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C da stupirsi e non poco: in arrivo anche le offerte Black Friday ufficiali Apple il prossimo venerdì 25 novembre. Possibili grandi affari con un iPhone 7, iPhone 6S, magari un iPad Pro o qualsiasi altro device al miglior prezzo di sempre? L con lo shopping super scontato per questo 2016 potrà essere vissuto da noi italiani senza limiti visto che anche Cupertino ha deciso di attivare speciali promozioni entro i nostri confini (in passato , al contrario, non avevamo potuto beneficiare delle stesse iniziative commerciali dedicate,
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ad esempio, ai colleghi statunitensi).

Su una pagina interna allo store Apple le offerte Black Fridayconun claim inequivocabile. Un Apple Watch di Cupertino ci invita a tenere memoria della speciale ricorrenza di venerdì prossimo (foto in apertura articolo). Purtroppo sul web non campeggia ancora una vetrina dei device in super sconto fra appena tre giorni. Più che probabile, visti i collegamenti presenti sul sito però, un prezzo ribassato per i nuovissimi iPhone 7 e 7 Plus, ancor di più per i datati iPhone SE,
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iPhone 6S e 6 e a ritroso, i melafonini meno recenti. Possibili anche speciali promozioni dedicate agli iPad ma naturalmente ad accessori di ogni tipo ma non solo. Nella pagina si fa pure riferimento ai regali di Natale da fare ad appassionati di musica, fotografica e anche ai piccolissimi (giochi e giocattoli). Il rimando è ovvio ai brani digitali su iTunes ma anche ad altri contenuti multimediali che andremo a scoprire.

Pur non conoscendo per ora il prezzo con cui Apple venderà iPhone 7 e compagni in occasione delle offerte del Black Friday, ciò che è già stato dichiarato è che verrà garantita la spedizione gratuita in un solo giorno lavorativo a chi effettuerà un ordine di almeno 40 euro entro le ore 16 del 25 novembre appunto. Un altro aspetto interessante poi, è che le speciali promozioni saranno disponibili anche negli store fisici ufficiali: questi osserveranno tutti un orario di apertura prolungato,
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anche se ancora non meglio precisato.

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il fondatore di Stella International, il colosso cinese delle calzature che macina quasi 2 miliardi l’anno. Produce per i grandi marchi della moda. E adesso ci prova con i suoi. Perchè “Asia ed Europa devono collaborare”.

Quando gli viene chiesto un commento sulla produzione cinese di scarpe che poi, sotto i nomi più blasonati, vengono vendute in Europa, Stephen Chi non si scompone. Anzi, risponde amichevolmente. La stessa cortesia la utilizza per parlare di temi che per molti sono scottanti, come quelli del reshoring verso i Paesi con un costo della manodopera più basso. L’imprenditore cinese che ha fondato il calzaturificio Stella International è abituato alle sfide. La sua è una holding quotata a Hong Kong che macina numeri impressionanti: nel 2015 ha raggiunto 1,7 miliardi di dollari di ricavi e ha assemblato quasi60 milioni di paia di scarpe. Adesso, oltre a produrre in conto terzi per i marchi della moda e del lusso mondiali, punta a conquistare l’Europa con uno dei suoi house brand, What For, posizionato nel segmento del lusso accessibile. Perché, stando alla visione di Mr. Chi, “Asia ed Europa devono cooperare”.

Nonostante il business retail valga attualmente soltanto il 6% del turnover totale, ci siamo prefissati precisi obiettivi di crescita. Siamo arrivati nel Vecchio Continente con What For tre anni fa, precisamente a Parigi, dove abbiamo il nostro headquarter europeo. Il marchio genera in Europa il 60% dei ricavi complessivi mentre la parte restante, in termini di volume, arriva dalla Cina, dove contiamo su 60 monomarca di proprietà. Il mercato in cui siamo più forti è la Francia,
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dove attualmente abbiamo quattro flagship, con l’intenzione di portarli a nove già entro il primo semestre dell’anno.

il secondo mercato europeo più forte insieme alla Germania, ci sono piani ambiziosi. Siamo distribuiti all’interno di 148 multibrand sul territorio (su un totale di 500 multimarca in Europa), e tutto il design del marchio è pensato nel nostro studio a Padova. In Italia sviluppiamo tutta la parte creativa e i prototipi. La produzione, ovviamente, è poi finalizzatain Cina, fatto che ci permette di avere un entry price retail relativamente basso, attorno ai 120 euro. Nascendo come calzaturificio, quello che senza dubbio siamo capaci di fare sono le scarpe.

Per quali marchi producete in conto terzi?

Per quasi tutte le griffe di moda. Da Timberland a Tory Burch, da Michael Kors a Ugg, passando per Prada, Alexander Wang, Miu Miu, Kenzo, Givenchy e Balmain.

Non trova nessun elemento di contrasto tra produzione cinese e commercializzazione europea?

Affatto. Anzi, penso che nel mondo del futuro bisognerà entrare sempre più in sinergia. Asia ed Europa devono collaborare per realizzare i prodotti migliori.

Anche la produzione in Cina sta vivendo una fase di cambiamento, tanto che di recente avete tagliato circa 200 posti

La politica del figlio unico non ha giovato. I cinesi che vogliono lavorare sono sempre di meno. Per questo ci stiamo muovendo verso altri Paesi, su tutti Bangladesh, Vietnam, Filippine e Indonesia. Non tagliamo posizioni,
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semplicemente le riallochiamo dove c’è domanda di lavoro.

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Glamour e comodit anti freddo: una delle novit per quest’inverno vede la collaborazione tra Jimmy Choo e il marchio australiano Ugg. Da questo connubio nata una collezione casual chic di cinque modelli in limited edition e in vendita dal 21 ottobre nei negozi e sul web che abbinano ai classici stivali in montone la creativit di Tamara Mellon, quasi fossero un trait d’union tra lo spirito easy della West Coast e quello modaiolo della East.

La Mellon, oltre ad essere la fondatrice del marchio Jimmy Choo,
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anche, per sua stessa ammissione, una grande fan di Ugg: “Oltre a Jimmy Choo,
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UGG Australia l’unico e solo altro marchio di scarpe che ho in guardaroba. Le metto a casa a New York, quando sono in vacanza a Malib e le porto via con me ogni volta che devo viaggiare in aereo” ha affermato la designer.

L’ incontro tra le due realt si esprime in primo luogo con le variazioni di colore: gli Ugg sono personalizzati con borchie d stelle, fantasie zebrate o leopardate e frange.

Il modello di punta della capsule senza dubbio il Mandah: un boot impreziosito da occhielli argento e oro,
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borchie e grafiche glitterate che Amber Valletta indossa nella avd Jimmy Choo Cruise 2011 firmata da Ines Van Lamsweerde e Vinoodh Matadin. Non sono meno glamour gli altri quattro modelli: Kaia, con spirale in scamosciato leopardato e borchie a cupola; Starlit,
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con stelle silver oppure ottone e frangiato di suede; Sora, disponibile anche in versione pi alta e Siobahn,
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uno stivale di maglia a torciglione misto cachemire davvero morbido.

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1a indagine nazionale per catalogare i principali problemi delle città italiane. 6a puntata

La dotta decadenza di Bologna

A fronte del degrado del centro storico e della perdita della memoria, si tenta il rilancio: valorizzare i musei e puntare sul turismo. Sullo sfondo, il ricordo di quando fino agli anni ’70 la città è stata all’avanguardia, modello di salvaguardia e progettualità

Bologna. Una visione sconfortante: la fontana del Nettuno, capolavoro di Giambologna, simbolo della città, è a secco. Da tempo l’acqua non sgorga dai 90 ugelli bloccati dal calcare, mentre i celebri bronzi soffrono, coperti da incrostazioni e corrosi dagli acidi del guano di piccione che inquina la vasca. Dall’ultimo restauro sono passati più di vent’anni e adesso serve un intervento costoso. Il Comune non ha soldi, aspetta uno sponsor. Il degrado della fontana, nel cuore di Bologna, davanti a San Petronio e a Palazzo d’Accursio, sede del Comune dove, proprio sopra l’ingresso, l’antico stemma in pietra è trattenuto da grossi elastici colorati per evitarne il crollo, segnala la crisi di tutto il centro storico. L’immagine stessa della città ha evidente bisogno di un radicale restauro.

Eppure Bologna sembra decisa a puntare sul turismo, in lieve crescita nonostante la crisi, e quindi a valorizzare i suoi tanti tesori. Il ritardo è grave perché, ammette Alberto Ronchi, da un anno e mezzo assessore alla Cultura del Comune, Bologna non ha mai coltivato il turismo culturale, né promosso il suo patrimonio. L’attenzione è ancora sulle fiere, l’industria, l’evento. Abbiamo dato per scontato che questa sia una città di passaggio. quindi naturale che Bologna non sia percepita come una città d’arte nonostante i numerosi musei, pubblici e privati, le decine di chiese ricchissime di opere d’arte, i palazzi affrescati, i monumenti antichi e il suo caratteristico centro storico con 40 chilometri di portici, candidati a sito Unesco. Eppure l’immagine della città è sfocata e priva d’identità.

La crisi dei musei comunali

Il primo nodo del problema è la crisi degli 11 musei comunali. L’analisi di Alberto Ronchi è impietosa: Ereditiamo una situazione caotica che non riguarda soltanto i nostri musei. L’attività culturale complessiva della città ha gli stessi problemi: l’offerta è di una ricchezza esplosiva con potenzialità enormi, ma c’è tanta confusione e pochissima capacità di dare un’ immagine unitaria e coordinata di Bologna. La nostra politica culturale è stata sempre un po’ schizofrenica. Basta pensare che a un certo punto, nel 2006 (sindaco Sergio Cofferati, Ndr), si è teorizzata e applicata l’idea che nei musei fosse giusto entrare gratis. Quando il commissario Anna Maria Cancellieri ha ripristinato il biglietto a pagamento, nel marzo 2011, c’è stato un crollo di visitatori. Dopo un buon 2010 (quando i musei erano gratuiti), nel 2011 il Museo Archeologico è passato da 109mila a 97mila visitatori, il Museo Morandi da 38 a 24mila, la pinacoteca di Palazzo d’Accursio è precipitata da 43 a 22mila. Ha retto meglio il MAMbo: 89mila nel 2010, con la grande mostra di Morandi,
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88mila nel 2011 e altrettanti previsti nel 2012. Ma i guai dei Musei Civici sono prima di tutto strutturali, a cominciare dalla loro divisione in due gruppi: l’Istituzione Musei Civici, con le raccolte storiche (l’Archeologico, il Medievale, le collezioni d’arte antica, i musei del Risorgimento, della Musica, del patrimonio e dell’arte industriale) e, nella seconda struttura, la Gam (Galleria d’arte moderna), con il MAMbo per l’arte contemporanea, Museo e Casa Morandi e quello della memoria di Ustica realizzato da Chistian Boltanski. Una duplicazione inutile, vero pasticcio organizzativo e burocratico.

Per mettere ordine, nel 2011, l’attuale Giunta aveva nominato un Consiglio d’amministrazione presieduto da Andrea Buzzoni, arrivato da Ferrara dove ha creato per il Comune un modello vincente con le grandi mostre a Palazzo dei Diamanti. Nove mesi di lavoro (gratuito) e infine Buzzoni e il Consiglio producono un documento di 35 pagine, uno strumento di lavoro per rilanciare i Musei Civici in funzione di una Bologna futura città della cultura. A fine marzo 2012 il rapporto viene consegnato al sindaco Virginio Merola. Non accade nulla, il documento non viene discusso. A luglio, ufficialmente per motivi personali, Buzzoni si dimette e con lui altri due componenti del Consiglio (cinque in tutto). Ronchi spiega che si tratta di un documento utilissimo, di cui stiamo facendo tesoro ma che non è opportuno rendere pubblico. Contiene, per esempio, valutazioni sulla sicurezza dei musei che è bene restino riservate. Uno strano mistero. Comunque a novembre il Comune darà una direzione unitaria ai suoi musei, un’organizzazione snella e autonoma tutta da costruire che dovrà superare personalismi e inimicizie che finora l’avevano impedita in una tipica guerra tra poveri. Una riforma necessaria anche perché, dice Ronchi, nel 2014 Bologna diventerà “città metropolitana” dunque avremo problemi in più: al Comune andranno anche i musei dei centri vicini. Non siamo ancora usciti dal caos, ma quando avremo il nostro “sistema museale” potremo impostare indirizzi comuni, creare una filiera con gli altri musei della città. Adesso non c’è nessun coordinamento, a partire dagli orari di apertura. Abbiamo fatto un primo passo soltanto a luglio 2012, con la “Bologna Welcome Card” valida in tutti i musei.

Un ruolo per l’arte contemporanea

Il Comune punta sul rafforzamento del MAMbo, polo dell’arte contemporanea, museo molto attivo con aperture internazionali diretto dal 2005 da Gianfranco Maraniello, coinvolto nella svolta istituzionale dei Musei Civici. Scontiamo un’eredità storica, dice, una mancanza di progettualità complessiva e di orientamento. Per questo, negli ultimi anni, la ricchezza di offerta culturale della città è stata percepita come un limite, a causa dell’assenza di coordinamento. Per il MAMbo la svolta è venuta nel 2010 quando abbiamo realizzato con gli americani la grande mostra su Morandi al Metropolitan di New York trasferita poi a Bologna. Data l’importanza, la qualità,
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il numero delle opere esposte, l’unica struttura adatta era il MAMbo, non il Museo Morandi. La mostra ha cambiato la percezione internazionale dell’artista che è entrato nella élite mondiale. stato anche un successo della semplificazione organizzativa che ha superato la divisione tra i vari musei. Se applicata a tutto il sistema, porterebbe vantaggi giganteschi.

Il MAMbo, nato nel 2007 dal recupero della ex Manifattura delle Arti, è una costola della Gam che esiste da oltre trent’anni ma è ormai soltanto una sigla: le sue opere sono scomparse. Che fine hanno fatto? Dal 2005, dice ancora Maraniello, abbiamo un progetto museale mai realizzato che riguarda tutto Palazzo d’Accursio, destinato ad accogliere le collezioni dell’800 e ‘900 e la Pinacoteca Civica. Ma sono mancati interlocutori chiari, c’è stata una distribuzione improvvisata di funzioni dovuta alla rapida discontinuità politica: sindaci diversi, un anno e mezzo di commissariamento. Così le collezione comunali d’arte moderna della Gam sono finite nei depositi, invisibili.

Maraniello parla anche di future grandi mostre, che a Bologna mancano da trent’anni. Quando sono arrivato al MAMbo come direttore, Bologna soffriva il complesso di Ferrara che per vent’anni ha seguito una scelta strategica chiara che l’ha portata a essere identificata con le famose mostre di Palazzo dei Diamanti. Ma Bologna è diversa. Ha altre caratteristiche: per esempio è importante la sua vocazione al contemporaneo. Non ha senso replicare modelli riusciti e identitari come quello di Ferrara, a pochi chilometri di distanza. Personaggio centrale della scena cittadina, è stato per 15 anni rettore dell’Università e oggi, attraverso la Fondazione, gioca un ruolo essenziale nel sostegno di tante istituzioni bolognesi. A coronamento della sua azione, Roversi Monaco ha ideato e realizzato un progetto ambizioso fin dal nome: . Musei nella città. Dal 2003 la Fondazione Carisbo ha comprato o avuto in gestione otto edifici, palazzi storici e antiche chiese che sono stati accuratamente restaurati. Palazzo Fava, con un importante ciclo di affreschi dei Carracci, sede per mostre temporanee; l’oratorio di San Colombano, un museo esemplare di antichi strumenti musicali (collezione Tagliavini); nella ex chiesa di San Giorgio in Poggiale c’è una biblioteca; Santa Cristina è diventato auditorium per concerti; Palazzo Saraceni, sede della Fondazione, è aperto per mostre. L’ultima e più clamorosa realizzazione di Roversi Monaco è il Museo della Storia di Bologna, nel restaurato Palazzo Pepoli, inaugurato a fine gennaio 2012: allestito come museo virtuale, ricco di costosa tecnologia in parte interattiva, sorge a pochi passi dalle due Torri ed è costato 45 milioni di euro: 130mila visitatori nei primi otto mesi. Tra acquisti, restauri, allestimenti, la Fondazione ha investito nel progetto ben 130 milioni di euro con l’idea di creare nel cuore della città storica un percorso museale aperto, articolato in sedi diverse, ciascuna con una sua specifica funzione culturale. Un progetto colossale e di assoluta eccellenza.

Ma dopo l’apertura del Museo della Storia di Bologna, si è aperto un dibattito anche polemico sul metodo autoreferenziale con il quale è stato realizzato e sulla opportunità di un’impresa tanto costosa in una città che soffre ormai la crisi,
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con gli altri musei che stentano a sopravvivere per mancanza di fondi e hanno finora contato sull’aiuto della Fondazione Carisbo. Roversi Monaco resta convinto della validità del suo progetto: Abbiamo riqualificato il centro storico partendo dalle strade: via Minghetti, via Manzoni, via Parigi, restaurate dalla Fondazione, e poi tutti gli edifici antichi salvati dal degrado: erano in abbandono, depositi per topi. Gli affreschi dei Carracci stavano lentamente morendo. Ma ci saranno le risorse per gestire tutte queste sedi e continuare a sostenere le istituzioni cittadine? Roversi Monaco reagisce con forza: Chi afferma che abbiamo fatto il passo più lungo della gamba è qualcuno che a Bologna non ha mai realizzato nulla. una caratteristica della città: l’importante è che non facciano gli altri. Del resto so bene che è comune l’idea che le Fondazioni siano vacche da mungere. Questa operazione è costata molto ma nel nostro bilancio ci sono i valori attualizzati degli edifici comprati e restaurati: risultano superiori a quello che abbiamo speso. E resteranno patrimonio della città. Nel futuro prossimo vede Bologna avviata a diventare importante città d’arte. Subiamo la concorrenza insuperabile di Venezia, Firenze, Roma. Lo sforzo fatto finora dalla città non è sufficiente perché almeno una parte del flusso turistico si fermi qui. Il nostro è però un turismo colto, di qualità e sta crescendo. Credo che Bologna abbia ripreso un suo ruolo: l’Università, l’apparato museale, un insieme di centri di ricerca.

Troppi musei nascosti

Accanto a e ai Musei Civici, esiste un terzo polo museale troppo trascurato: i semisconosciuti musei dell’Università. Proprio Roversi Monaco, quando era rettore, ha riunito nello splendido Palazzo Poggi, con un moderno allestimento, alcuni dei musei scientifici dispersi in diverse facoltà. Aperto nel 2000, Palazzo Poggi espone l’eredità preziosa della tradizione scientifica cittadina: dalla spettacolare raccolta di cere anatomiche ai reperti naturalistici collezionati da Ulisse Aldrovandi nel Cinquecento. Purtroppo i visitatori sono meno di 3mila all’anno: un turismo raffinato, che viene anche da lontano. Non c’è coordinamento con gli altri musei, manca ogni forma di comunicazione, così Palazzo Poggi resta ignoto agli stessi bolognesi.

Più di ogni altra istituzione soffre di povertà e solitudine l’unico museo dello Stato, la Pinacoteca Nazionale, scrigno dell’arte emiliana e non solo, un tempo perla dei musei di Bologna, circondato oggi da un quartiere frequentato anche da ladri e spacciatori. Il soprintendente ai Beni artistici Luigi Ficacci oltre che di Bologna si deve occupare anche di Ferrara, Forlì Cesena, Ravenna Rimini. Racconta che per restauri, manutenzione, riparazioni e lavori vari nella Pinacoteca bolognese, nel 2012 il Ministero ha stanziato euro “zero”. Per gli altri “capitoli” ho in tutto 181mila euro. possibile che arrivino fondi, anche dallo stesso Ministero a fine esercizio, ma non programmabili, quindi non posso prendere nessun impegno. Impossibile pensare a mostre o altre attività. Nel 2011 i visitatori della Pinacoteca bolognese sono stati appena 33.700. Eppure l’ingresso costa solo 4 euro.

L’epoca d’oro della Pinacoteca è stata quella della innovativa Soprintendenza di Andrea Emiliani, fino a tutti gli anni Settanta. Aveva aperto la città al mondo con le grandi mostre biennali, da Guido Reni ai Carracci, in collaborazione con i grandi musei, dal Metropolitan di New York alla National Gallery di Londra, che hanno ridato all’arte bolognese il prestigio che aveva perduto nel corso dell’800. L’ultima mostra è stata nel 1979 e da allora mostre importanti non si sono più fatte. Sembra che Bologna si sia voluta trasformare seguendo un percorso inverso a quello di altre città che hanno tentato e qualche volta sono riuscite a diventare città d’arte promuovendo musei, eventi, mostre,
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puntando spesso sul contemporaneo, dice oggi Emiliani. Bologna ha compiuto questo sforzo prima degli altri, a partire dagli anni ’50 grazie a personalità come Cesare Gnudi e Carlo Ludovico Ragghianti e alla lungimiranza di Comune e Regione. Ho ereditato la Soprintendenza da Gnudi e Bologna è stata modello di salvaguardia e di progettualità: la città stessa è stata difesa da due leggi, quella sulla zona della collina inedificabile e quella di Pierluigi Cervellati che impose un vincolo sulla struttura del centro storico in quanto tale, che è servito fino a pochi anni fa.

Il centro storico decaduto

Sui mali profondi, sulle difficoltà di Bologna ad accettare un cambiamento di rotta per ridare forza alla sua tradizione culturale, il soprintendente Ficacci ha maturato convinzioni condivise da molti: A Bologna c’è un rifiuto, che è poi molto italiano, a perseguire lo sviluppo dei servizi e dell’industria culturale. La paura del nuovo contraddistingue la città ed è il motore più evidente di una conservazione acritica e scaramantica del proprio passato. Teniamo separati da una parte una grande erudizione autoreferenziale e dall’altra un’organizzazione senza conoscenza, due mondi divisi, che non dialogano. Ormai i segni della decadenza di una città tra le più colte e ricche d’Italia sono davanti a tutti. Pier Luigi Cervellati aveva fatto di Bologna un modello europeo secondo il principio che la città storica è un organismo urbano unitario cui va riconosciuta la qualità di bene culturale.

Oggi Maria Pia Guermandi, consigliere di Italia Nostra, descrive così la situazione: Espulse verso le periferie intere fasce di popolazione, le attività artigianali e il piccolo commercio, il centro storico di Bologna è divenuto un guscio vuoto, colonizzato da banche e grandi catene commerciali, desertificato al calar della sera o preda di una “movida” invasiva e senza regole, fonte di conflitti e degrado.

Contro questo decadimento è battaglia quotidiana per Paola Grifoni, soprintendente per i Beni architettonici e paesaggistici: La città è molto maltrattata. Mi ha colpito, appena arrivata, tre anni fa, l’inaudita sporcizia. La città è fatta di portici che sono di proprietà privata. I condomini dovrebbero spazzare e lavare, ma ormai non lo fa più nessuno. C’è il problema della presenza di decine di migliaia di studenti universitari che hanno colonizzato alcuni quartieri centrali: rifiuti, scritte sui muri, bottiglie ovunque, rumori notturni. una città viva, gli studenti ci sono da secoli. Ma adesso c’è meno attenzione, si rischia un rapido degrado del decoro cittadino. Forti polemiche ha suscitato di recente il colore aragosta squillante di un edificio ancora non finito, sorto al posto di una vecchia casa nella centrale piazza 8 Agosto. Ma la Grifoni non ha potuto intervenire: La legge del 2010 che ha istituito la Scia, dichiarazione di inizio attività, è stata devastante a livello nazionale. Ciascuno può fare come crede. Per i colori a Bologna manca una normativa, basterebbe un semplice elenco dei colori ammessi. Adesso si può dipingere la casa a pois. Stiamo cercando di evitare l’invasione di tavoli, sedie e installazioni fisse su strade, piazze e marciapiedi. Sinceramente, tutto questo è molto frustrante per me ma anche per il Comune. Oltre ai colori c’è il problema della pavimentazioni in pietra delle caratteristiche strade del centro. Il traffico pesante sconnette le lastre, provoca buche pericolose. Si provvede con l’asfalto, che non potrebbe essere usato ma costa poco. Il Comune definisce questi interventi temporanei. Per le solite ragioni economiche, pochi ormai si oppongono alle sponsorizzazioni pubblicitarie. Così in questi mesi la facciata del Cattedrale di San Petronio, in restauro,
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è imbrattata da due grandi cartelloni che promuovono una marca di scarpe sportive. Di fronte, nel cortile dello storico Palazzo Re Enzo, proprietà comunale, tra bandiere e cartelloni è esposto un nuovo modello di automobile.

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A proposito della richiesta che fin dalla seconda media gli alunni avanzano agli insegnanti di insegnare loro il fascismo così riporta la stampa di qualche giorno fa ritengo ma vorrei essere smentito che molti insegnanti per certi versi mastichino poco di fascismo e di storia recente se possiamo chiamarla così per altri versi temono di essere parte Mah!!! Chissà che cosa pensano in famiglia, per cui è meglio lasciar perdere! Così, dopo la prima guerra mondiale l’abbiamo vinta, quindi è più che sufficiente per la storia patria! Ma poi? Poi c il vuoto Forse sono cattivello, ma come mai in rete scrivono tanti sedicenni Ma nostalgici di che? Che cosa ha insegnato loro la Scuola Democratica e Repubblicana? Questi ragazzi cellularizzati hanno forse vissuto la guerra, i bombardamenti, la fame, hanno saputo dei nostri soldati in Russia con le scarpe di cartone? Dei nostri soldati in Africa con le bombe a mano contro i carri armati? Della presa in giro del obbedire, combattere Del avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi Del e moschetto fascista perfetto Del stramaledica gli inglesi il popolo dei pasti Dell alla Patria?

Ovviamente, nessuno nega che con il governo fascista si siano avute opere pubbliche e innovazioni civili (cinque città costruite nell Pontino, l nazionale maternità e infanzia, previdenza et al), però a quei tempi, purtroppo, guai a pensarla diversamente! Gramsci è morto in carcere nel L’isola di Ventotene era piena di antifascisti E in Francia ricordiamolo i fratelli Rosselli nel giugno del furono ammazzati da una squadraccia di Insomma, la storia non è tutta bianca o tutta nera! La storia non può essere studiata secondo criteri morali o moralistici non c la storia che piace e quella che mi piace I viva e gli abbasso sono della politica quotidiana, non dell storica! Bloch, Braudel, Febrve, i nostri Cantimori, Chabod, mettiamoci anche Croce, sono grandi maestri della ricerca storica. Per non dire del “Secolo Breve” di Hobsbawm. Insomma, la ricerca storica può essere una buona e costruttiva palestra e non so quanto certi libri di testo concorrano a fare i nostri studenti! Troppe illustrazioni! Troppe letture inutili! Troppe prove di comprensione abborracciate!

Certamente il fascismo va studiato ed oggi, a tanti anni di distanza, lo studio potrebbe essere effettuato con lo stesso intellettuale con cui studiamo Cesare o Napoleone. A nessuno studente o adulto oggi verrebbe in mente di parteggiare o meno per Cesare o per Pompeo, per la Pulzella di Orleans o per il Conte di Shrewsbury, per Napoleone o per l’ammiraglio Nelson, ma il fatto è, purtroppo, che la nostra democrazia, nonostante la ventennale Resistenza, la Liberazione del e la Repubblica del ’46, è ancora giovane!

In effetti, l del nostro Paese risale al 1861, quando una certa Casa Savoia, mediocre e vigliacchetta, che nessun credito aveva presso gli altri Stati europei, volle celebrare la nascita del Regno d’Italia! Un regno nato, però, con l’abile utilizzazione di un Mazzini e di un Garibaldi, ambedue poi “confinati”, a cose fatte! Mazzini dovette rifugiarsi a Londra, da dove rientrò nel 1872 a Pisa sotto il falso nome di Giorgio Brown e a Pisa morì nel medesimo anno. Garibaldi di fatto venne confinato a Caprera con un sacco di fagioli, dove morì nel 1882! L'”eroe dei due mondi”, colui che a Teano nel 1960 aveva salutato il Re d’Italia facendogli dono di tutta l’Italia meridionale liberata si fa per dire dai Borboni. Per non dire dell’impresa garibaldina del 1862, quando Garibaldi, deciso a marciare su Roma, fu fermato, ferito e arrestato nell’Aspromonte! Come un bandito! Non come un liberatore!

I Savoia non scherzavano affatto! E sparavano pure contro chi non rientrasse nei loro disegni egemonici ed annessionistici. Fingevano di cercare alleanze, ma erano maestri delle più squallide strumentalizzazioni! Astuzie politiche? Mah! E Camillo Benso di Cavour ci metteva del suo, ovviamente! Fino al giorno della sua morte, il 6 giugno del 1861! I Savoia restituirono i dovuti onori a Mazzini e a Garibaldi, due nostri Grandi del Risorgimento, solo dopo la loro morte, perché, da morti, non potevano più opporsi alla dittatura savoiardo piemontese ormai estesa dalle Alpi alla Sicilia. Strategie intelligenti quelle dei Savoia! Anzi, spregiudicate! Per non dire poi di quei plebisciti pro Savoia sapientemente organizzati, ma anche della brutale repressione contro i cosiddetti briganti, che oggi potremmo chiamare partigiani della resistenza antisavoiarda! Si legga l'”Antistoria d’Italia”, di Fabio Cusin: una ricerca più che interessante sui modi con cui i Savoia costruirono un regno! Nazionale o savoiardo?

Quindi, con questa monarchia, che si era impadronita con raggiri e furberie dell’intera penisola, era molto difficile costruire una vera identità nazionale! La prima guerra mondiale fu una grande occasione per dar fiato alle trombe sabaude! Poi ci pensò il fascismo a far risorgere il Sole sui Colli Fatali di Roma! La Roma dei Cesari! Altro che quella dei Savoia! Ma re Pippetto alias Vittorio Emanuele III gliela fece pagare cara al duce quando il 25 luglio del ’43 lo impacchettò e lo fece prigioniero! Un re, a cui il duce non solo aveva restituito un’Italia “salvata” dal comunismo, ma aveva anche donato altre due corone, quella dell’Albania e quella dell’Impero d’Etiopia! Ma i Savoia sono i Savoia, da sempre, una stirpe di regnanti che i re veri dell’Europa non hanno mai voluto riconoscere come tali! Quei Savoia che in quell’8 settembre del ’43 sono scappati da Roma a gambe levate dopo avere annunciato l’armistizio con gli Alleati e la fine del Patto d’Acciaio così si chiamava stipulato anni prima con la Germania di Hitler.

Insomma, se non è facile per i nostri ragazzi sentirsi compiutamente Italiani, dipende anche dal fatto che la nostra storia patria non è affatto semplice né da spiegare né da capire! Aggiungiamo poi che a tutt i partiti che ci hanno governato non sono mai stati capaci di innescare e sostenere una identità nazionale, per cui la lotta del partito e per il partito forse ha fatto perdere di vista quell di Nazione di cui ogni cittadino, invece, soprattutto se giovane, ha bisogno e, soprattutto, diritto di sentire e condividere. Ricordiamo che Ciampi ci provò a ridare vita all’Idea di Patria, ma, morto lui,
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ora ci troviamo a fare i conti con la politica becera di gruppi politici che hanno affossato i partiti per dar vita a una guerra tra bande! Sono cattivo? Lo so!

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Sebbene l arancione non sia un partner ufficiale di Apple, anche per il nuovo melafonino è riuscito comunque a proporlo ai suoi clienti attraverso un dedicata. Wind offre, al momento, l 7 32GB, l 7 128GB e l 7 Plus 128 GB. Oltre alla possibilità di poterli acquistare a prezzo pieno,
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Wind li offre in forma rateizzata per consentire ai suoi clienti di poterli acquistare senza rischiare di dare immediatamente fondo alla loro carta di credito.

Tutti i tre gli smartphone potranno essere acquistati sia con ricaricabile che con con abbonamento. In particolare, l 7 32GB potrà essere acquistato con ricaricabile con un anticipo di 199,90 euro e 30 rate da 19 euro. L 7 128GB, invece, con anticipo di 249,
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90 euro e 30 rate da 21 euro. L 7 Plus 128GB, infine, con anticipo di 299,90 euro e 30 rate da 25 euro. In caso di disdetta anticipata sono previste delle specifiche penali. Per quanto riguarda, invece,
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gli abbonamenti, i nuovi smartphone potranno essere acquistati attraverso l tariffaria Wind Magnum che offre minuti e SMS illimitati e traffico internet a partire da 4GB a partire da 20 euro.

Aggiungendo l 32GB, i clienti dovranno pagare un anticipo di 199,90 euro e 30 rate da 18 euro. In caso i clienti scegliessero l 7 128GB, l sarà di 249,
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90 euro e le 30 rate da 20 euro. Chi optasse per l 7 Plus 128GB dovrà pagare un ticket d di 299,90 euro e poi 30 rate da 23 euro.

Anche in questo caso sono previste penali in caso di recesso. Wind Magnum non richiede il pagamento della tassa di concessione governativa. Maggiori informazioni direttamente sul sito dell arancione.

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La mia premessa dovrebbe aver anticipato in parte il giudizio sull che troverete in prova oggi, un accessorio che sin dal suo arrivo a casa mia ha fatto capire la reale differenza tra Sena e tutti gli altri produttori di accessori. Vedendo la confezione si ha più l di aver comprato un costosissimo paio di scarpe piuttosto che una borsetta per iPad. La Sena Messenger Bag è proprio come te l materiali, assemblaggi e cura per i dettagli ai massimi livelli, un vero trionfo di odori e pulizia stilistica. La prima cosa che salta subito agli occhi è l sensazione di robustezza che questa Messenger Bag riesce a trasmettere, una sensazione confermata anche da qualche giorno di duro e intenso uso. Voglio precisare che le foto che vedete in questo articolo,
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sono state scattate dopo un periodo di circa 10 giorni di prova, un periodo durante il quale ho potuto pienamente apprezzare le straordinarie doti di questo prodotto.

Quelli di voi che mi conoscono, sanno perfettamente quanto mi piace parlare dei dettagli e delle finiture, beh che mi crediate o meno non riesco a trovare le parole giuste per definirle. La chiusura è garantita da un sistema di potenti calamite che impedisce aperture accidentali. Internamente troviamo 3 comode fessure destinate ad accogliere sia l che dei documenti, portafogli,
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chiavi e qualsiasi altra cosa voi riusciate a inserire.

Oltre a questi è presente una sorta di tasca interna con cerniera che sembra essere dedicata all di monete o piccolissimi oggetti. Il rivestimento interno in velluto antiscivolo impedisce al nostro iPad sia di graffiarsi durante la fase di inserimento, che di scivolare involontariamente durante l del dispositivo.

Nella parte posteriore di questa Messenger Bag troviamo un piccola tasca dedicata al trasporto del nostro iPhone, purtroppo questa tasca è sprovvista di chiusura, quindi vi consiglio di prestare molta attenzione ed eventualmente valutare l del nostro telefono nelle altra tasche interne a nostra disposizione. La tracolla è realizzata in materiali misti: nella parte esterna troviamo la stessa pelle usata per realizzare la borsetta, mentre in quella interna un rivestimento in morbido nylon garantisce una migliore regolazione della lunghezza della tracolla stessa.

Concludendo la mia recensione posso dirvi che anche se compro prodotti Sena da qualche anno,
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sono rimasto veramente colpito da come questa azienda sia votata a fare della qualità e dell i propri cavalli di battaglia. Ovviamente tutto questa qualità ha un prezzo, che come potrete immaginare voi stessi non è proprio contenuto.

Per entrare in possesso di questa Messenger Bag sono richiesti 149,99$, una cifra considerevole, anche se vi prego di credermi che mai come in questo caso sono convinto che siano dei soldi ben spesi. Attualmente il nero è l colore in catalogo.
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Le calzature di Jimmy Choo sono un must per le amanti della moda luxury e di classe. Le creazioni di questa casa di moda sono a dir poco da favola, perfette per soddisfare tutte le esigenze femminili. Più che di scarpe da donna si tratta di piccoli capolavori da sfoggiare ai piedi nelle occasioni più in. Il sogno diventa ancora più bright quando non si tratta di semplici tacchi firmati Jimmy Choo ma della magica collezione di scarpe da sposa per l’inverno 2013.

La Bridal collection 2012 firmata da Jimmy Choo è un tripudio di bellezza ed eleganza. I modellini di questa linea speciale dedicata alle spose che vogliono essere impeccabili per il grande giorno, rinchiude tutti i tratti stilistici delle scarpe cult di Jimmy Choo,
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ma il tutto si eleva alla massima potenza. I dettagli sono curatissimi, e si traducono in particolari gioiello shining, tempeste di preziosi Swarovski e strass,
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linee affusolate e maliziose, nuances delle più brillanti e tessuti pregiati, come il satin vellutato color avorio.

Jimmy Choo presenta così una linea di scarpe da sposa esclusiva e ricercata,
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che non delude certo le aspettative, altissime quando si parla di una calzatura di questa maison. Dècollète come gioielli, luminosi e unici,
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perchè tutto il look da sposa va scelto con particolare cura e amore, del resto il gran momento si vive una volta sola (o quasi). Ecco tutti i nuovissimi modelli di scarpe da sposa lussuose e con tacco vertigo by Jimmy Choo, le più belle e preziose selezionate per voi nella nostra gallery.
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come pulire gli ugg L’ILLUMINISMO IN FILOSOFIA

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Nonostante i grandi progressi in campo di cultura avvenuti nel 1600 per l’ audacia e l’ intelligenza individuale di pochi pensatori , la pi diffusa immagine del mondo restava nel 1700 , al termine di quei cento anni rivoluzionari e innovatori , assai vicina a quella di tre o quattro secoli prima . Nell’ ambito della scienza il modello galileiano e quello copernicano , con il Sole fermo al centro , erano ancora lontani dall’ essere universalmente riconosciuti e ci non solo nei paesi cattolici , ma pure in quelli protestanti , che pure avevano avuto una maggiore alfabetizzazione dovuta soprattutto alla teoria luterana del libero esame : la Bibbia continuava ad essere per la grande maggioranza degli uomini una fonte indiscutibile o almeno assai attendibile di verit . Solo un’ ostilit irriducibile nei confronti della religione poteva portare ad accentuare il contrasto tra scienza e Bibbia , ma di fatto personalit quali Galileo e Newton non misero mai in dubbio la perfetta compatibilit fra il proprio operato fisico e la fede cristiana . Le dimensioni fisiche dell’ universo , quindi , continuavano a rimanere tanto per gli scienziati ( che volevano rimanere fedeli alla Bibbia ) quanto per la gente comune piuttosto ristrette e in molti erano ancora convinti che il mondo fosse stato creato da Dio 4004 anni prima della nascita di Cristo . Certo Aristotele aveva perso buona parte della sua autorit e cominciava ad essere messo in discussione , ma l’ ampliamento della conoscenza delle civilt asiatiche stava producendo un nuovo effetto imprevisto . Il generale allargamento della prospettiva storica port allora a un atteggiamento pi critico nei confronti dei testi sacri e classici e non manc chi arriv a trattare la Bibbia come un qualsiasi testo e non come l’ infallibile parola di Dio , rivelando tra l’ altro le incongruenze di tali testi . e la geologia , che si stava all’ epoca affermando , nell’ esaminare i fossili e i procedimenti di erosione port alla conclusione che i 6000 anni concessi dalla Bibbia non bastavano per spiegare fenomeni cos antichi . Nel 1700 la ricerca scientifica ottiene buoni risultati ; ma questo in fondo era gi accaduto nel 1600 : ci che accade nel 1700 e non nel 1600 che le novit scientifiche diventano rapidamente patrimonio comune di un maggior numero di uomini , essenzialmente per due fattori : la diffusione dell’ alfabetismo e la nascita di strumenti capaci di trasmettere con facilit le nuove conoscenze . Va senz’ altro notato come in questo periodo si moltiplichino i giornali quotidiani , approfittando anche dell’ attenuazione dei controlli censori sulla stampa : da questo punto di vista , l’ Inghilterra senz’ altro il paese pi ” libero ” , anche perch qui la censura era stata addirittura abolita ( 1695 ) . Questa apprezzabile alfabetizzazione non fa altro che conferire all’ illuminismo e ai suoi pensatori un carattere tipicamente divulgativo : ci si vuole rivolgere al maggior numero possibile di persone e quindi non si deve scrivere in modo complesso : ecco allora che il latino perde terreno e al trattato filosofico si preferisce il romanzo filosofico , comprensibile anche per un pubblico di media cultura . Se l’ Inghilterra si libera della censura , la Francia invece riesce a scrollarsi di dosso il clima cattolico intollerante e bellicoso che aveva caratterizzato il periodo in cui aveva governato Luigi XIV . Con questa liberazione Parigi torna a diventare la capitale intellettuale del paese ; nella prima fase del 1700 Parigi era gi il pi grande centro di produzione di idee e il francese si era affermato come lingua internazionale . E proprio a Parigi e in generale in Francia si avvia un rapido sviluppo di una produzione letteraria dotata di una forte carica di critica intellettuale nei confronti delle istituzioni politiche e , soprattutto , religiose . Spontaneamente questo ” esercito ” di saggisti e scrittori si diede un’ identit collettiva , una vera coscienza di partito di opposizione , seppur privo di influenza politica . Essi si chiamarono e si fecero chiamare ” filosofi ” e si attribuirono il compito di sgretolare con i ” lumi della ragione ” tutto ci che la pesante e morta eredit dei secoli passati aveva trasmesso a un’ epoca che doveva essere una dinamica transizione verso un futuro di progresso e rinnovamento . In Francia si parla di filosofia dei lumi , altrove , in modo pi generale , di illuminismo . Ma in fin dei conti che cosa l’ illuminismo ? Il filosofo tedesco Kant risponde a questa domanda con un breve testo intitolato : ” Risposta alla domanda : che cosa l’ illuminismo ? ” ; egli d una definizione che , pi che alle manifestazioni storiche del movimento , bada alla trasformazione dell’ atteggiamento intellettuale e culturale che esso comporta in ciascun individuo . L’ illuminismo uscire dallo stato di minorit intellettuale , divenire maggiorenni sul piano razionale e imparare a pensare con la propria testa , staccandosi nettamente dalla superstizione . Kant definisce cos l’ illuminismo : ” L’ illuminismo l’ uscita dell’ uomo dallo stato di minorit che egli deve imputare a se stesso [ . ] abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza ! E’ questo il motto dell’ illuminismo ” . Rousseau , pensatore francese , dir : ” grande e bello spettacolo veder l’ uomo uscir quasi dal nulla per mezzo dei suoi propri sforzi ; disperdere , con i lumi della ragione , le tenebre in cui la natura l’ aveva avviluppato ; innalzarsi al di sopra di se stesso ; lanciarsi con lo spirito fino alle regioni celesti : percorrere a passi di gigante , al pari del sole , la vasta distesa dell’ universo ; e , ci che ancor pi grande e difficile , rientrare in se stesso per studiarvi l’ uomo e conoscerne la natura , i doveri e il fine ” . E’ innegabile il rapporto di parentela tra l’ et del razionalismo (1600) , ossia l’ et dell’ indiscussa onnipotenza della ragione umana , e l’ illuminismo : evidente come vi siano analogie con l’ illuminismo , che prende il nome proprio dai lumi della ragione . Tuttavia tra razionalismo e illuminismo possono essere ravvisate anche differenze : il 1600 l’ epoca in cui si riscopre , dopo un lungo periodo di svalutazione durato tutto il medioevo , la ragione umana e come ogni scoperta appena fatta vi la tendenza ad entusiasmarsi troppo e a non vederne i limiti : ecco allora che nel 1600 i filosofi ripongono tutta la loro fiducia nella ragione in modo acritico , senza domandarsi se essa abbia dei limiti o meno . Nel 1700 , invece , dopo cento anni che questa riscoperta stata introdotta , ci si comincia a chiedere se la ragione abbia dei limiti o meno : certo l’ illuminismo figlio del razionalismo in quanto si predilige la ragione ad ogni altro strumento di indagine , ma l’ approccio con la ragione stessa risulta diverso , pi ponderato e critico . Ma a questo punto sembra che con l’ illuminismo si ritorni al medioevo perch in fondo gi San Tommaso , che nutriva grande fiducia nella ragione , si era chiesto fin dove potesse arrivare . La vera differenza tra illuminismo e medioevo che mentre per il medioevo la ragione limitata da Dio stesso , per l’ illuminismo i limiti della ragione sono imposti dalla ragione stessa : questo lo posso conoscere , quest’ altro no . Locke , filosofo preilluminista , definisce la ragione come una candela che ci illumina il cammino ; s l’ unica luce che possa illuminarci il cammino , ma rimane comunque una luce fioca , che non pu tutto . E’ anche interessante la metafora di cui si avvale il pi grande filosofo illuminista , Kant , nella Critica alla ragion pura : egli dice di aver istituito il tribunale della ragione : la ragione contemporaneamente sia giudice sia imputato : si vedono i limiti e si d un giudizio , ma a dare il giudizio proprio colei che accusata , la ragione . Ecco allora che per gli uomini del 1700 la ragione non pi un qualcosa di illimitato come era per gli uomini del 1600 , ma tuttavia l’ unico mezzo a nostra disposizione per conoscere la realt . Tutti gli illuministi hanno grande fiducia nella ragione umana e nel futuro e grande svalutazione del passato , visto come somma di errori scientifici , ingiustizie sociali e superstizioni religiose ; soprattutto contro il Medioevo che si scagliano i pensatori settecenteschi , che nutrono grandi speranze nel futuro , che ai loro occhi sar migliore perch retto non dalla tradizione e dalla religione , bens dai lumi della ragione , una ragione uguale dappertutto : non si deve fare questo perch lo dice la Chiesa o la tradizione , ma perch la ragione dice che giusto . Ecco allora che l’ illuminismo ha come sfondo l’ utilitarismo , ossia il far felici con la ragione il maggior numero possibile di uomini ; e il futuro consiste nel progresso : gli illuministi , di fronte all’ antico quesito se il bene consiste nel futuro o nel passato non esitano a scegliere il futuro . E quest’ idea in buona parte l’ hanno derivata dal Cristianesimo ( l’ acerrimo nemico degli illuministi ) che , a differenza delle concezioni classiche del tempo in chiave circolare , colloca l’ uomo su una linea retta strutturando la storia in punti che volgono al progresso : da Adamo fino alla redenzione . All’ atteggiamento illuministico dunque connesso un sostanziale ottimismo , una fondamentale fiducia nel futuro e nel carattere progressivo della storia umana . La ragione a cui l’ illuminismo affida il compito di rischiarare l’ umanit non per la ragione assoluta di Cartesio , dalla quale scaturiscono deduttivamente i sistemi metafisici della realt , ma piuttosto una ragione scientifico strumentale che , per il suo condizionamento empirico , assai vicina a quella di Locke e di Newton ( e , pi alla lontana , di Galileo . Pur avendo un’ identit collettiva , questo fronte di scrittori costituenti il partito dei filosofi , non avevano un’ identit di vedute su tutti i problemi : su parecchi problemi scientifici la pensavano in modo divergente tra loro , ma soprattutto interessante notare la differenza nelle opzioni politiche e religiose : tra i filosofi ci furono sia atei dichiarati sia sostenitori dell’ esistenza di Dio , con le pi diverse sfumature gli uni dagli altri ;
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c’ era chi vedeva nella natura la realizzazione di un progetto divino e chi invece pensava che la natura fosse autosufficiente . Ma almeno su un punto tutti i filosofi illuministi erano d’ accordo : il radicale rifiuto della Chiesa cattolica (“schiacciate l’ infame” era uno dei motti), con la sua intolleranza universale , i suoi dogmi inaccettabili per la ragione , il suo appoggio ai regimi tirannici , il suo ruolo di divulgazione dell’ ignoranza e la sua superstizione pi profonda . L’ anticlericalismo dei filosofi talvolta era davvero infuocato ; non mancarono coloro che videro nella religione un grande inganno intessuto dai preti di tutte le epoche per tenere i popoli nell’ ignoranza e nell’ impotenza . Tuttavia vi furono anche illuministi ” simpatizzanti ” nei confronti della religione , nella quale vedevano un fenomeno naturale con un nucleo razionale ( l’ esistenza di un Dio buono e ordinatore del mondo ) . Senz’ altro l’ atteggiamento religioso pi diffuso presso le compagini dei filosofi illuministi fu il deismo , ossia il credere nell’ esistenza di Dio solo sulla base di argomentazioni razionali , rifiutando ogni forma di rivelazione , un p come aveva fatto Aristotele a suo tempo vedendo la divinit come ” primo motore ” , come ” causa incausata ” . Non si tratta , certo , di ateismo , tuttavia evidente come sia assurdo pregare una divinit come quella in cui credevano i deisti , una divinit che di umano non ha nulla e che pu essere colta non con la fede , bens con la ragione : non un Dio a immagine e somiglianza dell’ uomo ( come invece vuole il ” teismo ” ) , bens una sorta di principio metafisico garante dell’ ordine nel mondo . In qualche modo il pensiero anti cristiano degli illuministi contribuir ad una vera e propria scristianizzazione tipica del 1700 ; tuttavia sarebbe errato pensare che solo gli illuministi abbiano portato a questa laicizzazione della societ : merita allora di essere ricordata la massoneria , ossia l’ associazione segreta che si suppone essersi sviluppata dalla corporazione medioevale dei muratori ; essa , nata in Scozia ed Inghilterra , divenne una vera e propria societ e con diramazioni dislocate in tutta l’ Europa . Come gli illuministi , anche la massoneria propugnava il deismo , per in modo pi ” terra a terra ” , pi comprensibile a tutti : se il popolo si scristianizz non fu certo perch leggeva le opere dei filosofi illuministi , ma per via della massoneria e del suo ruolo intermedio di societ n nobile n popolare . Tuttavia nell’ illuminismo troviamo anche vere e proprie posizioni atee : viene ripresa la definizione di Cartesio dell’ uomo come animale macchina dotato di anima ; ma ad essa si preferisce quella di animale macchina senza anima ; un ateismo radicale . Ma illuminismo non significa solo anti cristianesimo ; nel 1700 presso i filosofi nasce il gusto della scoperta per il nuovo , magari con soluzioni spericolate , il che spiega bene la grande passione di questi pensatori per le forme enciclopediche e per i romanzi filosofici , tipici del 1700 ; nasce anche l’ interesse per civilt diverse rispetto a quella europea : cos come la Terra non pi al centro dell’ universo , comincia ad affacciarsi l’ idea che l’ Europa non sia pi il centro della Terra . E’ interessante citare a proposito le ” Lettere persiane ” di Montesquieu nelle quali si immagina un gruppo di persiani in visita a Parigi che descrivono tramite lettere ai loro corrispondenti iraniani vita e costumi di una societ cattolica e assolutistica , con sguardo distaccato , nella loro nuda oggettivit : l’ ovvio e il quotidiano diventano l’ assurdo e il grottesco e il lettore viene abituato all’ ottica del relativismo culturale : la Francia e l’ Europa non sono pi il centro , ma solo un angolo del mondo ; ci che a noi europei pare banale e ovvio perch ci siamo abituati , agli Iraniani sembrer ridicolo e bislacco . Una simile operazione , naturalmente , la si potr compiere con un cinese o con un pellerossa . Si pu anche addurre come esempio dell’ interessamento degli illuministi per le civilt straniere il mito del buon selvaggio , sostenuto da Rousseau , che , a differenza degli altri illuministi , tende a vedere nel progresso qualcosa di fortemente negativo , destinato ad aumentare sempre pi la dusuguaglianza tra gli uomini ; ecco allora che egli sintetizza questo concetto nell’ idea del buon selvaggio , non corrotto dalle tradizioni e che con la sua ragione pu arrivare ad una concezione di Dio pi pura e veritiera di quella di un teologo cattolico . Rousseau riscopre quindi una nozione moderna di primitivo , capace di illuminare il passato e la storia della civilizzazione umana . Se vero che presso gli illuministi affiora l’ interesse per le culture diverse , tuttavia dobbiamo specificare che l’ Europa finisce comunque per rimanere al centro : in altre parole , l’ esame che Montesquieu e Rousseau fanno di civilt lontane ed estranee all’ Europa non volto effettivamente a conoscere meglio le medesime , ma a vedere l’ Europa e gli Europei da un altro punto di vista . Ma il manifesto del partito illuminista senz’ altro l’ Enciclopedia , un’ opera mastodontica prevista in 17 grandi volumi che illustra attraverso i suoi articoli disposti alfabeticamente i progressi della scienza e della tecnica e che discute con la libert consentita dal sistema di censura francese i grandi problemi teologici , filosofici e politici . La direzione del progetto era stata affidata a uno dei pi vivaci e originali pensatori illuministi , Denis Diderot , e al matematico famoso un p ovunque d’ Alembert : l’ intero partito dei filosofi era stato chiamato a raccolta per dar vita a quest’ opera di ampio respiro , baluardo della filosofia illuministica . L’ opera pot superare tutte le opposizioni ( forti erano soprattutto quelle dei gesuiti ) e godette perfino dell’ appoggio di molti aristocratici . Le vicende dell’ Enciclopedia sono esemplari : dimostrano come la cultura illuminista non tema rivali e come coi lumi della ragione tutto pu essere vinto . Tuttavia dobbiamo dire che la forma enciclopedica , di misure mastodontiche , non era la sola forma di stesura : c’ erano , come accennavamo , i romanzi filosofici e in pi anche il pamphlet , breve e non tecnico , alla portata di tutti . Molti studiosi hanno pensato che l’ illuminismo fosse una cultura tipicamente borghese , cosciente della propria opposizione globale alla societ del tempo . Per non del tutto corretto : infatti i borghesi non leggevano i testi illuministi in quanto totalmente assorbiti da attivit pi proficue ; essi circolavano soprattutto nei salotti aristocratici e non quindi scorretto affermare che l’ illuminismo fin per diventare una manifestazione dello scetticismo dell’ aristocrazia e della sua perdita dei valori tradizionali . Detto questo , bisogna ora affrontare le posizioni degli illuministi in ambito politico : gli illuministi erano tutti grandissimi ammiratori del sistema liberale inglese ed erano tutti d’ accordo su alcuni punti essenziali : la completa libert di religione , la fine del potere culturale della Chiesa cattolica , la libert di stampa ( come gi avveniva in Inghilterra ) , l’ abolizione dei privilegi fiscali , il netto ridimensionamento dell’ assolutismo regio . Ma anche in campo politico , come in campo religioso , non ci fu mai una totale identit di idee tra gli illuministi . Nel 1734 , nelle ” Lettere filosofiche ” Voltaire prende in esame il sistema parlamentare inglese ; nel 1748 Montesquieu argomenta in favore di tale sistema nella sua opera pi importante , ” Lo spirito delle leggi ” : a suo avviso il sistema delle leggi di ciascun paese ha uno spirito , una logica occulta e quindi esse non sono il risultato del caso ; il che deve rendere consapevole chi cerca di attuare dei progetti di riforma che non tutte le evoluzioni sono facili o possibili . Un riformatore che non tiene in considerazione la struttura sociale di un paese , delle sue tradizioni , della densit umana , dell’ estensione geografica e dei determinismi ambientali destinato a fallire . Le leggi non sono soltanto il prodotto della volont del legislatore , ma ” intese nel loro significato pi ampio , sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose ” , dice Montesquieu . Egli ravvisa tre modelli fondamentali : 1 ) repubblicano : , fondato sulla virt e sulla libert ( repubblica romana e cantoni svizzeri ) ; 2 ) tirannico : ispirato dalla paura dei sudditi ( in ultima istanza schiavi ) nei confronti del sovrano tiranno : il sovrano padrone assoluto del popolo ( civilt orientali , Russia ) ; 3 ) governi temperati ( o moderati ) : c’ un monarca e il rapporto monarca sudditi temperato da corpi intermedi : il suddito non mai completamente solo di fronte al sovrano . Montesquieu convinto che queste tre forme siano dettate dalle condizioni climatiche : la tirannide tipica delle grandi pianure ( Russia ) dove la societ , quasi come il terreno , si appiattisce : il cittadino solo di fronte al sovrano , che su di lui pu tutto . Le migliori sembrano le piccole repubbliche , ma esse vanno bene solo su territori ridotti ; quindi i pi adatti per l’ Europa sono i regimi temperati , le monarchie costituzionali : se la Francia non degenera in tirannide , secondo Montesquieu solo perch il regime temperato da organi intermedi quali l’ aristocrazia e il parlamento . Montesquieu guarda con simpatia al sistema inglese , ma sa di non poterlo trasferire in Francia in maniera pura e semplice . Dell’ Inghilterra bisogna secondo lui imitare soprattutto un elemento , la pratica di dividere il potere tra istituzioni diverse , la migliore procedura per evitare la tirannide : la magistratura dovr essere totalmente dipendente dal potere del governo , il parlamento dovr emanare leggi generali ,
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il re e il suo governo dovranno eseguire le leggi e svolgere

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Sono tanti i gigliesi sparsi nel mondo, ognuno con una propria storia da raccontare.

Noi abbiamo deciso di raccontarvi ogni settimana la storia di Alessandro Bossini, un isolano partito dall del Giglio verso l per esplorare il continente oceanico in un modo insolito: con un sacco a pelo, una bicicletta (fedele compagna di viaggio) e tanta voglia di esplorare il mondo.

Alessandro non nuovo ad avventure stravaganti ed originali, ultima delle quali il viaggio in bici da Valencia a Firenze attraversando in poche settimane i pi variegati paesaggi pirenaici ed alpini.

Dunque, con cadenza settimanale, vogliamo rendere partecipi tutti coloro che ne sono interessati del suo “Australian Trip” attraverso i racconti che egli stesso ci fa pervenire riguardo le sue intriganti avventure che ogni giorno si trova a vivere.

CAPITOLO 22bis (Fuori piove ):Fuori piove.

I contorni degli oggetti sono corde di violino. Tutto vibra, oscilla su linee confuse e basta un leggero movimento della testa ad imbrogliare le immagini in torbidi gorghi la realta e un riflesso distorto nelle proporzioni.

A stento riesco a scrivere, lunghe pause tra parole e parole ma ho troppi incontri da raccontare cerchero di non influenzare l di questi giorni con lo stato febbrile in cui mi trovo.

A Brisbane ero rimasto Dopo le vie del centro ho attraversato tutti i ponti che cuciono la citta tagliata dal fiume. Le rive sono adombrate da alberi che scendono dall senza spiegare quale sia il tronco, stanno la come funi erte al magico suono d flauto.

Parchi alternano fontane al dondolio d studenti camminano con zaini sulle spalle, e c chi corre respirando il verde dei prati.

Il mattino qua inizia con il sorgere del sole e l stappa il rossetto alle 5:00. Canoe rigano le acque che ancora il buio si strascica d ciclisti attendono in piccoli gruppi i ritardatari, vita gia pulsa ed ai galli non resta che svegliare le galline.

Zephir e il figlio di Michel e Jude. Gli ho telefonato per incontrarlo e mi son fermato a dormire da lui.

Una giornata da studente universitario giro in macchina ad aiutare un amica a traslocare, birra sulla spiaggia e spaghetti all cioe cucinati da me!

Certo sarebbe stato bello vivere in questo paese come studente, frequentare qualche corso di inglese, avere un posto sicuro dove tornare la sera

Guardo il tramonto dalla finestra, e pieno di luci e si vede anche il mare sorrido. Il viaggio, per ora, e la mia strada.

Il mattino seguente il cielo era sereno, la citta muoveva i sui primi passi nel silenzio, e la bici gia scalpitava per riprendere il cammino ma Brisbane aveva in servo per me ancora un altro incontro.

> mi aveva scritto mamma in una e mail.

Daniele e ambasciatore italiano e lavora presso il consolato.

Abbiamo cenato assieme. Ho raccontato dei miei viaggi, lui dei suoi. Ha viaggiato per il mondo prima imbarcato, poi per conto del ministero degl Parte delle sue storie ancora risuonano nella mia testa grazie Daniele.

Chissa se si e reso conto del grande regalo che mi ha fatto Chissa se si e reso conto che gli brillavan gl parlando del cielo d Ho lasciato la sua casa all Dalla terrazza lo sguardo attraversava le luci dello Story Brige, ancorata sotto qualche barca dondolava.

Man mano che mi allontano il panorama cambia lentamente. Le abitazioni si fanno piu rade, la campagna prende spazio e odori improvvisi arrivano da piantagioni ancora invisibili.

Il muggito delle mucche si mescola alle tonalita dei gialli, campi di mais chinano il capo sulle note del vento, ed infine canne da zucchero squadrate in verdi parole d fresca.

Poi foreste dagl aggrinziti pendono i loro scuri frutti grida acute echeggiano nelle ombre qualcosa apre le ali e vola planando su d nero mantello di velluto.

Ma sono pipistrelli giganti!!
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!

Non credo siano pericolosi ma poche macchine circolano per queste strade e tutto d tratto mi ricordo che ho fretta VIA a 40 km all Il cielo anche muta i suoi colori ha un occhio azzurro ed uno cieco.