente malvagie. Qualsiasi sia il motivo che le ha fatte diventare così, sono donne che sono riuscite ad affrancarsi dal potere maschilista, anche se con qualche danno. Scoprite chi sono e non dimenticatevi di fare gli auguri alle donne che conoscete: non sia mai che possano prendere spunto da questi personaggi.

Madre protettiva, anche troppo, di Norman, futuro assassino di “Psycho”, Norma è una donna che vuole cambiare vita e che non si arrende di fronte al maschilismo che impera e che impedisce ad una donna come lei di poter gestire il suo motel in tranquillità. Seducente quando vuole, è disposta a tutto pur di cercare una vita “normale”, che non ha ancora raggiunto, nonostante sia scappata molte volte da situazioni difficili. Anche coprire delitti e rifiutare il fatto che il figlio abbia qualcosa che non va.

Regina Mills (C’era una volta)

Se la Regina cattiva della fiabe arrivasse nel nostro mondo, come sarebbe? Per la serie tv della Abc non smettere di essere in cerca di potere, e pur di essere temuta da tutti sarebbe capace di lanciare un incantesimo per creare una cittadina di cui lei sarebbe, ovviamente, sindaco. Ma dietro le sue cattive intenzioni c’è una donna che ha sofferto per amore, e che non vuole che colei che considera responsabile della sua sofferenza, Biancaneve, sia felice. Il suo lato più dolce ed inedito si fa sentire quando decide di adottare il piccolo Henry,
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che solo dopo avrebbe scoperto essere nipote di Biancaneve. E per Regina sarà difficile dover essere una madre premurosa ed una strega senza scrupoli.

Mona Vanderwaal (Pretty Little Liars)

L’ex migliore amica di Hannah, prima considerata “sfigata” e poi trasformatasi in sexy studentessa, non ha gradito gli scherzi e le battute che gli altri hanno fatto su di lei in passato. Facile, quindi, pensare che fosse coinvolta nei pani di ” A” contro le quattro protagoniste della serie. E se sembrava si fosse pentita di aver aiutato il misterioso personaggio, anche questo potrebbe far parte della sua messa in scena che ha fatto credere fosse una ragazza che si preoccupasse solo di vestiti e scarpe e che, invece, sfruttava la sua intelligenza sopra la media per essere carnefice e non più vittima.

La suocera che nessuna donna vorrebbe avere: calcolatrice, astuta, ma sopratutto decisa a scoprire quali segreti nasconda la futura sposa del proprio figlio. Nonostante possa definirsi un comportamente protettivo, riesce a suscitare anche le ire dello stesso Daniel, che inevitabilmente finisce ancora di più per essere convinto che Emily Thorne sia la donna ideale. Victoria, però, non è solo abiti lunghi e sguardi assassini: nel suo passato c’è violenza, una madre che non l’ha voluta bene, ed un figlio segreto. Non possiamo stupirci se, una volta ottenuto l’impero dei Grayson, faccia di tutto per restare la regina.

Inizialmente Sue ce l’aveva contro il Glee Club. Poi lo ha aiutato, e poi è tornata a mettergli i bastoni tra le ruote. Se la sua posizione verso il coro del liceo McKinley cambia a seconda degli episodi, a non deludere sono le sue continue frecciatine ai vari personaggi della serie: dalle battute sui capelli di Will, al disprezzo per l’origine latina di Santana, passando alle frecciatine sull’omosessualità di Kurt (che, però, ha difeso quando è stato vittima di bullismo. Perchè anche lei ha un cuore). Le perdoniamo tutto, soprattutto perchè è l’unica che ammette che la serie, ogni tanto, sfocia nell’irreale,
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e riporta i personaggi ad essere studenti di un liceo alle prese con sogni e compiti.

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Due testimonianze che sembrano mondi lontani e che pure si erano incontrati saltuariamente per oltre un trentennio. Nell’immagine malinconica, l’artista usa solo i grigi e il nero per dipingere la realtà di un paese. Dall’altra parte l’immagine altrettanto diretta di un bambino che negli anni 60 stava assaporando le suggestioni della modernità, che al sabato sera poteva vedere nella sala parrocchiale il cinematografo, forse anche quello di Zavattini.

C’era sempre della gioiosa e rispettosa irriverenza nelle parole di Massimo, il paio di volte che gli avevo rivolto quella domanda. A distanza di tempo la figura di Zavattini gli appariva ancora lunare, estranea al paese e alla sua infanzia,

Se ne ebbero a male i Cerretani di quel giudizio di Zavattini, come più tardi di un documentario Rai sul “ritiro” dell’artista nel paese dove venivano ripresi in abito da lavoro, con al fianco i muli da soma e con le donne in grembiule, i capelli raccolti dentro un fazzoletto e ai piedi quelle stesse scarpe da uomo, tutte rigorosamente in “coramm” (cuoio) fatte a mano ruvidamente e sapientemente da Clemente, il calzolaio che aveva sposato la sorella di Cesare Zavattini, Tina.

Se ne ebbero a male non perché quella non fosse in fondo la realtà ma perché Zavattini non riuscisse ad andare oltre, non riuscisse a vederli lontano da quella dura vita, non riuscisse ad immaginarli nei loro vestiti della festa, nelle loro arguzie e abilità, nelle risa e nei timori, nella loro complessa umanità,

Eppure voleva bene Zavattini a quei montanari: nello stesso documentario lo si vede ad un certo momento elogiare le supposte virtù curative delle “mele tosche”, piccoli e aspri pomi, un tempo comuni, che la modernità avrebbe cancellato dalla biodiversità e dagli usi. Oggi si direbbe un tentativo di marketing territoriale, il desiderio di porre l’attenzione su un paese della profonda montagna appenninica.

Ma l’umanità dei montanari, in fondo come poteva capirla Zavattini, che rimaneva nel cuore, nei modi e nel sentire un abitante di Luzzara, grosso borgo nella bassa emiliana?

Eppure Zavattini era interessato quasi solo all’umanità.

All’umanità e allo stupore di fronte ad essa. la sua poetica e le sue opere ne sono impregnate e ne costituisce il tratto saliente. La Veritaa, l’ultimo suo lavoro cinematografico e il primo come regista e protagonista, si conclude con lui che davanti alla cinepresa afferma quasi con furore che Il pensiero ha bisogno degli ingredienti di tutti per manifestarsi. gli ingredienti mentali di tutti. perché tutti siamo uguali nella grandezza!. Alla fine della sua vita e della sua produzione artistica, non è questo un vero testamento spirituale? Atto di amore e dichiarazione per l’essere umano, al centro della sua intera ispirazione.

Sarebbe piaciuta a Zavattini l’umanità di Massimo, cresciuto a lungo con i nonni ne aveva assorbito la memoria delle parentele, delle relazioni, delle tradizioni una memoria antica ma filtrata da una grande voglia di vivere, da uno spirito perennemente irrequieto, frenetico nel fare, sempre teso a una battuta, a uno scherzo materiale e con una acuta scaltrezza che era il suo tratto distintivo. Spesso ho pensato che fosse una versione moderna della scaltrezza di Bertoldo uscito dalle pagine di Giulio Cesare Croce. La furbizia come bussola per orientarsi nel mondo e nelle relazioni, mai per nuocere. Una bussola di cui il montanaro ha sempre avuto bisogno per sopravvivere, insieme alla sapienza delle strade, degli animali, delle piante.

Vando, hai mai incontrato Zavattini?

Ma si ma si. ma pogh, second me al steva anch’ tant in c a scrivre, a leggre.

Scriveva Zavattini nella casa della sorella Tina, pochi metri prima della porta di Vando e nello stesso “casamento” di C d’Giambò Gian Fiore. La camera dove lavoro, tre metri per tre mi va bene, e dovrei finalmente stare seduto al tavolo per otto ore al giorno anziché non fare. mi tengono compagnia la piccola ruota incastrata nella finestra, per cambiare l’aria, e un torrentello. il torrentello fra poco entra nel Secchia e il Secchia dopo una notte in discesa entra con le sue trote e l’acqua stretta e nervosa nell’acqua grande e placida del Po che passa da Luzzara dove sono nato.”

Non si era abituato Vando alla bassa reggiana in cui era andato a vivere e lavorare. Per lui le vie rimanevano le mulattiere che tutte conosceva e che tutte aveva frequentato nella “sua prima vita”, sempre a piedi, con la moto trial solo negli ultimi anni e solo se voleva fare “bottino” trote, funghi, mirtilli lontano. Per lui “casa” era restata tutta la vita Cerreto dove ritornava anche per una sola notte. Una casa che era il paese, il torrente, il bosco, i monti, l’aria più che C d’Gianbò.

Forse, Zavattini non sarebbe riuscito a cogliere pienamente l’umanità di Vando; non perché timida e sfuggente nel darsi, almeno in un primo momento; non per lo sguardo melanconico sulle cose, oltre ogni sua allegria improvvisa, non per la prudenza nella vita, piuttosto per il raccoglimento interiore cercato nella solitudine dei passi lenti, in salita per la sfida con l’ambiente e le sue risorse (come cavare porcini ancora al buio, trovati con la sapienza e con il tatto). Prima di essere compresa, quell’umanità avrebbe dovuto essere condivisa nel silenzio e nella fatica delle mulattiere, nella prima luce radente sui crinali, nel gusto della “predazione”.

La solitudine del cammino praticata come preghiera, sorta di ascesi profana, e l’istinto predatorio non erano una contraddizione: anche queste sono sempre state qualità della gente di montagna, tra vocazione e bisogno, istinto e necessità, sempre sugli incerti e mutevoli confini della montagna.

Ora ti scrivo da Cerreto Alpi, Reggio Emilia, a mille metri, tra capre pioggia e speranze. resto qui un mese due tre per finire un certo libretto.

Le capre che Cesare vedeva tutti i giorni dovevano essere quelle che Romano, il padre di Vando, portava al pascolo. Due volte al giorno passava sotto la sua finestra per attraversare il torrente.

Mi piacciono i paesini incassati tra i monti, quattro case la chiesa il camposanto a portata di mano. lo cinge un muricciolo da bambini. Spesso le capre saltano il cancelletto e si sdraiano tra la gramigna sotto il sole bianco della montagna.

Perché Zavattini le poche volte che parla del Cerreto lo fa sempre attraverso la presenza delle capre? Non parla delle pecore che pure erano migliaia, non delle vacche, degli asini, dei cavalli, dei muli.

Non credo sia stato casuale ma non credo neanche sia stato voluto. Il fatto è che la capra nella realtà e nell’immaginazione, nei luoghi comuni come per la biologia, è animale dove l’umanità meno ha inciso. Avvezza a pascoli e terreni che altri animali ignorano, facile a rinselvatichire, riottosa alla guida del pastore, esprime tra gli animali da allevamento “il selvatico”, resta nell’intimo “natura” prima di ogni “cultura” aggiunta. insomma l’animale domestico sul quale l’umanità sembra avere meno a che spartire.

Non un caso e nemmeno una volontà le presenze caprine di Zavattini ma l’immaginazione di un pittore (sì era anche pittore Zavattini, oltre che giornalista, poeta, scrittore, fondatore di giornale, uomo di cinema, “co inventore” del neorealismo) che coglie l’essenza del luogo. L’eccesso di natura straripante, il forte impatto sulla vita degli uomini, la fatica, spesso l’impotenza del vivere di fronte agli elementi, era questo che percepiva Zavattini sull’Alpe prima di ogni umanità che l’abitava. Era questo che avvertiva durante ogni suo soggiorno. ogni volta prima di andare.

Perché arrivava sempre il momento di andare via da quella natura straripante, per certi versi angosciante.

A destra intravidi una grande città che l’ombra stava abbandonando per dar posto al sole il quale avanzava come da un uscio che si apre adagio. io non voglio morire al mio paese, là tornerò terra mentre in mezzo alle grandi case della città potrei risvegliarmi un mattino. (In aeroplano)

Se penso a mio nonno e a quelli della sua generazione (era quella con cui Zavattini aveva avuto maggiormente a che fare) mi accorgo come la parte di Novecento che ci divide segna in realtà la separazione di due mondi diversi. di uomini diversi. Posso immaginare qualcosa della loro umanità ma non comprenderla completamente (come l’impossibilità di riprodurre un gusto antico).

Sparite le capre, sparite le scarpe in “coramm”, oggi la vita non si consuma più nelle fatiche dell’Alpe e il luogo sembra un paradiso. Ora, Cesare Zavattini avrebbe compreso in “un amen” la nostra umanità solo che l’avrebbe trovato inevitabilmente diluita, simile ad altre, a molte altre.

Eppure, anche oggi in montagna, in autunno (la stagione preferita da Zavattini) arrivano i giorni in cui dover andare. perché si può cercare la solitudine, ci si può intrattenere con la consapevolezza della propria fragilità, ma arriva sempre il momento che difficilmente si riesce a resistere ad entrambe.
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