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mi chiedevo se bisogna adottare qualche accorgimento per proteggere nel tempo i materiali naturali da eventuali parassiti e se nel tempo le hackles possono perdere lucentezza o rovinarsi, se hanno insomma una lunga durata senza rovinarsi

Anch li metto in un cassetto, in un angolo il più asciutto possibile, nello stesso cassetto ho inserito la vecchia naftalina antitarme. Per evitare l cattivo odore e lo sfarinamento del prodotto, ho preso dei contenitori delle pellicole fotografiche, ho praticato 5 o 6 fori sul coperchio e ho inserito un paio di palline di naftalina. Possiedo alcuni colli e pelli da circa 20 anni e sono rimasti intatti.

Oggi ci sono prodotti antitarme di odore gradevole, credo che possono andar bene anche questi.

quando cominciai a voler intraprendere l’autocostruzione, meno di un anno fa, ritirai un po alla volta del materiale fra cui qualche collo di gallo di colore e marca diversa, con la mia inesperienza ritiravo e accumulavo materiale dopo un rapido sguardo, incapace di giudicarne la bontà conservavo il tutto in un cassetto dedicato, fra questi un collo metz 2 blue dun usato poco o niente che a distanza di tempo mi è tornato utile usarlo proprio in questo periodo e notavo che rispetto ad altri presenta diverse hacles senza le punte sia alla fine della hacles che in alcuni piccoli tratti sui lati, mi sono quindi allarmato,

ora non so se mi è arrivato in quelle condizioni e in questo periodo si è rovinato ulteriormente, sarebbe un bel guaio visto i costi se succedesse anche con gli altri per via della presenza di parassiti,

Farius mi hai fatto notare una cosa importante, ho conciato infatti con il solo sale qualche collo di uccelli acquatici che un mio amico cacciatore mi ha gentilmente fornito, cosi come alcune piume e ali di beccaccia tenute in alcune bustine di carta che anche se in cassetti separati alcune volte sono venuti a contatto, quindi seguirò i vostri preziosi consigli, mi avete tranquillizzato grazie a tutti

c stato un periodo in cui mi dilettavo a produrre piccoli oggetti in pelle e avevo anch la necessità di conservare i miei ritagli al riparo dai parassiti: innanzitutto li conservavo in un cassetto fresco (per evitare l e asciutto (per evitare l dell mettevo sul fondo del cassetto delle tavolette di canfora (è una resina naturale che si consuma senza lasciare residui di polvere come fa la naftalina, che è invece una resina sintetica ricavata dal petrolio), un paio di volte all svuotavo il cassetto per pulirlo e rinnovavo le tavolette di canfora.
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Da ormai quasi un mese è al lavoro il comitato che selezionerà una cinquina di candidati a dirigere molti dei principali enti di ricerca italiani da sottoporre al ministro, che poi, sulla scorta delle indicazioni ricevute, provvederà a nominare i nuovi presidenti. Lo sapevate? Ecco, appunto.

Il comitato è composto di cinque scienziati di fama, tutti degni della massima stima. Sono:

Francesco Salamini (coordinatore del comitato), già professore di botanica e fisiologia presso la Facoltà di agraria dell’Università di Piacenza e direttore del Dipartimento di miglioramento genetico e fisiologia delle piante della Max Planck Gesellschaft zur Frderung der Wissenschaften di Colonia dal 1985 al 2002;

Gaetano Lombardi, del Dipartimento di endocrinologia ed oncologia molecolare e clinica dell’Università “Federico II” di Napoli;

Angelo Spena, direttore del Laboratorio di fisica tecnica ambientale all’Università di Roma Tor Vergata;

Pasquale Pistorio, ingegnere elettrotecnico, ex presidente di STMicroelectronics e membro del direttivo di Confindustria;

Fabiola Gianotti, fisica subnucleare e portavoce dell’esperimento ATLAS al Large Hadron Collider del CERN.

La cinquina è stata nominata dal ministro Gelmini il 2 maggio e si è messa subito al lavoro. Tanto che il 20 maggio sul sito del MIUR veniva pubblicato l’avviso di chiamata pubblica per le candidature alla guida dei seguenti enti:

CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE :selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 7 dello Statuto);

AGENZIA SPAZIALE ITALIANA: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto)

e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE: selezione per la nomina di due componenti del Consiglio Direttivo (art. 12 dello Statuto) uno dei quali andrà a far parte della Giunta Esecutiva (art. 14 comma 3 dello statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI ASTROFISICA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 6 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 6 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI OCEANOGRAFIA E DI GEOFISICA SPERIMENTALE : selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

STAZIONE ZOOLOGICA “ANTON DOHRN”: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto).

ISTITUTO NAZIONALE DI RICERCA METROLOGICA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 6 dello Statuto);

CONSORZIO PER L’AREA DI RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA DI TRIESTE: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI ALTA MATEMATICA: selezione per la nomina di un componente del CdA (art. 5 dello Statuto);

MUSEO STORICO DELLA FISICA E CENTRO DI STUDI E RICERCHE “ENRICO FERMI”: selezione per la nomina del Presidente (art. 7 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 8 dello Statuto);

ISTITUTO ITALIANO DI STUDI GERMANICI: selezione per la nomina del Presidente (art. 4 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 5 dello Statuto).

Sono dodici, in tutto. E vale la pena apprezzare il passo avanti che il ministro fa segnare rispetto alla consolidata tradizione della politica italiana di selezionare i vertici degli enti di ricerca sulla base di uno spoil system che negli anni è riuscito a far assurgere agli onori delle cronache anche personaggi di rara mediocrità.

Ma come al solito in Italia le rivoluzioni sono a metà,
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e questa non è da meno.

Mi chiedo per esempio perché del comitato di selezione non faccia parte nessuno scienziato straniero, non credo che nessuno avrebbe gridato allo scandalo e forse la presenza di qualcuno al di fuori del mondo accademico italiano sarebbe stata un’ulteriore garanzia di indipendenza.

Mi chiedo anche perché i membri del comitato siano soltanto cinque. Sono pochi, e nemmeno lontanamente coprono tutte le aree disciplinari degli enti di ricerca vigilati dal MIUR. Per non parlare dell’Istituto italiano di studi germanici, per il quale forse sarebbe stato opportuno un comitato a sé, data la peculiarità della disciplina. (Mi si obietterà che non è importante che i membri del comitato siano esperti delle singole discipline, ma che abbiano dimestichezza con i metodi di valutazione. Ed è vero, naturalmente, anche se forse una minima infarinatura non guasterebbe.)

E mi chiedo, infine, perché siano stati concessi solo 20 giorni di tempo per presentare le candidature.

Ma il punto che più mi sta a cuore è un altro. Voci di corridoio mi dicono che complessivamente siano arrivate circa 150 domande, all’attenzione del Comitato di selezione. Oltre una trentina per la sola presidenza del CNR, con le loro belle informazioni articolate secondo i punti indicati all’articolo 3 dell’avviso di chiamata pubblica. Ora, il Comitato sceglierà una cinquina (ove possibile) per ogni ente e la sottoporrà al ministro. Il quale nominerà il presidente di ciascun ente secondo criteri che non ci è dato sapere.

Per questa ragione, e per altre che sarebbero ovvie in un paese civile, non mi sembrerebbe inopportuno che il sito del Ministero pubblicasse in rete, entro apposito contenitore, i nomi, i cognomi e i curricula di tutti coloro che hanno presentato la propria candidatura per la presidenza di ciascun ente di ricerca. Perché il presidente di un ente di ricerca percepisce uno stipendio pagato dai cittadini, né più né meno come il ministro, e dunque i cittadini di un grande paese democratico avrebbero il diritto di sapere chi sono le persone che si candidano e di sapere secondo quali prerogative sono selezionate.

Invece, forse, non sapremo nemmeno chi saranno i cinque selezionati dal Comitato per ciascun ente. Probabilmente saremo informati dal ministro in una conferenza stampa, o con un bel video su YouTube, che fa tanto al passo con i tempi, che gli enti di ricerca vigilati dal Miur hanno nuovi presidenti. Che sono stati scelti secondo criteri rigorosi sulla base delle loro inequivocabili qualità e capacità, con il contributo di un apposito Comitato di selezione, in nome della trasparenza. La trasparenza de noantri,
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appunto.

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Con il motore diesel più potente della sua categoria, arriva Lancia Ypsilon Sport MomoDesign, la nuova versione dalla doppia anima (look dinamico ed eleganza innata) con cui si rinnova la collaborazione di due marchi famosi nel mondo per aver contribuito allo sviluppo del design industriale italiano.

Lancia e MomoDesign, infatti, hanno creato un personalissimo linguaggio formale che fa riconoscere, senza esitazioni, una loro creazione tra i tanti prodotti di design. Come dimostrano, per esempio, gli esclusivi capi di abbigliamento e gli accessori studiati e realizzati dal Centro Stile MomoDesign: dai caschi agli orologi, dagli occhiali alle scarpe alla valigeria. Sono tutti prodotti unici nel settore della moda, proprio come uniche sono le creazioni Lancia. In questo senso, dunque, New Ypsilon Sport MomoDesign è l’esempio concreto di come un “oggetto automobilistico” possa essere riletto in chiave estetica insieme ad un altro marchio, valorizzando quei tratti espressivi che da sempre contraddistinguono Lancia: eleganza e temperamento.

Con la versione Sport MomoDesign, New Ypsilon arricchisce ulteriormente la propria offerta verso i giovani alla ricerca di una vettura sportiva, dal prezzo accessibile, che sappia regalare loro emozioni alla guida, ma mantenga quei tratti di eleganza e distintività che sono alla base del successo della compatta di Casa Lancia.

All’esterno la vettura si contraddistingue per il nuovo logo Lancia e per alcuni tocchi estetici e cromatici che rinviano agli stilemi dei prodotti firmati da MomoDesign, come dimostrano i quattro colori di carrozzeria disponibili (Nero Masaccio, Grigio Borromini, Giallo Casorati e Bianco Raffaello), abbinati all’esclusiva verniciatura in colore grigio Titanio opaco metallizzato per il portellone, il tetto e gli specchi retrovisori esterni. Completano il “vestito” della Ypsilon Sport MomoDesign le rifiniture in metalluro brunito per alcuni elementi, i fendinebbia con cornice nello stesso colore della carrozzeria, la grafica “MomoDesign” tinta su tinta di colore nero sul montante centrale e gli originali cerchi in lega da 16″ diamantati e bruniti.

Stessa impronta sportiva all’interno dove l’abitacolo rivestito in colore scuro si abbina perfettamente al nero del tessuto tecnologico Airtex per i sedili e della pelle che ricopre il volante e il pomello della leva, mentre un tocco di eleganza è offerto dagli appoggiatesta griffati Ypsilon. Per quel tocco di sportività in più sono poi disponibili i sedili in Pelle ed Alcantara Starlite nella cui foratura spicca la scritta “MomoDesign” in argento.

Chi ama guidare trova nella New Ypsilon Sport MomoDesign una compatta capace di assicurare un comportamento brillante su qualunque tracciato, regalando sempre, a chi siede alla guida come ai passeggeri, grandi sensazioni, merito delle sospensioni ad assetto ribassato e dell’impiego di freni a disco anche sul ponte posteriore.

Per quanto riguarda le motorizzazioni, dove ci si sarebbe aspettata l’introduzione di una versione turbo, come per Grande Punto T Jet nonchè il “lasciato intendere” dalla Ypsilon Sport Concept, il massimo della grinta è comunque assicurato dal brillante 1.3 Turbodiesel Multijet 16V proposto con ben 105 Cv a 4000 giri/min e una coppia di 200 Nm (20,4 kgm) a 1750 giri/min.

Dotata di un cambio manuale a 5 marce, la vettura così equipaggiata raggiunge la velocità massima di 177 km/h e accelera da 0 a 100 km/h in 10,5 secondi. Prestazioni eccellenti che ne fanno la compatta più potente della categoria. E il tutto ciò a fronte dei bassi consumi e delle emissioni di CO2 contenute, caratteristiche proprie del Multijet: 4,7 l/100 km nel ciclo combinato e 123 g/km.

La gamma Sport MomoDesign offrirà inoltre la versione benzina con motorizzazione 1.4 16V da 95 Cv dove il piacere della guida è esaltato dal cambio manuale a 6 rapporti (è disponibile anche il cambio sequenziale robotizzato DFN). Infine, per chi vuole coniugare in una compatta handling da sportiva e rispetto per l’ambiente è disponibile il 1.3 Multijet 16v da 90 CV dove il filtro antiparticolato DPF è offerto di serie.

Stile originale e ottime performance, quindi, caratterizzano la Lancia Ypsilon Sport MomoDesign. Senza contare il ricco elenco di contenuti: climatizzatore, servosterzo elettrico “Dual Drive”, radio CD Hi Fi, telecomando per l’apertura e chiusura delle porte, Follow me home, cristalli posteriori oscurati, volante e pomello cambio in pelle traforata con cuciture argento.
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ugg australia on line La strage dimenticata degli operai della Fiorentini

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ROMA Guardateli negli occhi. Guardate le loro tute da lavoro, le loro scarpe consunte. Molti erano solo dei ragazzini. Ora sono tutti fantasmi, vittime di una delle più terribili stragi dei bombardamenti Alleati su Roma. Forse la più funesta in Italia per numero di morti in un solo luogo. Una strage quasi dimenticata. Sono gli operai della fabbrica “Fiorentini”, che produceva macchinari per cantieri e aveva uno stabilimento di 10 mila metri quadrati (la metà coperti da capannoni) nella zona di Portonaccio, all’altezza del civico 364 della Tiburtina, a portata dello scalo ferroviario per poter caricare sui treni merci gli escavatori.

I cancelli della fabbrica sbarrati

Siamo nel 1944, da febbraio a Roma i bombardamenti e gli allarmi si sono fatti incessanti. Tanto che la direzione dello stabilimento ha deciso di tenere chiusi i cancelli esterni della fabbrica, altrimenti ad ogni suono delle sirene gli operai “se ne scappano a casa”, non tornano dopo il cessato allarme e la produzione rallenta e ne risente. Così quella mattina di venerdì 3 marzo, all’ennesimo urlo delle sirene, in centinaia corrono verso il rifugio antiaereo. Sono le 11 e sulla città stanno arrivando 184 Marauder che in più ondate, per un’ora e mezza, sganceranno 1.800 bombe mettendo a ferro e fuoco gli snodi ferroviari e le industrie del Tiburtino, del Prenestino e dell’Ostiense. Gli ordigni colpiranno anche il Cimitero Acattolico e la Basilica di San Paolo.

Un inferno di fiamme e di fumo

Gli operai si accalcano nello stretto e soffocante rifugio “una buca con lamiere” che non ha locali frazionati ed è una sorta di lungo tunnel nella terra a soli 3 metri di profondità (gli esperti lo chiamano “struttura tubolare in lamiera interrata”). Fa paura scendere lì sotto, ma le autorità hanno detto che può resistere, insomma lo hanno approvato. Insieme agli operai ci si stipano anche i dirigenti, gli ingegneri, le segretarie. Alcuni stanno ancora arrivando all’ingresso quando piovono le prime bombe. Una da 200 kg, con rara precisione, forse centra quasi in orizzontale la porta del ricovero. Altre due esplodono intorno. In un attimo il sotterraneo si trasforma in un inferno di fiamme e fumo. Poi la scarna copertura di terra collassa, soffocando e seppellendo vivi gli operai. I vigili del fuoco ci metteranno tre giorni per estrarre i corpi in molti casi quel poco che ne resta e allineare le bare sulla Tiburtina.

Un primo bilancio della carneficina conta 117 vittime,
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con molti feriti gravi (che moriranno nei mesi successivi) e diversi mutilati a vita. Una lapide in memoria posta nel nuovo stabilimento, che sorgerà in via Filippo Fiorentini e che di recente è stato quasi del tutto demolito, riporta però 120 nomi (116 uomini e 4 donne). E nella sepoltura comune al cimitero del Verano c’è anche il nome di un’altra donna (qui la documentazione). Secondo i giornali dell’epoca, infine, i morti furono “quasi 200”. Impossibile avere una stima esatta. Spesso ai famigliari furono date “poche ossa senza nome”, concesse dai soccorritori “perché potessero avere almeno un riferimento su cui riversare il proprio dolore”. Una di loro, che all’epoca aveva sette anni, racconta: “Mio fratello Michele, che lavorava alla Fiorentini, proprio il 3 marzo 1944 avrebbe compiuto 18 anni. Anche mio padre, Domenico, morì nel bombardamento della fabbrica e lasciò mia madre vedova con cinque figli. Domenico fu ritrovato su un albero, quasi senza un graffio, ucciso dal soffio della bomba fuori dal ricovero. Di mio fratello Michele, invece, vennero trovate una maglia e un calibro che portava sempre dietro con il suo nome sopra. Il corpo non fu mai ritrovato”.

La commemorazione delle vittime

Nei giorni scorsi nella sede del Municipio IV di Roma si è tenuto un incontro tra il presidente Emiliano Sciascia, l’assessore alla Memoria Fabrizio Donati e una delegazione dei parenti delle vittime per trovare una giusta collocazione alla lapide che riporta i nomi degli operai scomparsi e che ora si trova in un immobile a rischio demolizione. Il presidente Sciascia ha proposto di sistemare la lapide in un luogo temporaneo, dove resterà fino al trasloco del IV Municipio in una sede più moderna (previsto a breve). La collocazione definitiva della lapide sarà infatti nell’atrio della nuova sede municipale. Intanto martedì 3 marzo 2015, nel settantunesimo anniversario della strage, si terrà una cerimonia di commemorazione delle vittime in via Filippo Fiorentini, alle ore 15,
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con la partecipazione dei rappresentanti del Municipio IV e dei parenti degli operai.

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Qui sottoin versione integrale l pubblicato sul numero di settembre di Valori, dopo il qualeil colosso dell tedesco Zalando ha chiamato la redazione di Valori proponendo un incontro con il vice presidente e responsabile della logistica David Schrder. L si è tenuto il 20 ottobre scorso: un di domande e risposte sulle condizioni di lavoro nei centri logistici Zalando, di cui trovate qui il resoconto.

di Mauro Meggiolaro (da Valori 131, settembre 2015)Ognuno ha il suo colore distintivo: centinaia di magazzinieri vestiti di nero, decine di mentori in grigio, qualche tecnico in giallo, i team leader in arancio e il caporeparto in bianco. Accade ad Erfurt, Germania, nel più grande (2mila dipendenti) dei tre centri logistici di Zalando, il colosso europeo dell’ e commerce per scarpe, vestiti e accessori. Dove i “picker” (raccoglitori) in divisa nera macinano in media 15 20 km al giorno per raccogliere, da mille file di scaffali, sette milioni di articoli diversi di oltre 1.500 marchi che i clienti di 15 Paesi europei ordinano online senza sosta.

SE STAI FERMO, ARRIVA IL RICHIAMO

I mentori insegnano il lavoro ai nuovi arrivati e fanno pressione perché si mantenga il ritmo, ha spiegato sul canale ZDF la giornalista Caro Lobig che nel 2014 ha lavorato per tre mesi sotto copertura a Erfurt, riprendendo con una telecamera nascosta. Ogni “picker” ha uno scanner in mano con il quale scannerizza i prodotti che raccoglie. Il tempo tra una scannerizzazione e l’altra è misurato con precisione: se un “picker” sta troppo tempo in piedi senza camminare verso un nuovo articolo viene ripreso. Secondo quanto riportato nel servizio di Lobig, al magazzino di Erfurt gli interventi delle ambulanze per soccorrere lavoratori spossati sarebbero stati all’ordine del giorno. Camminare, camminare, camminare per otto ore al giorno a 8, 79 euro lordi all’ora, appena sopra il salario minimo di 8, 50 euro, introdotto per legge in Germania dal gennaio del 2015. Un lavoro per il quale non serve una formazione specifica: solo la forma fisica e la mancanza di prospettive migliori.

Il reportage di Caro Lobig è stato trasmesso dalla rete privata RTL nell’aprile del 2014 ma non è più disponibile online. Zalando ne ha ottenuto la rimozione e ha denunciato la giornalista per spionaggio industriale. Subito dopo la trasmissione, ha pubblicato sul suo sito internet una serie di precisazioni. Nel frattempo, ha creato un team specificamente dedicato alla “revisione della gestione dei tempi di lavoro” e all’introduzione di “ulteriori postazioni per sedersi” mentre è stato eliminato il compenso di 500 euro per i dipendenti che forniscono informazioni su furti di merce da parte di loro colleghi. vero che a Erfurt la paga oraria è ora intorno ai 9, 16 euro (lordi). Recentemente sono anche partiti i consigli di fabbrica, sia a Erfurt sia nel centro di spedizione di Brieselang (Brandeburgo), spiega Najda a Valori. Ma i lavoratori di altre imprese nella zona di Erfurt guadagnano in media 11, 21 euro all’ora per lo stesso tipo di lavoro e per 38 ore alla settimana contro le 40 di Zalando. Oltre a 925 euro di tredicesima e 1.048 euro come contributo per le ferie. Zalando paga invece un totale di 600 euro, non prevede extra per il lavoro notturno e riconosce dai due ai quattro giorni di ferie in meno. Il tutto perché la società non vuole applicare il contratto collettivo di lavoro per il commercio al dettaglio. Una condotta non certo esemplare, che è però sussidiata dallo Stato.

Negli anni scorsi Zalando ha ricevuto contributi pubblici per circa 35 milioni di euro. Il contribuente alla fine paga due volte: con i fondi statali o regionali garantiti all’impresa per far partire l’attività e, in seguito, con le integrazioni salariali per i lavoratori che guadagnano troppo poco e non riescono a mantenere la propria famiglia. Il servizio di RTL pare comunque aver sortito qualche effetto. Del resto per Zalando, che ha un rapporto diretto con il cliente finale senza l’intermediazione di punti vendita, l’immagine è tutto. Nel 2014 la società ha speso 291, 2 milioni di euro in marketing. Circa 800mila euro al giorno, destinati principalmente alla pubblicità: spot televisivi, posizionamento sui motori di ricerca, annunci pubblicitari mirati su siti internet. In percentuale dei ricavi, le spese per il marketing, sottolinea la società nell’ultimo bilancio, sono però scese dal 17, 6% del 2013 (309 milioni di euro in valore assoluto) al 13, 2% del 2014, l’anno in cui, per la prima volta, Zalando ha chiuso in utile: 35, 71 milioni di euro a fronte di ricavi per 2, 20 miliardi di euro.
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Non esistono cuccioli che appena arrivati in una nuova casa non causino qualche danno. Sebbene chi vi dà il cane vi riempia di rassicurazioni, sappiate che il nuovo arrivato ha bisogno di un certo tempo (di solito molto breve) per conoscere la sua nuova abitazione e per imparare a viverla rispettando le regole.

2 ciotole: una per l’acqua e una per il cibo, meglio in acciaio inox perché sono più igieniche, e della misura adatta alla razza, non al cucciolo! Non è utile cambiare ciotola via via che cresce.

1 tappetino imbottito: della misura giusta per la sua taglia di adulto. Mettete il tappetino sotto un tavolo, sotto una scrivania, ma anche in uno scatolone se il cane è molto piccolo. Deve sentirsi protetto, come racchiuso in una tana.

Qualche giocattolo: uno straccio arrotolato e annodato, una vecchia ciabatta sono già dei divertentissimi giocattoli per i cuccioli. Se li volete acquistare scegliete quelli che vi piacciono, ma evitate palline e giochi con fischietti all’interno. Così come i bambini, anche i cuccioli rischiano il soffocamento ingoiando gli oggetti troppo piccoli. Per lo stesso motivo, tra le palline, scegliete quelle con attaccata una cordicella.

1 trasportino: indispensabile per trasportare il cucciolo in macchina. E che sia della misura adeguata, vale a dire dove il cucciolo può stare comodamente in piedi e seduto. Tutto qui!
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Per il momento non ha bisogno di altro.

All’arrivo del cane in casa conviene togliere dalla sua portata tutti gli oggetti preziosi o a voi cari: il vostro piccolo amico potrebbe correre e buttare giù un vaso di gran valore o una lampada appoggiata da sempre su un tavolino basso. Giocate d’anticipo dunque: spostate sui piani alti tutti gli oggetti da salvare, in attesa che il cane abbia imparato a muoversi nel suo nuovo ambiente.

Non sarà però possibile togliere dalla loro portata gambe di tavoli o sedie e mobili. E i cani, si sa, adorano rosicchiare: allora sacrificate una vecchia scarpa che possa liberamente mordicchiare e riuscirete a salvaguardare mobilio (e scarpe nuove!).

Mettete al sicuro gli oggetti, ma mettete anche al sicuro il vostro cane. Ci sono delle precauzioni da osservare all’arrivo di un cucciolo in casa. Ecco alcuni oggetti che sono tra le principali cause di incidenti con gli animali domestici:

il ferro da stiro e i suoi cavi;

oggetti pesanti alla portata del cane, che possono crollargli addosso procurandogli del male;

tutto ciò che potrebbe essere urtato e cadergli addosso, come le scale e le stesse assi da stiro appoggiate al muro.

Per quanto si voglia insegnare a non sporcare, c’è qualcosa di assolutamente inevitabile: la caduta del pelo. Alcune razze lo perdono durante tutto l’anno, altre nei periodi di muta.

I peli si raccolgono facilmente con un passaggio di aspirapolvere su pavimenti, tappeti e tappezzerie. Ma per evitare di mettersi continuamente all’opera con l’aspiratore, il consiglio è quello di rivestire divani e poltrone con coperture facilmente estraibili e lavabili. Basta togliere le coperture e il vostro salotto sarà pronto per gli ospiti e le potrete lavare ogni volta che serve.

All’arrivo di un cucciolo in casa, usate questi piccoli suggerimenti per accoglierlo bene e per aiutarlo fin da subito a crescere serenamente nel suo nuovo ambiente e con la sua nuova famiglia. Non spaventatevi davanti a cuccioli attivi e giocherelloni. Devono solo imparare le regole e lo faranno in fretta!
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Il paper analizza i paesaggi sociali che nascono dalla configurazione spontanea di gruppi che si coagulano seguendo l’istinto di sopravvivenza e lo stato di emergenza e configurano frontiere degli stati nazione non più lineari ma fluide.

In questo contesto emerge una forma di socialità allargata, multiculturale dove la garanzia della dignità umana si fonda su atti di rinnovata solidarietà e che induce a cambiamenti radicali.

Il paper riporta il progetto Healthcare Design for Immigrants, un sistema di servizi destinati alle popolazioni immigrate che garantisce l’efficienza e l’accesso diffuso al sistema sanitario.

Attraverso strategie innovative in grado di attivare una nuova idea di welfare basato su un ruolo attivo dell’utente si sviluppa un’assistenza integrata in cui il cittadino immigrato è parte collaborativa nel percorso sanitario.

Il progetto per la sua attuazione necessita del supporto di una nuova generazione di servizi, prodotti e artefatti comunicativi che entrano in gioco in tutte le fasi del percorso sanitario: prevenzione, monitoring, diagnosi, cura e riabilitazione.

Nel campo sanitario l’utilizzo delle ICT offre un contributo determinante, per l’accesso facilitato ai dati e alle informazioni specifiche, per l’implementazione dei servizi sanitari già disponibili on line e per una più efficace gestione delle risorse.

Il sistema configura una piattaforma come spazio civico di dialogo tra i migranti e le strutture sanitarie locali e predispone un ambiente immateriale per accogliere, analizzare e offrire modelli alternativi di assistenza.

Nuovi paesaggi sociali nascono dalla configurazione spontanea di gruppi che si coagulano in zone facilmente raggiungibili e accessibili, nodi funzionali nelle rotte delle migrazioni clandestine.

Zone dove rifugiarsi e riorganizzare la propria vita che sfruttano lo stato di emergenza, regolato da accordi internazionali e che adottano misure per l’accoglienza insufficienti e discutibili. I paesaggi sociali che emergono sono la rappresentazione dell’attualità: le catastrofi ambientali, la povertà e la guerra sono le cause maggiori, da cui si sviluppano nuovi sistemi di vita, nuove organizzazioni sociali.

Le “invisibili moltitudini” recuperano gli scarti della società occidentale e ne traggono le risorse per affrontare le difficoltà, mitigare il disagio e adattarsi al cambiamento.

La nuova geografia che si delinea, vede l’Europa come un continente dai confini indefiniti, un’unica immensa città che accoglie le differenze più estreme che si collocano, occupando le zone interstiziali delle città.

Lo spazio geografico interstiziale della “Città Europa” funziona oggi come un dispositivo che filtra e organizza il movimento e i passaggi delle popolazioni migranti. Quest’immagine del continente che si dilata abbracciando nuove direzioni ci fa pensare a un’Europa mediterraneizzata, secondo l’idea del paesaggio multiculturale come luogo della mente, dalla natura plurale, come dalle descrizioni di Fernand Braudel (1998) del Mediterraneo.

Lo spazio della “Città Europa mediterranea” è, infatti, uno spazio propenso a inglobare paesaggi umani e tradizioni diverse, plasmato da un’incessante negoziazione tra i suoi molteplici protagonisti. La dilatazione dello spazio si propaga nelle zone periferiche e marginali, distanti e disconnesse, rivelando l’attitudine all’auto organizzazione, specifica delle formazioni sociali spontanee. Si tratta di regole relazionali ri create e ri adattate dalle popolazioni nell’incontro con realtà culturali e sociali molto diverse dalle loro.

Un nuovo modello economico si fa strada e, basandosi sullo sviluppo delle capacità umane, corrisponde al superamento del modello capitalistico in quanto si fonda sulla valorizzazione della singolarità di ciascuno e sulle capacità umane.

Secondo André Gorz (2004) la società deve puntare sullo sviluppo del singolo: “laddove una delle priorità sarà quella di individuare le persone e i gruppi portatori di valori e di saperi che guideranno questa transizione in seno alle imprese e alle istituzioni” (p. 21).

Il raffronto che ne deriva, è tra sapere, valore e capitale, elementi che ci guidano nella comprensione dell’enorme sviluppo che ha assunto nel tempo l’economia della conoscenza: “il sapere è una capacità pratica, un saper fare che non implica necessariamente conoscenze formalizzabili [], né tantomeno i saperi sensibili del corpo sono facilmente codificabili e non si possono apprendere se non con la pratica e l’apprendistato” (p. 22). Questo processo prevede l’emancipazione del capitale umano dal capitale; secondo A. Gorz (2004), un esempio è rappresentato dagli “artigiani del software e delle reti libere” (p. 22) che, essendo detentori di un sapere di alto livello tecnico, si oppongono alla privatizzazione dei mezzi di accesso a un sapere condiviso, bene comune dell’umanità.

Questi strumenti sono essenziali per lo sviluppo del sé nella trasformazione dell’umanità da strumentale “forza lavoro” in “forza indipendente” (p.

proprio in questo contesto sociale che il design può predisporre strategie progettuali che integrino pratiche sostenibili con tecnologie e metodi innovativi.

Il design strategico e il design dei servizi sono gli ambiti disciplinari attraverso cui sviluppare sistemi collaborativi e sperimentare modelli di partecipazione per la gestione delle domande di innovazione sociale (Cipolla, 2009).

Grazie alla sperimentazione di nuove forme di collettività gli individui diventano attori di un processo: individuano soluzioni flessibili, personalizzate e aderenti alle proprie capacità di interazione e verificano i risultati, sviluppando una nuova forma di welfare (Cipolla Manzini, 2009).

La diffusione di una società dell’accoglienza, caratterizzata dal dialogo interculturale, dalla mediazione sociale e dall’affermazione del diritto alla salute, è la premessa su cui muove il progetto di ricerca Product Service Design for Immigrants (PSDFI).

L’approccio progettuale si propone di sperimentare nuovi processi creativi in grado di fare emergere le problematiche sociali, individuare le aree di opportunità della disciplina del design e formulare le possibili soluzioni.

L’azione principale è quella di costituire un network con varie funzioni tra cui l’acquisizione e l’elaborazione dei dati, la consultazione e l’archiviazione delle cartelle sanitarie dei singoli utenti con l’obiettivo di realizzare una connessione diretta tra operatori del servizio pubblico sanitario, gli attori locali, le Ong e le popolazioni di immigrati.

Nel 2009 il progetto Mighealtnet, information network on good practice in health care for migrants and minorities in Europe, diffuso in sedici paesi, ha perseguito un simile obiettivo: fornire un sistema di servizi per rispondere alle esigenze generate dell’incremento della diversità della popolazione europea.
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Curiosit il 6 gennaio, presso il Comune di Salerno: la Befana con le scarpe tutte rotte, un gran nasone, casco in testa, per questa volta non arriver di notte, ma nel mezzo della mattinata dell precisamente alle ore 11.30. La vecchina pi amata dai bambini scender con la sua scopa calandosi da Palazzo di Citt per giungere in piazza Amendola. La sezione di Salerno del Club Alpino Italiano, grazie al suo gruppo speleologico,
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regaler cos un momento di gioia a grandi e piccini che assisteranno all spettacolo.

Sar allestita per l dunque, una teleferica a doppia corda portante, con l di tecniche e attrezzatura speleo: il suo punto di partenza sar situato sull piano del Palazzo Municipale, lato prospiciente Piazza Amendola, con arrivo e termine nell di parcheggio sottostante. Sulla teleferica, verr calata una socia del gruppo travestita da befana. La discesa avverr nella maniera pi lenta possibile in modo da poter impegnare l e la curiosit dei bambini che assisteranno alla scena. Una volta giunta a terra Befana distribuir calze e dolciumi ai piccoli presenti donati dalla sezione del Club Alpino. comunale sottolineano gli organizzatori ha appoggiato l mettendo a disposizione mezzi e personale. Un grazie doveroso all per la sensibilit dimostrata e in particolar modo al Consigliere, l Antonio D che ha contribuito alla sua promozione hanno concluso.
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La lampadina che levita, la stazione spaziale cinese, un pancreas artificiale, patate arricchite di vitamine e una protesi per bambini compatibile con i pezzi di Lego: sono alcune delle invenzioni scelte dalla rivista Time come “le migliori dell partire dal 2012, la nota rivista ha selezionato le invenzioni migliori ispirandosi all sociale che esse hanno avuto o potrebbero avere. Sono 10 le invenzioni più rappresentative e tutte molto interessanti sotto ogni punto di vista.

Pensiamo al casco della bicicletta che può essere piegato per un facile trasporto, il Solar Roof, le piastrelle che riescono a catturare la luce solare e prodotte sotto il marchio Tesla o un sistema per costruire campi di calcio in spazi ristretti del centro di Bangkok. Vogliamo continuare? Le matite che emettono vapore di marijuana e che agiscono come analgesici, l che oltre ad essere sveglia aiuta a migliorare la qualità del sonno; e, infine,
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una serie di piatti e bicchieri progettati per facilitare le persone con deficit cognitivi.

Ma la lista è lunga e potrebbe continuare, fino a comprendere un asciugacapelli con un impercettibile motore per l umano o il termometro che può misurare la temperatura senza toccare il paziente e in 2,5 secondi; ma c anche la macchina elettrica poco costosa, insieme al bracciale intelligente con cui l vuole contribuire ad alimentare i bambini delle zone povere del mondo. E, non ve lo sareste mai aspettati forse, anche le cuffie senza fili di Apple, ovvero gli AirPods;o Amazon Eco Assistant, il purificatore d Wynd e nuovi tipi di Barbie con aspetti più realistici.
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Scriveva all del secolo scorso l Tom Longstaf: Triglav domina un mondo di sogno, un mondo in cui scompare la nozione del tempo, un mondo ricco di angoli reconditi e d fenditure e brecce dove all appaiono forme rocciose che hanno dell

Già, irreale. E l che forse più di altri si adatta a quest selvaggio delle Alpi Giulie slovene. Più si sale, più lo scenario del monte più alto del paese diventa rupestre e lunare: il mondo del Triglav, il Tricorno, è fatto di pietra bianchissima, pareti verticali che si perdono nel cielo, burroni senza fine, desolati altipiani modellati dai millenni. In quota, il vento e l hanno sagomato la roccia calcarea, creato superfici ondulate, scanalature, buche che sembrano orme di animali preistorici.

L del paesaggio è narrata nella leggenda di Zlatorog, il camoscio dalle corna d incaricato di custodire il fantastico tesoro nascosto in un meraviglioso giardino fiorito all del monte Bogatin. Allora la vita scorreva in armonia con la natura; le Dame Bianche, fate gentili e buone, si preoccupavano di mantenere floridi i pascoli e le foreste, ma anche di aiutare gli uomini in difficoltà. Tutto cambiò all quando un avido cacciatore, pur di impadronirsi del tesoro, sparò al camoscio dalle corna d senza però riuscire a ucciderlo. Zlatorog guarì grazie a una pianta magica, la rosa rossa del Triglav, e una volta recuperate le forze fece precipitare il cacciatore da un dirupo prima di sparire con le Dame Bianche. Alle loro spalle restò una landa desolata, il mare di pietra del Tricorno.

In realtà i chimici spiegano più prosaicamente che il paesaggio si deve all meteoritica: la sua acidità trasforma il carbonato di calcio in bicarbonato solubile scavando il suolo e alimentando torrenti che all spariscono sottoterra, per ricomparire a distanza di chilometri e formare sorgenti, laghi, fragorose cascate e fiumi spumeggianti.

All del Triglav che tra il 1920 e il 1945 segnò anche il confine del Regno d sgorgano la Soca (ovvero il tratto sloveno dell e la Sava Bohinjka. Deliziosa è la Dolina Triglavskih Jezer, la Valle dei Sette Laghi: il più basso di questi, il Crno Jezero, si trova a 1.400 metri di altitudine al margine della foresta sopra la parete Komarca, mentre il più alto, il Rjavo Jezero, a circa 2.000 metri nel cuore di un ma insospettabilmente affascinante landa carsica. Questi modesti bacini lacustri non hanno immissari né emissari, ma potrebbero essere collegati tra loro da vie sotterranee che confluirebbero prima nella cascata della Sava Bohinjka e quindi nel lago di Bohinj, il più vasto del paese. La valle rientra nei confini del parco nazionale del Triglav, istituito nel 1981, che si estende per 83.807 ettari tutelando ambienti non ancora deturpati da eccessi urbanistici e da impianti di risalita.

I paesi del fondovalle sorgono ad altitudini piuttosto modeste e non ci sono strade che portano in quota: per scoprire la montagna simbolo delle Alpi Giulie bisogna dunque camminare parecchio, superando almeno 1.500 metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa, quale che sia la direzione da cui si proviene (dall di Pokljuka che si trova una ventina di chilometri a sud ovest di Bled, da Mojstrana o anche dalla Valle di Trenta e da Ribcev Laz, sul lago di Bohinj).

Come la morfologia del paesaggio, anche l di Tricorno è legato a un figura mitologica slovena: un dio con tre teste che esercitava il proprio potere sulla terra, sul mondo ipogeo e sul cielo. La possibilità d la poco rassicurante divinità non scoraggiò il medico Lorenz Willonitzer che, accompagnato da un cacciatore e da due minatori, riuscì a raggiungere la vetta del Triglav. Riportano le cronache dell via da qui in molti punti non è più larga di due scarpe ed è costituita da rocce rotte dai fulmini. Qui gli accompagnatori di Willonitzer iniziarono a farsi timorosi; ma tutti si fecero coraggio e si arrampicarono lungo il filo della cresta fino al punto più alto

L riuscì il 26 agosto del 1778, otto anni prima della storica salita al Monte Bianco che decretò la nascita dell moderno. Oggi la scalata del Triglav è agevolata da corde metalliche che rendono meno difficili anche i tratti più esposti; all del parco sono a disposizione dell una trentina di rifugi gestiti e una buona rete di sentieri, generalmente ben segnati. Per gli sloveni salire su questa vetta (la cui sagoma troneggia sullo stemma e sulla bandiera della Slovenia) è una questione d nazionale, un pellegrinaggio al quale nessun giovane vuole rinunciare, e alcuni anni fa non desistettero dall neanche il presidente e i suoi ministri. Non c perciò da meravigliarsi se, da giugno a settembre e in particolare durante i weekend, i rifugi Trzaska Koca e Koca pri Triglavskih Jezerih sono presi d da decine e decine di escursionisti.

La salita, del resto, è tra le più belle e varie delle Alpi Giulie: dal lago di Bohinj si passa alle faggete, dai pascoli alle pietraie d quota. Il massiccio è celebre anche per la notevole varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali endemiche. Nessuno ha mai trovato la Scabiosa Trenta descritta da Baltazar Hacquet,
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neanche Julius Kugy che la cercò per tutta la vita compiendo centinaia di scalate nei luoghi più remoti. Nato a Gorizia nel 1858, il poliedrico Kugy (come tanti suoi predecessori ed emuli) fu botanico, scrittore, alpinista, esploratore e musicista; a lui va il merito di aver fatto conoscere le bellezze delle Alpi Giulie in tutta Europa e in suo ricordo restano i libri e decine di vie nuove.

Zio Giulio, come ancora lo ricordano gli alpinisti della zona, s della Valle di Trenta, posta al limite occidentale del parco del Triglav: cominciò a frequentarla da giovane, quando era più interessato alla botanica che all e nel 1878 pubblicò la prima monografia sui monti di Trenta. Anche quest delle Alpi Giulie, benché meno noto di altre località della Slovenia, offre scenari di rara bellezza, in particolare lungo il Soca. A nord di Bovec il fiume s in forre profonde, spesso attraversate da ponti di legno sospesi che danno accesso ad abitazioni rurali. Sulle sue acque turchesi si praticano kayak e rafting, anche per percorsi piuttosto impegnativi, mentre chi ama il parapendio potrà decollare da una postazione non lontana dal rifugio Mangartskemsedlu (1.906 m), ottima base di partenza per la salita al Mangart (vedi PleinAir n. 362).

in cammino per tempo scriveva Kugy sali per la via più facile e breve e rimani a lungo su quel largo osservatorio che domina i monti e il mare, e guarda, guarda! Credi a me, è un consiglio buono E arrivati in cima non si potrà che dargli ragione.

PleinAir 372/373 luglio/agosto 2003

Due le direttrici possibili: da Tarvisio continuare per la statale 54 fino a Ratece (confine di stato), quindi proseguire per Bled dove si gira a destra per Bohinjska Bistrica; da Gorizia, passata Ratece, raggiungere Nova Gorica e continuare per la strada 310 che porta a Tolmin e a Bovec. Il parco del Triglav si trova lungo questo itinerario (vedi anche PleinAir n. 335). Ecco le tappe principali: Nova Gorica, Tolmin, Kobarid (Caporetto), Bovec (Plezzo), Valle di Trenta, salita al tortuoso passo Vrsic, Kranjska Gora, Jesenice, laghi di Bled e di Bohinj.

Per entrare in Slovenia sufficiente la carta d’identit valida per l’espatrio. Per la guida basta la patente italiana.

Il periodo migliore compreso tra giugno e settembre; a inizio stagione, sui canali pi alti esposti a nord, si possono incontrare tratti gelati che richiedono cautela.

La moneta nazionale il tallero sloveno; un euro equivale a circa 235 talleri.

L’idioma ufficiale lo sloveno, ma nelle zone turistiche si parlano anche l’inglese e l’italiano.

Per chiamare dall’Italia alla Slovenia il prefisso internazionale lo 00386, seguito dal prefisso locale (senza lo 0) e dal numero di telefono. Il paese dispone di numerosi camping, in genere ben attrezzati anche per attivit sportive. Localit per localit ecco alcuni indirizzi utili.

Bohinjsko Jezero Camping Zlatorog, all’interno del parco del Triglav (aperto dal 15 maggio al 30 settembre, tel. 00386/4/5723483).

Bohinjska Bistrica Camping Danica, in un bosco (aperto dal 1 giugno al 30 settembre, tel. 00386/4/5721055).

Bled Camping Bled (aperto da aprile a ottobre, tel. 00386/4/5752000).

Bovec Kamp Polovnik, a circa mezzo chilometro dall’Hotel Kanin (aperto da aprile a settembre, tel. 00386/5/3886069).

Kamp Liza (aperto dal 15 aprile al 15 ottobre, tel. 00386/5/3896370).

Bohinjsko Jezero E’ possibile noleggiare attrezzature da alpinismo presso Alpin Sport (Ribcev Laz 53, tel. 00386/4/5723486). Per contattare guide alpine: Alpinum (Ribcev Laz 50, tel. 00386/4/5723441).

Bled Per escursioni a piedi, in canoa o in mountain bike ci si pu rivolgere all’agenzia Promontana (Ljubljanska Cesta 1, tel. 00386/4/5742605).

Bovec L’associazione Soca Rafting (tel. 00386/5/3896200), nei pressi dell’ufficio postale, propone escursioni di rafting e kayak sul fiume Soca.

Bohinjsko Jezero Le sorgenti della Sava e la cascata Savica (vedi riquadro “A piedi sul Triglav”), il Plansarski Muzej (museo del cascinaio con degustazione di prodotti tipici, chiuso il luned l’Oplenova Hisa (abitazione rurale del secolo scorso) a Studor e il Tomaza Godca (museo militare, Zoisova 15) a Bohinjska Bistrica.
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