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Un romanzo a fumetti firmato da Andrea Vitali (già autore della collana iVitali) e illustrato da Bruno Ritter.

Manone non è un fumetto nel senso classico del termine, ma piuttosto una storia, quasi un romanzo illustrato. Non ci sono nuvolette nel disegno ma stralci di testo che fanno da ponte con il racconto integrale.

Vi riportiamo l era un orco. Basso, pelato, grasso, con i baffi spioventi. Se non lo chiamavi “Herr Ritter” non ti dava retta. Peggio se eri italiano. Perché oltre a doverlo chiamare Herr Ritter, dovevi predisporti a un’attesa di dieci minuti, un quarto d’ora. Se eri italiano, Herr Ritter non veniva al tavolo a chiederti cosa volessi bere. Stava dietro il banco. Con suo comodo ti faceva un cenno con il capo, significava “Cosa vuoi?”. Solitamente ordinavamo birra. Il boccale, quando lo dava, se lo dava, per metà pieno di schiuma, atterrava rumorosamente sul bancone. Allora dovevamo alzarci e andarlo a prendere. Se no bere a canna. Pagamento anticipato.

Ero, e sono, italiano. Terrone e muratore. Il locale di Herr Ritter era l’unico di quell’infame paesino della val Bregaglia dove stavamo lavorando alla costruzione di una diga. Eravamo arrivati sei mesi prima sotto un cielo d’estate che, subito dopo il valico di Castasegna, aveva cambiato colore diventando di un grigio neutrale. Eravamo stati su un torpedone che i doganieri svizzeri avevano fatto uscire dalla colonna di auto. Ci avevano fatto scendere, controllato i documenti uno per uno. Quelli che avevano un po’ di barba erano stati portati in un locale, spogliati e visitati. All’autista avevano contestato la foto sulla patente: troppo vecchia, non sembrava lui. Finito il controllo dei documenti, i doganieri avevano ispezionato anche il pullman. Quel delizioso trattamento aveva spento l’allegria, il cielo grigio aveva fatto il resto. Solo uno di noi, a un certo punto, aveva detto che in Svizzera non c’è il mare.

Ciascuno di noi aveva allora pensato al pezzo di mare che s’era lasciato alle spalle e da quel momento in avanti il silenzio si era fatto assoluto. Eravamo in venti, tutti terroni, calabresi. Quando arrivammo e scendemmo dal torpedone, quando ci ritrovammo in una piazzetta che aveva non solo il colore, ma anche il sapore dell’ardesia, quando ci guardammo in giro per scoprire che ci trovavamo dentro una specie di cavità orale, stretti tra due catene di montagne alte, severe, plumbee, distanti e cattive, ganasce emerse dai ghiacciai e pronte a mordere, il cielo si rannuvolò e cominciò a piovere. Guardammo il torpedone che girava e prendeva la strada del ritorno. Sono convinto che ciascuno di noi avrebbe rifatto quella strada anche a piedi. Io mi sentivo come se fossi fuori dal tempo e dallo spazio. Ci pensò un grido a riportare me e gli altri alla realtà. Italiaaani!

Era una voce che non era abituata a usare quella parola e tanto meno la nostra lingua. La voce arrivò poco prima dell’uomo cui apparteneva. Sbucò da una viuzza preceduta da un rumore come se avesse scarpe chiodate ai piedi. A mo’ di saluto disse: Sempre in “ritarto”! Poi aggiunse che dovevamo seguirlo, ci avrebbe accompagnato ai nostri alloggiamenti, poco fuori il paese. Per quel giorno fu l’unica persona che vedemmo. Quattro passi e fummo oltre le case. Non ci meravigliò scoprire che gli alloggiamenti altro non erano che quattro baracche, più una destinata alla cucina comune, dentro le quali avremmo dovuto distribuirci scegliendo da noi. Baracche in legno, materia prima che nella Svizzera non mancherà mai. Le baracche sorgevano in un avvallamento del terreno che precludeva la vista del paese. Alle spalle invece partiva subito la montagna, ed era quasi immediatamente roccia. Il nostro accompagnatore disse che potevamo comin ciare subito a sistemarci e riposarci dalle fatiche del viaggio. Non mi sfuggì che quella frase gli uscì con un mezzo sorriso.

L’indomani, alle sei, sarebbe arrivato il capomastro e ci avrebbe accompagnato sul luogo di lavoro. Chiese se avevamo domande ma non ci diede il tempo di farne. Si giro e, incrociando le mani dietro la schiena, imboccò il sentiero verso il paese. In ogni caso, domande non ne avevamo. O meglio, quelle che ci erano venute a visitare avevano già ottenuto risposta prima di accettare quel lavoro e affrontare il viaggio, il treno, il torpedone, l’accusa di essere sempre in “ritarto”, quel cielo che si incupi rapidamente nella notte poiché è noto che la Svizzera è piccola e il sole impiega poco ad attraversarne lo spazio aereo. Di quella sera ho pochi ricordi. Qualche tentativo di battuta, le inevitabili scorregge, ‘nduja sfuggita ai doganieri, tagliata a fette grosse e mangiata come se morsicassimo la nostra terra o la carne delle nostre donne. A proposito di donne, ero, tra i venti, il piu giovane e l’unico a non aver lasciato al paese una fidanzata o una moglie con figli in numero variabile. Nessuno uscì quella sera, nessuno si spinse a visitare il paese. Piombammo tutti in un sonno pesante.
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