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Riportiamo l’articolo di Mauro Furlan apparso su Peacereporter il 16 maggio scorso nel quale si parla delle attività del Techo Pinardi, centro di accoglienza notturna a Santa Cruz in Bolivia, e del nostro volontario Paolo Trevisanato.

Santa Cruz, capitale economica e crocevia dello sviluppo boliviano, fino a 20 anni fa era una piccola città. Finita l’epoca delle miniere, si è sviluppata l’agricoltura dando impulso alla coltivazione della soia e a grandi allevamenti. Questa provincia, da sola, è più grande dell’Italia ed è la parte pianeggiante della Bolivia. La città, febbricitante di commercio, è attraversata dal vento che alza la polvere, tanto che alla sera hai gli occhi che bruciano.

Nios de la calle. Il “Techo Pinardi”, progetto di accoglienza notturna per ragazzi di strada, diretto dai salesiani, è a pochi passi da Casa Mitai, nella zona centrale della città. Uno dei giorni precedenti, passando, avevamo incontrato Paolo, un giovane veneziano che da due anni fa servizio in questa casa. Ci aveva detto di tornare dopo le 7 di sera, quando i ragazzi arrivano. A Santa Cruz in questa stagione (autunno) il sole tramonta alle 18. già scuro quando arriviamo al Techo Pinardi. Un giardino, una tettoia, un piccolo campetto da calcetto, edifici a un piano tutto attorno, e una grande immagine di don Bosco giovane. Gli sguardi dei ragazzi ci sfiorano e non si fissano. Paolo compare e mi saluta, ma subito un ragazzino gli si avvicina. Lui gli chiede se si sia lavato, il ragazzino sorride e annuisce, e Paolo per capire se è vero gli annusa la testa. Poi mi chiede scusa e mi lascia perché sta seguendo un’attività.

All’ultimo goal. I ragazzi vanno e vengono: chi fa la doccia, chi va in infermeria a curarsi qualche ferita. Nel campetto da calcio, quattro ragazzini stanno giocando. Uno di loro, appena mi vede, chiede: “Facciamo una partita?”. Divide rapidamente il gruppo, chiama altri e si inizia. Non mi sono presentato, non serve. Mi metto in porta. La palla è flaccida, ma per giocare basta qualcosa che assomigli ad una palla. Io ho le scarpe, loro no: chi è a piedi nudi e chi indossa una ciabatta, ma solo sul piede che serve per tirare. La palla non vuole correre e il gioco sembra diventare una lotta libera. I ragazzini si muovono come una nuvola attorno a un pallone che non può andare lontano e il gioco diventa un corpo a corpo, una disputa piede contro piede. Comunque si riesce anche a fare goal. Ad un certo punto si stancano e spariscono.

A dama con gli scacchi.”Il Techo Pinardi è la prima tappa racconta Jesus, educatore del centro Noi qui accogliamo i ragazzi per dormire. Apriamo alle 18 per l’accoglienza, fino alle 22, e poi la mattina alle 8 tutti fuori. A chi vuole uscire dalla vita di strada proponiamo per un mese di dormire qui e durante il giorno di andare in un’altra casa dei salesiani,
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dove si studia e si fanno attività educative. Noi non spingiamo perché vadano a lavorare. Dopo un mese di lento inserimento possono andare in una delle nostre case di accoglienza”. Accanto a noi due ragazzi di 12 anni giocano a dama con le pedine degli scacchi. Quando uno di loro arriva a fare dama, la pedina si trasforma in una regina che si muove in tutte le direzioni: ogni paese ha il suo modo di giocare. Arrivano grida dal cortile. ora di andare a mangiare. Seguo il gruppo al refettorio. I tavoli sono rotondi e i ragazzi siedono sugli sgabelli. I sei educatori in piedi. Paolo prende la parola e parla delle attività e degli appuntamenti.

Gli sguardi. I ragazzi hanno volti magri, tesi, pieni delle ferite della strada. Chi ha denti rotti, chi un occhio chiuso. Tutti hanno capelli nerissimi e diritti. I volti dei poveri sono sempre pronunciati: lineamenti forti, così lontani da quelli dei fotomodelli. La maggioranza è di Santa Cruz. Osserviamo le loro mosse. Sono più controllati che sulla strada. Lì sono i padroni, si muovono agili, le regole le fanno loro, sono imprevedibili e minacciosi. Qui invece si sottomettono alle regole, pur con grandi sforzi. Lo stile resta aggressivo, giocano e si provocano continuamente. Arriva il piatto con il cibo e ancor prima che vengano distribuiti i cucchiai si mettono a mangiare con le mani. Riso, carne, pomodoro a cubetti. Divorano tutto velocemente: la fame è tanta. Gli ossi della carne li sputano al centro del tavolo.

Storia di tutti i giorni. Non serve chiedere qual è la loro storia e perché sono sulla strada: è sempre la stessa solfa. Non hanno famiglia, erano poveri, vivevano in un tugurio. Tutte storie di povere famiglie o di famiglie inesistenti o assenti. Storie di abbandono. Figli di nessuno. Naufraghi di una nave affondata nella tempesta, afferrati a una fragile tavola, a un istinto di sopravvivenza in lotta con un mare che vuole solo ingoiarli.

Entra una ragazza, vede un posto libero, si siede, reclama il piatto. Ha gli occhi lucidi: ha sniffato colla. Gli altri la prendono in giro, lei non cede, urla più forte. Nessuno molla e cominciano le minacce. Nessuno cede. Intervengono gli educatori e la spostano a fatica in un altro tavolo. la legge della strada: mai cedere, colpire per primo, mai farsi mettere sotto, mai arrendersi, tener duro fino alle botte. La ragazza ha circa 15 anni, un linguaggio e un comportamento che evidenziano un passato lastricato di aggressività e violenza.

Arriva l’infermiera con la sua scatoletta. Vaccinazione contro la rosolia. In Bolivia c’è la campagna per vaccinarsi gratuitamente. Tutti si mettono in fila, ma la maggioranza ha paura della puntura sul braccio. strano vedere ragazzi che lottano ogni giorno per sopravvivere, tremare e retrocedere di fronte a una puntura.

l’ora dello svago. C’è il corso per giocolieri. Due ragazzi tedeschi hanno portato tutti gli attrezzi: palline, cerchi, birilli, piatti, e un monociclo. Molti prendono gli attrezzi e fanno pratica, mentre più in là un altro gruppo sceglie il ping pong. Un ragazzino si allontana, lo seguo con lo sguardo e lo vedo vomitare sullerba. Dopo aver sputato tutto ritorna e mi dice che è colpa della droga che ha inspirato.

Sono quasi le 10 di sera, i due tedeschi raccolgono gli attrezzi. I ragazzi vanno a dormire. Li saluto. Uno di loro mi dice: “Zio, vieni anche domani a insegnarci il ping pong?”. Gli rispondo: “Certo, domani la seconda lezione”. Mi guarda con il suo sorriso sdentato e mi dice, in italiano: “Buonanotte”.
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(dall’inviata Patrizia Vacalebri) (ANSA) FIRENZE Le scarpe di Salvatore Ferragamo sono state portate da molti personaggi del mondo della cultura e della politica del secolo scorso e dell’attuale. Non a caso, il soprannome di Salvatore Ferragamo era “Il calzolaio delle stelle”.

Ferragamo’s Creations, la linea che propone riedizioni delle calzature personalmente disegnate e prodotte dal maestro fondatore della maison, nell’arco della sua lunga carriera, rende omaggio per la prima volta alla produzione di calzature maschili del creatore, con una limited edition di scarpe create da lui (Tra il 1950 e il 1059) per suo uso personale e per una ristretta cerchia di amici e clienti, fra i quali Danny Kaye, il Duca di Windsor o il Duca d’Aosta. “L’eleganza di una vita: storia di un gentiluomo d’altri tempi” è il titolo dell’evento con cui la maison fiorentina dà il benvenuto alla nuova collezione Ferragamo’s Creations Uomo a Pitti Uomo n.87, accogliendo circa cento ospiti a Palazzo Spini Feroni, sede storica dell’azienda sulla riva destra dell’Arno. Per l’occasione la famiglia Ferragamo ha scelto d’ispirarsi alle radici campane del maestro invitando l’attore Giancarlo Giannini a leggere alcuni brani tratti dall’ autobiografia “Il calzolaio dei sogni”. Il cantante Peppe Servillo interpreta invece una selezione di dieci canzoni partenopee accompagnato dal quartetto d’archi Solis String Quartet. Gli ospiti possono visitare anche l’adiacente boutique uomo, affacciata sul Lungarno Acciaiuoli e recentemente ampliata, dove uno degli esperti artigiani della maison offre loro l’affascinante spettacolo della creazione di una scarpa da uomo con cucitura a mano.

Com’è tradizione per il marchio, la scarpa viene declinata in diverse calzate, in ossequio a quello che fu forse l’intento principe di Salvatore Ferragamo: realizzare scarpe che calzassero sempre in maniera perfetta. Uno dei suoi insegnamenti più preziosi, ormai parte del dna dell’ azienda fiorentina. Salvatore Ferragamo, geniale innovatore che rivoluzionò il mondo della calzatura femminile con modelli innovativi che presentavano volumi inediti e utilizzavano materiali inusuali, ebbe occasione nel corso della sua lunga carriera di disegnare e realizzare anche alcune calzature da uomo. Ferragamo’s Creations, la linea che propone preziose riedizioni dei modelli originali del maestro, inaugura la limited edition di ricercate scarpe da uomo che ha l’intento di far conoscere e celebrare anche questa sua produzione meno nota. Uno dei tanti brevetti esclusivi registrati da Salvatore Ferragamo,
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la fibbia “a farfalla”, distingue due dei modelli della collezione Primavera/Estate 2015: Vacanza, monkstrap in rafia nera e capretto nero con fondo cuoio del 1959, e Man Camping, dello stesso anno, monkstrap in juta naturale e fondo in gomma fasciato con una treccia in juta, con etichetta “Man Camping by Salvatore Ferragamo”. Completa la collezione il mocassino Swing, sempre del 1959, realizzato in rafia color naturale e rifinito in vitello saddle brown. Tutti e tre i modelli per la collezione 2015 presentano l’etichetta “Ferragamo’s Creations”. Fra di essi emerge per rappresentatività la calzatura preferita da Salvatore Ferragamo, che era solito indossarla anche durante le ore di lavoro: è il modello Prima (1950), una scarpa Oxford con taglio asimmetrico sul tomaio in camoscio e vitello. Spiccano per originalità Country, del 1951, una scarpa Derby in vitello stampato e fondo con dentatura, e il tubolare allacciato in vitello naturale con fondo in gomma Shell, del 1957. Per finire, Salvatore (1959), con tomaia intera in vitello, un modello rieditato in omaggio a Andy Warhol, che lo calzava creando molte delle sue opere più importanti negli anni ’70 e ’80
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Due testimonianze che sembrano mondi lontani e che pure si erano incontrati saltuariamente per oltre un trentennio. Nell’immagine malinconica, l’artista usa solo i grigi e il nero per dipingere la realtà di un paese. Dall’altra parte l’immagine altrettanto diretta di un bambino che negli anni 60 stava assaporando le suggestioni della modernità, che al sabato sera poteva vedere nella sala parrocchiale il cinematografo, forse anche quello di Zavattini.

C’era sempre della gioiosa e rispettosa irriverenza nelle parole di Massimo, il paio di volte che gli avevo rivolto quella domanda. A distanza di tempo la figura di Zavattini gli appariva ancora lunare, estranea al paese e alla sua infanzia,

Se ne ebbero a male i Cerretani di quel giudizio di Zavattini, come più tardi di un documentario Rai sul “ritiro” dell’artista nel paese dove venivano ripresi in abito da lavoro, con al fianco i muli da soma e con le donne in grembiule, i capelli raccolti dentro un fazzoletto e ai piedi quelle stesse scarpe da uomo, tutte rigorosamente in “coramm” (cuoio) fatte a mano ruvidamente e sapientemente da Clemente, il calzolaio che aveva sposato la sorella di Cesare Zavattini, Tina.

Se ne ebbero a male non perché quella non fosse in fondo la realtà ma perché Zavattini non riuscisse ad andare oltre, non riuscisse a vederli lontano da quella dura vita, non riuscisse ad immaginarli nei loro vestiti della festa, nelle loro arguzie e abilità, nelle risa e nei timori, nella loro complessa umanità,

Eppure voleva bene Zavattini a quei montanari: nello stesso documentario lo si vede ad un certo momento elogiare le supposte virtù curative delle “mele tosche”, piccoli e aspri pomi, un tempo comuni, che la modernità avrebbe cancellato dalla biodiversità e dagli usi. Oggi si direbbe un tentativo di marketing territoriale, il desiderio di porre l’attenzione su un paese della profonda montagna appenninica.

Ma l’umanità dei montanari, in fondo come poteva capirla Zavattini, che rimaneva nel cuore, nei modi e nel sentire un abitante di Luzzara, grosso borgo nella bassa emiliana?

Eppure Zavattini era interessato quasi solo all’umanità.

All’umanità e allo stupore di fronte ad essa. la sua poetica e le sue opere ne sono impregnate e ne costituisce il tratto saliente. La Veritaa, l’ultimo suo lavoro cinematografico e il primo come regista e protagonista, si conclude con lui che davanti alla cinepresa afferma quasi con furore che Il pensiero ha bisogno degli ingredienti di tutti per manifestarsi. gli ingredienti mentali di tutti. perché tutti siamo uguali nella grandezza!. Alla fine della sua vita e della sua produzione artistica, non è questo un vero testamento spirituale? Atto di amore e dichiarazione per l’essere umano, al centro della sua intera ispirazione.

Sarebbe piaciuta a Zavattini l’umanità di Massimo, cresciuto a lungo con i nonni ne aveva assorbito la memoria delle parentele, delle relazioni, delle tradizioni una memoria antica ma filtrata da una grande voglia di vivere, da uno spirito perennemente irrequieto, frenetico nel fare, sempre teso a una battuta, a uno scherzo materiale e con una acuta scaltrezza che era il suo tratto distintivo. Spesso ho pensato che fosse una versione moderna della scaltrezza di Bertoldo uscito dalle pagine di Giulio Cesare Croce. La furbizia come bussola per orientarsi nel mondo e nelle relazioni, mai per nuocere. Una bussola di cui il montanaro ha sempre avuto bisogno per sopravvivere, insieme alla sapienza delle strade, degli animali, delle piante.

Vando, hai mai incontrato Zavattini?

Ma si ma si. ma pogh, second me al steva anch’ tant in c a scrivre, a leggre.

Scriveva Zavattini nella casa della sorella Tina, pochi metri prima della porta di Vando e nello stesso “casamento” di C d’Giambò Gian Fiore. La camera dove lavoro, tre metri per tre mi va bene, e dovrei finalmente stare seduto al tavolo per otto ore al giorno anziché non fare. mi tengono compagnia la piccola ruota incastrata nella finestra, per cambiare l’aria, e un torrentello. il torrentello fra poco entra nel Secchia e il Secchia dopo una notte in discesa entra con le sue trote e l’acqua stretta e nervosa nell’acqua grande e placida del Po che passa da Luzzara dove sono nato.”

Non si era abituato Vando alla bassa reggiana in cui era andato a vivere e lavorare. Per lui le vie rimanevano le mulattiere che tutte conosceva e che tutte aveva frequentato nella “sua prima vita”, sempre a piedi, con la moto trial solo negli ultimi anni e solo se voleva fare “bottino” trote, funghi, mirtilli lontano. Per lui “casa” era restata tutta la vita Cerreto dove ritornava anche per una sola notte. Una casa che era il paese, il torrente, il bosco, i monti, l’aria più che C d’Gianbò.

Forse, Zavattini non sarebbe riuscito a cogliere pienamente l’umanità di Vando; non perché timida e sfuggente nel darsi, almeno in un primo momento; non per lo sguardo melanconico sulle cose, oltre ogni sua allegria improvvisa, non per la prudenza nella vita, piuttosto per il raccoglimento interiore cercato nella solitudine dei passi lenti, in salita per la sfida con l’ambiente e le sue risorse (come cavare porcini ancora al buio, trovati con la sapienza e con il tatto). Prima di essere compresa, quell’umanità avrebbe dovuto essere condivisa nel silenzio e nella fatica delle mulattiere, nella prima luce radente sui crinali, nel gusto della “predazione”.

La solitudine del cammino praticata come preghiera, sorta di ascesi profana, e l’istinto predatorio non erano una contraddizione: anche queste sono sempre state qualità della gente di montagna, tra vocazione e bisogno, istinto e necessità, sempre sugli incerti e mutevoli confini della montagna.

Ora ti scrivo da Cerreto Alpi, Reggio Emilia, a mille metri, tra capre pioggia e speranze. resto qui un mese due tre per finire un certo libretto.

Le capre che Cesare vedeva tutti i giorni dovevano essere quelle che Romano, il padre di Vando, portava al pascolo. Due volte al giorno passava sotto la sua finestra per attraversare il torrente.

Mi piacciono i paesini incassati tra i monti, quattro case la chiesa il camposanto a portata di mano. lo cinge un muricciolo da bambini. Spesso le capre saltano il cancelletto e si sdraiano tra la gramigna sotto il sole bianco della montagna.

Perché Zavattini le poche volte che parla del Cerreto lo fa sempre attraverso la presenza delle capre? Non parla delle pecore che pure erano migliaia, non delle vacche, degli asini, dei cavalli, dei muli.

Non credo sia stato casuale ma non credo neanche sia stato voluto. Il fatto è che la capra nella realtà e nell’immaginazione, nei luoghi comuni come per la biologia, è animale dove l’umanità meno ha inciso. Avvezza a pascoli e terreni che altri animali ignorano, facile a rinselvatichire, riottosa alla guida del pastore, esprime tra gli animali da allevamento “il selvatico”, resta nell’intimo “natura” prima di ogni “cultura” aggiunta. insomma l’animale domestico sul quale l’umanità sembra avere meno a che spartire.

Non un caso e nemmeno una volontà le presenze caprine di Zavattini ma l’immaginazione di un pittore (sì era anche pittore Zavattini, oltre che giornalista, poeta, scrittore, fondatore di giornale, uomo di cinema, “co inventore” del neorealismo) che coglie l’essenza del luogo. L’eccesso di natura straripante, il forte impatto sulla vita degli uomini, la fatica, spesso l’impotenza del vivere di fronte agli elementi, era questo che percepiva Zavattini sull’Alpe prima di ogni umanità che l’abitava. Era questo che avvertiva durante ogni suo soggiorno. ogni volta prima di andare.

Perché arrivava sempre il momento di andare via da quella natura straripante, per certi versi angosciante.

A destra intravidi una grande città che l’ombra stava abbandonando per dar posto al sole il quale avanzava come da un uscio che si apre adagio. io non voglio morire al mio paese, là tornerò terra mentre in mezzo alle grandi case della città potrei risvegliarmi un mattino. (In aeroplano)

Se penso a mio nonno e a quelli della sua generazione (era quella con cui Zavattini aveva avuto maggiormente a che fare) mi accorgo come la parte di Novecento che ci divide segna in realtà la separazione di due mondi diversi. di uomini diversi. Posso immaginare qualcosa della loro umanità ma non comprenderla completamente (come l’impossibilità di riprodurre un gusto antico).

Sparite le capre, sparite le scarpe in “coramm”, oggi la vita non si consuma più nelle fatiche dell’Alpe e il luogo sembra un paradiso. Ora, Cesare Zavattini avrebbe compreso in “un amen” la nostra umanità solo che l’avrebbe trovato inevitabilmente diluita, simile ad altre, a molte altre.

Eppure, anche oggi in montagna, in autunno (la stagione preferita da Zavattini) arrivano i giorni in cui dover andare. perché si può cercare la solitudine, ci si può intrattenere con la consapevolezza della propria fragilità, ma arriva sempre il momento che difficilmente si riesce a resistere ad entrambe.
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L’Istat ci rivela oggi che metà dei pensionati prende meno di 1000 euro al mese. Qualche giorno fa l’Inps ci aveva rivelato che la metà delle pensioni è al di sotto dei 500 euro. La sostanza non cambia: chi è anziano oggi, dopo aver lavorato una vita, fatica ad arrivare alla fine del mese. E allora è ancora più scandaloso venire a sapere che ci siano pensioni Inps da 90mila euro al mese, come quella del recordman italiano, l’ex manager Telecom Mauro Sentinelli. E’ scandaloso che ci siano persone che ancora oggi vanno in pensione a 47 anni con 11mila euro al mese di pensione, come l’assessore regionale della Sicilia Pier Carmelo Russo. Ed è scandaloso che ci siano onorevoli che, per essere stati un solo giorno in Parlamento, prendono da anni un vitalizio 3108 euro al mese, oltre 1700 euro netti (quattro volte una pensione minima).

Di fronte agli anziani che oggi faticano ad arrivare alla fine del mese e ai giovani che stiamo condannando a un futuro di povertà previdenziale sono intollerabili questi i privilegi, rimasti vivi e intoccati in mezzo alle varie riforme, lacrime e sangue ma solo per i cittadini comuni. E per questo appena pubblicato “Sanguisughe” (giunto alla sua dodicesima edizione) abbiamo pensato che il libro non poteva finire lì, doveca continuare a vivere su Internte, raccogliendo voci, consensi, opinioni, mantenendo accesa la protesta. Molti mi hanno chiesto: ma serve a qualcosa?

Ebbene sono lieto di anticipare che a qualcosa tutto ciò è servito. Nella prossima manovra, che sarà presentata venerdì in consiglio dei ministri, per la prima volta ci dovrebbero essere due norme contro le pensioni d’oro: il blocco della perequazione (che se non altro impedirà la crescita di quegli assegni in modo esponenziale) e un contributo di solidarietà. Vedremo di che entità sarà. Vedremo se sarà solo un segnale o qualcosa di più concreto. Ma intanto una battaglia partita da un libro e tenuta viva da Internet ha prodotto un primo piccolo risultato. Gli hanno chiesto di versare 15000 euro per avere la minima di 500 euro.( ed e senza pensione ora per burocrazia ) E addirittura comica la cosa! Mio papa,
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gran lavoratore,si e fatto in 4 una vita e prende 500 euro. Ovviamente fanno i salti mortali da onesti cittadini per arrivare a fine mese. E penoso sapere quale sara il mio futuro. Una volta potevo dire giovane posso farcela ,ora ho 34 anni ed e ancora piu penoso il pensiero di come pure io finiro,nonostante i miei sforzi,la mia schiena rotta,lavorare 15 ore al giorno. Ma cosa ci fanno con 90 mila euro? Ma un sentore di vergogna, no? Non avro nulla nella mia vecchiaia se mai ci arrivero,perche uno ci spremono finche possono,due ci fanno morire in uno stato di vergogna asoluta. E sempre bello per certi farsi grossi sulle spalle altrui.

Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.

STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE

STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese

PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese

INDENNITA DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00) TUTTI ESENTASSE

RISTORANTE gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00). Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (41 anni per il pubblico impiego !!!)

La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO.

La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,
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00 al MINUTO !!

Far circolare. Si sta promuovendo un referendum per l dei privilegi di tutti i parlamentari queste informazioni possono essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani FAVORE CONTINUATE LA CATENA.

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Lysa Janelle is one of our many awesome Greenpeace volunteers who work out of our Montreal office. Here’s what she had to say when asked about why she does what she does:

1] How long have you been volunteering for Greenpeace and why did you choose Greenpeace at a place to offer you time and energy?

I started to volunteer in April of 2010. I choose Greenpeace because I am sensitive to the campaigns they’ve been doing and support the fact that they are financially independent from governments and industries. I admire the creativity and various approaches they use when it comes to dealing with environmental issues. Most of all, the staff is incredibly generous in time and good energy, and it does not feel like a chore to give time to the organization.

2] In general, what motivates you to volunteer?

The fact that I can directly contribute to inform people on various issues. I’m highly motivated by the great people I have the chance to meet, the staff, the other volunteers or the people I meet on the streets when an action occurs.

3] Do you have a most memorable moment, activity or project at Greenpeace?

I honestly feel that every new action is better than the one before! Although, one that I particularly remember is the Beach Party Marée Noire at the Energy World Congress last September. What a great experience! I was backstage the whole time, helping out with the logistics of the event. There were so many people from different environmental groups gathering for that event, remembering the BP oil spill and discussing issues regarding fossil fuel energies. At some point, everyone became quiet. The act had started. Musicians led the slow march with a sad melody, accompanying the people covered with fake oil. The march ended, the musicians stopped playing, and in front of me stood a dramatic scene of 20 people covered in oil. It was beautiful and sad at the same time. Just to remember that iconic scene and the impact the event had, is enough to keep me going for a long time.

4] Do you have an inspirational message that you want to share with other environmental activists like yourself?

I was really inspired by the documentary Wasteland. I found it fascinating how people were able to create a recycling centre and, with the help of artist Vik Muniz, transform trash into works of art. Imagine all the great, positive things we can do with our resources! I also like to remember the line from the movie [People sometimes say “But one single can?” One single can, is of great importance. Certain cheap Coach Outlet overseas need a month for delivery. Therefore, if you want to purchase this cheap coach purses as a gift, you must be very clear, or you might miss the anniversary of your friend. Coach Factory outlet can be very comfortable and warm, reaching over nike dunk sb and a few considerations that are not expensive Prada Outlet. In addition to the plate of the car, it also ya a coach Puma Shoes, which is very popular and practical Supra Shoes. These Coach Bags was designed by Coach Outlet. The simple design offers these bags with classic coach outlet online. A robust exterior color difference inside is lined Coach Outlet Store. Never go with intent to endanger, try to go in coach factory outlet, even if they are on the hard discount in coach factory outlet online. Just run after the nike air yeezy is the best shoes. And you must also learn return policy because the burden of international Coach Factory Outlet is very expensive.

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Gli stivali Dr. Martens sono tutto quello che l ci ha negato: essere popolari e bruttissimi che, poi, è la fine che fanno tutte le celebrità, tutte tranne Lauren Hutton, in grazia di Dio sulla cover di Vogue Italia di ottobre. Non c alcun dubbio che viviamo nell delle scarpe brutte. Risale alla London Fashion Week del Settembre 2016 il tentativo, quasi riuscito, del designer Cristopher Kane, di imporci le Crocs, l dopo ci prova Balenciaga. Ma le scarpe brutte per eccellenza, passate da simbolo controculturale a classico della moda, sono le Dr. Martens. Nonostante l abbia attraversato una fase difficile nei primi anni Zero, quando trovare un paio di Dr. Martens non era più cosa facile, è riuscita a sopravvivere e il23 Ottobre di questo anno ha riportato un profitto annuale di 384 milioni di dollari. In un periodo in cui il mondo del retail è in sofferenza, con department store e negozi tradizionali che chiudono, Dr. Martens registra una crescita del 38 per cento nel settore retail e di più del 50 per cento nelle vendite online. Questo significa che i giovani asiatici le percepiscono come un classico dell e le vogliono tutte e subito.

In principio però, le Dr. Martens erano tutto meno che un classico. La storia di queste scarpe pagliaccesche e vagamente minacciose, che per le prime due settimane ti flagellano i piedi, risale al 1945 quando, siccome gli stivali della Wehrmacht gli erano scomodi, il Dottor Klaus Martens, dopo un incidente sciistico in cui si frattura la caviglia, decide di disegnare una scarpa che avrebbe aiutato il suo ricovero, grazie a una suola ammortizzata da un cuscinetto d e da una pelle più morbida. I tedeschi hanno un talento tutto speciale per le scarpe brutte e comode. Nei primi dieci anni l per cento delle acquirenti è composto da casalingheteutonica sopra i quaranta. Nel 1959, Klaus Martens vende la licenza a un manifattura di scarpe del Northamptonshire, laR. Griggs Group Ltd,che ne modifica leggermente la forma, aggiunge l gialla e registra la tecnologia delle suole all brevetti come AirWair.

Nell del 1960 il primomodello di Dr. Martens, battezzato 1460, arriva sul mercato inglese ma non diventerà subito la scarpa giovane che tutti conosciamo. In principio, ad adottarle sono soprattutto operai, postini e poliziotti. A spalancargli il regno della cultura pop inglese è il chitarrista degli WhoPete Townshend che, nel 1966, stanco di andare in giro come un albero di Natale, decide di indossarle sul palco. Ci ha scritto anche una canzone, (Wear your braces round your seat/ Doctor Marten on your feet). Dieci anni dopo, nel film di Ken Russel,Tommy, ispirato all omonimo, Elton John cantaPinball Wizardsu un enorme paio di Dr. Martens. Nel frattempo entrano a far parte, col risvolto, della divisa skinhead, parodia amara del mondo working class, e forse del lavoro tout court, di cui gli skinhead facevano orgogliosamente parte. L ha voluto che skinhead e poliziotti, negli anni Settanta, indossassero le stesse scarpe.

Tra i decenni Settanta e Ottanta non c sottocultura, punk, goth, new wave, psychobilly, che non le adotti, facendole diventare l della libertà d e della ribellione contro il sistema commerciale. Anche la scena musicale grunge, da quando, nel 1994, le Dr. Martens arrivano sul mercato americano, le abbina, melanconicamente, a flanelle scolorite e jeans strappati. Adesso pure le ragazze le indossano, a fiori disegnati oppure nere con minidress e calzettoni, nel tentativo di imitare Brenda Walsh, protagonista di Beverly Hills 90210, ma con il risultato di segarci le gambe e farci sembrare ceppi ambulanti.

Persinoi ragazzini del Mickey Mouse Club, negli anni in cui lanciava le carriere dei pre adolescenti Britney Spears a Ryan Gosling,indossavano le Dr. Martens. Dal 1993 infatti gli stivali sono parte della moda mainstream e tutto sembra andare per il meglio. Poi, però, qualcosa va storto:con l del nuovo millennio, l conosce i suoi anni più bui, subisce perdite pesanti e rapidissime, tanto che passa da un fatturato di 412 milioni di dollari nel 1999 a uno di appena 127 milioni nel 2006. Nel 2003 la società è costretta a spostare la produzione in Cina e Thailandia: la delocalizzazione porterà alla perdita di mille posti di lavoro, divisi tra le sedi diNorthamptonshire, Leicestershire e Somerset. La crisi nera, però dura relativamente poco. Il 2007 è l del ritorno sul mercato globale, grazie a una campagna di comunicazione curata da Exposure Communications of London e la presenza sulle passerelle di Yohji Yamamoto e Chloè. Il rebranding ha funzionato così bene che nel 2013 il New York Times annuncia che il marchio sarà acquistato dal gruppo Permira per 485 milioni di dollari. Si tratta dello stesso che ha venduto Valentino al Fondo del Qatar, e che ha in portfolio anche Hugo Bosse la catena Forever 21.

Adesso, sarà anche grazie al ritorno di Twin Peaks, Winona Ryder e Baywatch, ma le Dr. Martens sono in tutti i videoclip, Miley Cyrus inWrecking Ballindossa solo quelle, e nelle collaborazioni più cool, con Supreme, Raf Simons, Vetements e Lazy Oaf, che in uno dei due modelli realizzati per l ha ricoperto la tomaia di cuoricini e ha stampato gli slogan della stilista Care e Life is Boring sulla fascia posteriore del tacco, oltre a essere state tra gli sponsor del Mi Ami Festival di Milano a Maggio. Si ritiene che le Dr. Martens tendano a tornare in tempi di turbolenze politico sociali perché legate allo spirito di ribellione della gioventù. In realtà, a fare la fortuna di queste scarpe è piuttosto la loro natura utilitaristica, down to earth, e perennemente di moda, nonostante siano fuori dalla moda, assieme a possibilità di personalizzazione infinite, che ci rassicura sul fatto che il mondo possa cambiare sì, ma non ci cambierà, o almeno non così in fretta.
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Il 26 dicembre 2017, solennità di Santo Stefano protomartire, ha avuto luogo a Rignano Garganico (FG), dalle ore 16 alle ore 21, la seconda delle tre rappresentazioni della ventesima edizione del Presepe Vivente locale, gemellato per l anno consecutivo con quello di Deliceto (FG) e per il quarto con quello di Canosa di Puglia (BT). Inoltre va evidenziato che il Presepe Vivente rignanese, attualmente organizzato dall associazione col contributo di vari soggetti pubblici e privati del territorio, è stato rappresentato per la prima volta nel periodo natalizio tra il 1997 ed il 1998, essendo nato come un progetto scolastico degli alunni del locale Istituto Comprensivo Giovanni Bosco volto alla riscoperta delle tradizioni e dei mestieri antichi del più piccolo centro del Gargano.

Nel suggestivo centro storico rignanese, ricco di scorci caratteristici e da cui si gode un amplissimo panorama, i visitatori del Presepe Vivente attuale hanno seguito un itinerario, opportunamente segnalato e delimitato, lungo il quale centinaia di figuranti del posto, vestiti come i propri antenati, hanno rappresentato, sia all’aperto sia all’interno di alcuni ambienti di antiche case, i mestieri ed i diversi aspetti della vita sociale e domestica del piccolo paese del promontorio pugliese tra la fine del XIX secolo ed i primi decenni di quello seguente. In questo cammino a ritroso nel tempo, hanno inoltre fatto bella mostra di sé gli utensili di un tempo, i manufatti realizzati dagli artigiani, gli arredi semplici e rudimentali delle abitazioni. Davvero divertente è stata la scena del banchetto natalizio dei pastori e dei contadini del posto, svoltasi tra la storica ex caserma dei carabinieri e l belvedere. Altre importanti scene hanno riguardato il lavoro delle ricamatrici, delle rappezzatrici e delle filatrici, l’attività a scuola,
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il calzolaio che batte sulle scarpe al ritmo delle musiche della fisarmonica suonata da un suo amico, la scena raccontata e recitata avente per oggetto il brigantaggio, quella del rituale contro l (rito popolare contro il malocchio), e così via. Ad animare musicalmente le ambientazioni della manifestazione natalizia hanno provveduto gli di San Giovanni Rotondo e gli di San Marco in Lamis.

La scena della “Nasct”, cioè della Natività, è stata ambientata al di sotto del Palazzo Baronale, mentre gli animali da allevamento hanno trovato posto negli appositi recinti allestiti nell Largo Palazzo, di fronte alla Chiesa del Carmine, presso cui sono stati anche parcheggiati dei barrocci, caratteristici veicoli da trasporto lignei che venivano agganciati agli animali da soma.

Alle tipiche ambientazioni del Presepe Vivente si sono aggiunte, lungo il percorso, una mostra fotografica sulle precedenti edizioni di questa manifestazione storico rievocativa, una mostra d contemporanea all dell Chiesa del Purgatorio, la preparazione delle prelibatezze gastronomiche locali, da far gustare ai visitatori paganti, e l e vendita di diversi prodotti dell del luogo. Da evidenziare inoltre l straordinaria Centro Visite Paglicci (a cura del Centro Studi Paglicci) al fine di far scoprire ai visitatori i tesori del paleolitico del Gargano.

Il terzo ed ultimo appuntamento di quest del Presepe Vivente di Rignano Garganico è stato programmato per il 6 gennaio 2018, solennità dell di Nostro Signore Gesù Cristo, sempre dalle ore 16 alle ore 21.

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Su segnalazione di una nostra amica su Facebook, oggi parleremo di vomito nel cane. Discuteremo delle cause più frequenti, di come distinguere il vomito dal rigurgito, quali terapie sono consigliate, ma soprattutto di cosa fare: come si deve comportare il proprietario in caso di vomito del cane? Cosa fare e, soprattutto, cosa non fare?

Prima di tutto se il cane vomita una volta, succhi gastrici, ma è vispo, vivace, mangia, il vomito non presenta sangue, le feci sono normali e succede solo ogni tanto, non bisognerebbe allarmarsi troppo. Certo, una visita dal veterinario non fa male, tuttavia se è stato un episodio isolato, non disperatevi subito. Diverso invece il caso in cui il vomito è ripetuto nella giornata, il cane è mogio, non mangia, non produce feci, compare del sangue: in questi casi urge una visita dal veterinario.

Prima di tutto dovete capire se il cane ha rigurgito o vomito. Il primo è meno grave, ma se si ripresenta spesso potrebbe essere indice di patologie a livello esofageo o di masse che comprimono a livello del torace. Il succo del discorso non cambia: un episodio non deve allarmare, episodi ripetuti e frequenti richiedono una visita veterinaria.

Il rigurgito normalmente avviene immediatamente dopo l’ingestione del cibo, il materiale ingerito viene buttato nuovamente fuori praticamente intonso, non è stato digerito perché appena arrivato allo stomaco è stato subito espulso. Nel rigurgito di solito sono assenti segni di nausea (salivazione, leccamento ossessivo delle labbra, ansia, agitazione), non ci sono i conati, non c’è bile.

Nel vomito, invece, abbiamo nausea, conati, può esserci presenza di bile e di sangue, sia digerito che indigerito. Anche qui dobbiamo distinguere però: una lieve striatura di sangue potrebbe essere dovuta alla rottura dei capillari di superficie causata dagli sforzi di vomito. La presenza di una pozza di sangue, invece, parrebbe suggestiva o di un’ulcerazione o di un avvelenamento da rodenticidi per esempio.

farmaci (in realtà quasi tutti possono provocare vomito, quelli che li causano più spesso sono digossina, chemioterapici, tetracicline. Occhio a non confondere il cane che sputa la compressa perché non gli garba con il vomito)gastrite acuta/cronica con o senza ulcere

enterite da Parvovirus, parassitoti, gastroenterite emorragica, colite, peritonite, pancreatite sia acuta che cronica

uremia da insufficienza renale, morbo di Addison, ipercalcemia, lesioni epatiche,
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chetoacidosi diabetica

La terapia del vomito nel cane dipende dalla causa: sarà il vostro veterinario a stabilire l’eziologia e a determinare la cura più giusta. In alcuni casi l’iter diagnostico è immediato, ma in altri sono richiesti diversi esami prima di riuscire a capire la causa. Come avete potuto vedere, la lista di cause è infinita e se una dilatazione/torsione è immediatamente riconoscibile, una stenosi del piloro, forme infiltrative, morbo di Addison e affini richiedono qualche accertamento in più.

La terapia si baserà su farmaci sintomatici per ridurre l’acidità dello stomaco, antibiotici se si sospetta una qualche forma infettiva, antiparassitari interni se la causa è da riscontrarsi in una verminosi, ma anche in farmaci specifici che curino alcune delle patologie elencate.

Se il vomito è frequente, con abbattimento e disidratazione, molto probabilmente verrà instaurata anche una fluidoterapia per reidratare il cane. Normalmente si procede in questo modo: si danno farmaci sintomatici, si stabilizza il paziente e se il vomito acuto non risponde alla terapia si procede con tutte le indagini diagnostiche del caso. E starà al vostro veterinario decidere quali siano più indicate per il vostro caso.

Veniamo ora alla parte che interessa forse di più i proprietari: cosa fare in caso di vomito nel cane? Beh, correre dal veterinario deve essere la prima opzione. Tuttavia in attesa della visita, potete cominciare a fare qualcosa. Prima di tutto se il cane vomita ripetutamente togliete il cibo: se mangia e vomita di continuo, la situazione è controproducente. Stesso discorso per l’acqua: è vero che se il cane non beve si disidrata, ma quando si vomita si ha una sete terribile, quindi bevi di più, dilati lo stomaco che già era irritato di suo e rivomiti subito. Più vomiti, più hai sete, più bevi, più vomiti: è un serpente che si morde la coda. In questi casi bisogna razionare l’acqua: poca e spesso, in modo da essere sicuri che il cane la trattenga.

Non fare mangiare erba al cane che vomita. E’ vero che il cane che sente di avere lo stomaco disturbato cerca l’erba per vomitare e questo va bene se il vomito si limita ad un singolo episodio. Ma in caso di vomiti ripetuti, più erba mangia il cane, più lo stomaco si irrita, più il cane vuole mangiare erba e siamo di nuovo al serpente che si morde la coda.

Vale sempre la raccomandazione di non agitarsi davanti al cane: già il povero cucciolo sta poco bene, se ancora sente l’ansia del proprietario, la sua pena, la sua agitazione, ai abbatterà ancora di più.

Cosa non fare in caso di vomito

Ed ecco le cose da non fare in caso di vomito del cane:

il fai da te: evitate di fare farmaci veterinari o umani a casaccio se non è stato il veterinario a prescriverli per quel determinato episodio. Il fatto che un anno prima vi sia stato prescritto un antiemetico, non vuol dire che vada bene per tutti i casi di vomito del vostro cane, magari la situazione adesso è diversa. Inoltre alcuni farmaci possono essere pericolosi a seconda della causa del vomito. Volete un esempio? Se ho un cane che vomita per un corpo estraneo intestinale e gli do della metoclopramide, noto farmaco antiemetico, rischio la perforazione intestinale. Perché? Beh, perché è un procinetico, aumenta in lieve misura la motilità intestinale, ma se l’intestino è bloccato la parete stimolata dalla metoclopramide si lacera

ascoltare i consigli dati in buona fede: stesso discorso di sopra, per quanto il vostro vicino di casa, il salumiere, il tizio incontrato al parco per caso, l’allevatore, il farmacista da sempre abbiano tenuto cani, non sono veterinari, quindi evitiamo di utilizzare rimedi impropri e potenzialmente dannosi che complicano la vita al cane, al veterinario e a voi. Per quanto siano consigli benintenzionati, non sono dati da professionisti del settore: vi fareste riparare i freni della macchina dal panettiere? No. E allora perché far curare il cane da tutti tranne che dal veterinario?

non dare il latte: il cane vomita, ergo ha ingerito un veleno, ergo gli do il latte come antidoto. Ehm, il latte è riferito al solo avvelenamento da piombo,
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per tutto il resto mi peggiora solamente la sintomatologia

La dottoressa veterinaria Manuela risponderà volentieri ai vostri commenti o alle domande che vorrete farle direttamente per email o sulla pagina Facebook di Petsblog. Queste informazioni non sostituiscono in nessun caso una visita veterinaria.

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Da 10.000 a 4500 anni fa le copertura glaciali marine artiche si sarebbero mantenute su livelli sensibilmente inferiori a quelli attuali. Lo evidenzia l’indagine paleoclimatica di Stein et al. uscita nel 2017 su Journal of Quaternary Science in cui si riportano stime di copertura glaciale marina olocenica per mare di Chukchi, mar della Siberia orientale, mare di Laptev e stretto di Fram. A quando i titoloni su Corriere della Sera, Tg5 e c. ?

Innumerevoli testimonianze documentali ci parlano della Piccola Era Glaciale (PEG) e degli enormi problemi per le popolazioni europee che la stessa determinò. Su tale fase hanno ad esempio scritto Lamb (1966), Le Roy Ladurie (1967, 2004) e Le Roy Ladurie e Rousseau (2009). Relativamente bene documentati son altresì l’optimum climatico medioevale, romano e miceneo e le fasi di deterioramento che li separano (Monterin, 1937; Behringer, 2013). Assai meno documentata è invece la fase nota come grande optimum postglaciale, che fu di grandissima rilevanza per la nostra civiltà poiché nel corso di essa si ebbe ad esempio l’espansone dell’agricoltura dal medio Oriente all’intero continente europeo.

Ed è proprio da alcuni proxy riferiti all’Oceano glaciale artico che prende le mosse un lavoro scientifico che porta un contributo di conoscenza importante per chiarire gli effetti del grande Optimum Postglaciale nell’areale artico. Mi riferisco allo scritto di Stein et al. (2017) che si basa su un proxy biologico costituito da un isoprenoide molto ramificato a 25 atomi di carbonio noto come C25 HBI monoene (alias IP25), il quale viene sintetizzato unicamente da alcune diatomee che vivono nell’Oceano Glaciale Artico. Per interpretare i livelli di tale molecola nei sedimenti marini si deve considerare che nei mari artici le fasi calde sono caratterizzate dal proliferare di diatomee (e dunque da più elevate concentrazioni di IP25) a causa delle temperature più elevate, della maggiore disponibilità di radiazione solare e del maggiore afflusso di masse d’acqua ricche di nutrienti dall’Oceano pacifico. Da ciò il fatto che i ricercatori si sono trovati improvvisamente per le mani un proxy che descrive le coperture glaciali marine con una accuratezza prima impensabile.

Occorre tuttavia considerare che IP25 è assente sia in totale assenza di ghiacci marini sia in presenza di una copertura glaciale permanente che impedisce alla radiazione solare di raggiungere le diatomee. Le due situazioni estreme possono essere tuttavia discriminate in modo efficace lavorando con altri proxy anch’essi legati al fitoplankton.

PIP 25 offre una stima di copertura glaciale marina che gli autori definiscono “semi quantitativa” (che credo stia per “stima quantitativa affetta da un certo livello di incertezza”). Dall’analisi di tale indice emerge che gran parte dell’Olocene è trascorso con coperture glaciali marine inferiori a quella attuale. Coperture paragonabili a quelle odierne si sono avute solo negli ultimi 4500 anni toccando il proprio apice nella PEG (Piccola Era Glaciale).

In particolare si vedano i diagrammi delle figure 3 e 4 in cui si descrivono gli andamenti delle coperture glaciali marine nel mare di Chukci e nel mar della Siberia Orientale. Indicazioni analoghe sono inoltre emerse analizzando i digrammi PIP25 riferiti ai cores estratti nello stretto di Fram, che divide le Isole Spitzbergen dalla Groenlandia, e nel mare di Laptev, il che lascia intendere che il fenomeno evidenziato non è qualcosa di locale e limitato ai mari di Chukci e della Siberia Orientale indagati ma si estende a parti rilevanti dell’Oceano Glaciale Artico.

In sintesi dal lavoro di Stein et al. mostra che le copertura glaciali marine nell’oceano glaciale artico sono state a lungo su livelli inferiori a quelli attuali. Ciò ha avuto luogo in particolare in un periodo che si estende da 10.000 a 4500 anni orsono ed al cui cuore sta il grande optimum postglaciale.

I dati oggi disponibili ci mostrano dunque un “verità provvisoria” (come tutte le verità scientifiche, del resto) e che tuttavia ha il grande difetto di rivelarsi “scomoda per tutti coloro che per anni hanno operato per accreditare la fase di arretramento glaciale odierna come un “unicum”. Da ciò deduco che sarà arduo vedere tale verità presentata dai grandi media.

Per comodità del lettore riassumo l’affresco generale che a mio avviso va oggi delineandosi:

Nell’interglaciale Riss Wurm, 125.000 anni orsono, la calotta glaciale groenlandese, a differenza di oggi, era quasi totalmente fusa e gli oceani erano più alti di 5 8 metri rispetto ad oggi. Tale evidenza emerge fra l’altro dalle scansioni del ghiaccio del plateau groenlandese da cui si è appreso che il ghiaccio della calotta groenlandese deriva per il 50% dalla glaciazione di Wurm e per il 50% restante si è formato in olocene;
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inoltre al di sotto di tale ghiaccio sopravvivono solo pochi brandelli di ghiaccio dell’era glaciale precedente (Riss) (Mc Gregor et al., 2015).

Al termine della glaciazione di Wurm ha avuto luogo una fase particolarmente calda (grande optimum postglaciale) in coincidenza con la quale i ghiacci artici sono arretrati in modo rilevantissimo.

Al termine del grande optimum postglaciale ha avuto inizio un processo di “neoglaciazione” che ha visto il proprio apice con la Piccola Era Glaciale, sfociata circa 150 anni orsono nell’optimum oggi in corso.

Un andamento analogo l’hanno probabilmente avuto i ghiacciai alpini ed appenninici, anche se non si deve mai scordare che il comportamento dei ghiaccia non dipende solo dalle temperature ma anche dalle precipitazioni.

Tutto ciò porta per l’ennesima volta a porre in evidenza le forzature operate sui dati provenienti dall’area artica e che mirano ad accreditare l’idea di eventi di scioglimento senza precedenti. In proposito ricordo la rara sintesi offertaci da “An inconvenient truth” di Al Gore, un film a dir poco “visionario” e che ha creato una immensa pletora di emulatori. A Gore oggi manca solo l’Oscar alla carriera e penso che qualcuno prima o poi glielo darà.

Figura 1 l’area geografica di riferimento dello studio

Figura 2 Modifiche al territorio in esame dovute alle variazioni di livello del mare indotte dalle ciclicità glaciali. I punti rossi indicano i siti di campionamento considerati nello studio di Stein et al (2017).

Figura 3 trend delle coperture glaciali marine nel mare di Chukchi (core ARA2B 1A). La linea continua è basata sul Brassicasterolo mentre quella tratteggiata sul Dinosterolo.

Figura 4 trend delle coperture glaciali marine nel mar della Siberia Orientale (core PS72/350).

Qual il problema? Gli hanno dato un Nobel farsa e potrebbero dargli un Oscar farsa.

A scanso di equivoci, considero il Nobel per la pace una farsa tutta politica che sicuramente non migliora il suo premiando senza motivazioni questo e quello.

L alla carriera è per me, invece, un premio serio che vuole valorizzate una vita di lavoro e di impegno in campo cinematografico e che perderebbe molto del suo valore se si comportasse come il nobel per la pace. Franco

PS. Luigi, ti segnalo un refuso che mi era sfuggito quando avevo letto in anteprima l e me ne scuso: non è il Mare di Chukci ma il Mare dei Chucki.

Caro Luigi, ho confrontato i dati della copertura glaciale marina del grafico di fig.3 allegato al tuo post con le ricostruzioni delle temperature superficiali marine e con i dati delle temperature desunte da GISP2 ed ho notato una cosa piuttosto strana. Dalle serie di temperatura si vede che tra i 5000 ed i 6000 anni fa (secolo più secolo meno ) ci fu una sensibile diminuzione delle stesse. Dal grafico di fig. 3 sembra che il minimo di copertura glaciale si verificò proprio in quel periodo. Da ciò dovremmo dedurre, forse sbagliando, che il legame tra copertura glaciale marina e temperature non è poi così stretto come sembrerebbe.

Mi rendo conto che la mia è quasi un e, quindi, deve essere attentamente valutata, anzi presa con le molle, ma confrontando i grafici questo viene fuori.

Negli anni successivi al 4500 BP le temperature desunte dalle serie citate, subirono un lento aumento fino ad assestarsi evidenziando un andamento pressoché piatto (con i soliti alti e bassi, ovviamente, tra cui l romano, quello medievale e la PEG). Dal grafico di fig. 3, invece,
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la copertura glaciale evidenzia un trend di lungo periodo Anche in questo caso si nota uno sfasamento tra temperature e copertura glaciale.