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Vivere con il diabeteComplicanzeUna serie di criticità legate alla patologia. Tipologie, consigli e cure.Vivere con il diabete di tipo 1 Diabete di tipo 1: le complicanzeDiabete di tipo 1: cura e terapiaConsigli sull di insulinaVivere con il diabete di tipo 2 Diabete di tipo 2: le complicanzeDiabete di tipo 2: cura e terapiaBambini e giovani con il diabete Il diabete giovanile: cos e come si curaSintomi, valori e cura del diabete giovanileControlli ed esamiMalattie, vaccinazioni e controllo della glicemiaAutomonitoraggio (misurazione, controllo glicemia, insulina, ecc) L della glicemiaAutocontrollo dei corpi chetonici nelle urineAutocontrollo del glucosio nell’urinaDiario della glicemiaComplicanze Le complicanze del diabeteLe complicanze croniche del diabeteLe complicanze acute del diabeteLa Balanopostite: un complicanza del diabeteCos la disfunzione erettile?Un problema che ha una soluzioneIl ruolo del partnerLa curaGlicemia alta al mattinoLe cause della glicemia altaLesioni cutanee causate dalle complicanze del diabeteLesioni cutanee frequentiIl diabete e la pelleConsigli per la cura della pelleIpoglicemia: cause e sintomiL in caso di esercizio fisicoSport ed esercizio fisico Esercizio fisico e sportQuale Attività Fisica per il Diabetico?Esercizio fisico e terapieSport: consigli e precauzioniVacanze e viaggi Vacanze e viaggiCosa mettere in valigiaViaggi all consigli praticiVacanze e sportAl volante, a casa, al campoPsicologia Le diverse fasi di accettazione del disturboPerché non tenerlo nascosto?Come combattere lo stressHo il diabete: a chi lo dico?Diabete in gravidanza La gravidanza e il diabete gestazionaleIl parto, l e i rischiGli esami in gravidanzaTerapia e autocontrollo della glicemiaI sintomi e i valori nel diabete gestazionaleVivere con il diabete Complicanze Il diabete e la pelle Consigli per la cura della pelleConsigli per la cura della pelle Mantenere la glicemia sotto controllo è il passo più importante per prevenire le lesioni cutanee legate al diabete. La prevenzione di queste malattie, però, passa anche e soprattutto attraverso una corretta cura della pelle.Poche accortezze nella cura e detersione della pelle aiutano a prevenire le complicanze dell’epidermide direttamente o indirettamente causate dal diabete.Tra le più importanti:usare solo detergenti senza profumi,
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a pH acido e poco schiumosimoderare l’uso di prodotti cosmetici non necessarimantenere la pelle sempre ben idratata con creme idratanti e bevendo molti liquididopo essersi lavati asciugarsi bene controllando zone come ascelle, sotto il seno, tra le gambe e tra le ditacontrollare la pelle regolarmente per assicurarsi che non ci siano eruzioni cutanee, bolle o macchie che possono portare a infezioniconsultare un medico ogni volta che si riscontra un problema anomalo della pelle nel vostro corpoesporsi al sole con cautela e mai senza una protezione solareevitare le lampade abbronzanti a raggi UVAin caso di ferita, anche se lieve, disinfettare e medicare adeguatamenteSi consiglia inoltre di:evitare l di farmaci non indispensabili che potrebbero generare reazioni allergiche crociate con altri farmaci della terapia diabeticaevitare il ricorso all’automedicazione soprattutto con creme cortisoniche che, in caso di infezione, non risolvono ma aggravano la situazioneridurre o abolire l di sostanze come alcol, nicotina e caffeina che possono avere effetti negativi sul microcircoloindossare indumenti di cotone a contatto con la pelle perché consentono la traspirazioneevitare indumenti troppo aderenti perchè la compressione e il continuo sfregamento può provocare irritazioni che favoriscono l’insorgere di lesioni cutanee vere e proprie necessario dedicare una cura e un’attenzione particolare ai piedi per evitare ulcerazioni e lesioni cutanee molto frequenti in queste parti del corpo e che possono dar vita a complicanze anche molto serie.Bisogna, pertanto, assolutamente evitare calzature strette e che non permettono un traspirazione: il ripetersi di microtraumi continui e di macerazioni dovute al sudore favorisce buona parte delle patologie della pelle, nonché la sindrome del piede diabetico.
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Un’area espositiva di 1,1 milioni di metri quadri, più di 140 paesi e organizzazioni internazionali coinvolte, 96 tra padiglioni e cluster: sono i numeri dell’esposizione universale organizzata a Milano. Che cosa vedere se abbiamo solo un giorno a disposizione?!

Per dare risposta a questa esigenza e fornirvi una guida, abbiamo visitato per voi i padiglioni più interessanti e ne abbiamo scelti 4 che chi va ad Expo solo un giorno deve vedere assolutamente. Ma prima, iniziamo con una lista di cose da sapere prima di partire ad Expo: informazioni utili

Quanti padiglioni vedere: Ogni padiglione merita un approfondimento di almeno un’ora. Considerando anche il tempo che impiegherete nelle code e per mangiare, realisticamente non potete sperare di vedere più di 4 padiglioni in una stessa giornata.

Preparatevi a camminare: portatevi scarpe comode perché ci sarà molto da camminare.

Arrivate presto: le biglietterie aprono alle 9.30, mentre l’area espositiva alle 10.00 e all’apertura c’è poca gente. Dato che che la maggior parte dei Padiglioni ammette un numero limitato di visitatori per volta, vi consigliamo di arrivare presto la mattina per andare a vedere quelli più frequentati (come quello del Giappone o dell’Azerbaijan per esempio).

Navette: Ogni 5 minuti c’è una navetta che segue un percorso, esterno ad Expo, di 10 fermate che vi permetterà di raggiungere più velocemente i punti molto lontani.

Aree di ristoro: Nessun problema per chi vuole riposare: l’intera area espositiva offre panchine, sedie e prati dove è possibile sedersi o stendersi.

Acqua gratuita: Lungo i viali perimetrali potete trovare diverse colonnine dell’acqua che offrono acqua liscia, gassata, a temperatura ambiente e fredda che vi permetteranno di dissetarvi senza dover comprare delle bottigliette. Basta che portiate con voi un recipente vuoto.

Servizi igenici: si trovano tutti presso le “stecche”, strutture tutte uguali che raccolgono le attività di base (bar, posti di polizia, parafarmacie). I bagni sono molti e vengono puliti continuamente. Potremmo allegarvi un link con la mappa ma all’ingresso troverete moltissimi volontari che ve ne daranno una copia.

Bambini e lattanti: Per chi va ad Expo con lattanti o bambini molto piccoli, affianco a quasi tutti i bagni ci sono degli spazi (sponsorizzati) provvisti di fasciatoio, dove le mamme possono anche appartarsi per allattare.

Wi fi gratuito: c’è la connessione libera offerta dall’esposizione (che a tratti non funziona) e c’è il segnale offerto dai singoli padiglioni.

Ricarica per i cellulari: Le cose che vedrete saranno così belle e spettacolari che, se avete un’anima social, non potrete fare a meno di fotografare e condividere con i vostri amici la vostra esperienza. Proprio per questo motivo, CIR food nei suoi locali ha messo a disposizione dei suoi clienti delle comode colonnine per la ricarica complete di cavetti. Ecco la mappa dei locali!

Expo: cosa vedere e fare in un giorno

Arrivando in metro o in treno avrete la possibilità di raggiungere ingressi Triulza Ovest o Fiorenza Ovest direttamente dalla stazione. Dopo aver passato i controlli (le file non sono lunghe e scorrono velocemente) vi troverete davanti al Padiglione Zero (a forma di trullo) e sulla vostra sinistra avrete il Media Center della RAI (stessa forma). Raggiunto questo vi troverete davanti lo spettacolo del Decumano nei suoi 1500 metri di lunghezza.

Una delle cose che dovete fare assolutamente è una passeggiata dell’intero viale su cui si affaccia la maggior parte dei Padiglioni. La prima volta è un’esperienza emozionante. Ma non fatelo subito: se arrivate presto approfittatene per visitare i Padiglioni che vi consiglieremo in modo da non perdere troppo tempo nelle code.

Si trova in fondo al Decumano e date le code che abbiamo visto, vi consigliamo decisamente di cominciare da qui.

Le parole chiave di questo padiglione sono tecnologia, tradizione e natura. All’esterno sarete accolti da una struttura lignea molto suggestiva che vuole dare l’idea di una griglia tridimensionale di legno che simboleggia l’origine della diversità giapponese.

All’interno, esposizioni d’arte e di design, proiezioni video,
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ologrammi vi coinvolgeranno in un esperienza estremamente sensoriale. Uno spazio particolarmente suggestivo Armonia (2 ambiente): una stanza specchiata in cui potrete assistere a suggestive proiezioni: l’alternarsi delle stagioni,il lavoro nei campi e le immagini di antichi guerrieri. Ecco un esempio in questo video:

Impressionante anche il “Ristorante del futuro”: un’arena in cui visitatori siedono a dei tavoli interattivi, dove un video mostra come tenere in mano le bacchette per mangiare, cosa dire all’inizio o alla fine di un pasto e la varietà dei piatti offerti dalla cucina giapponese che, ci tengono a precisarlo, non è solo sushi! Alla fine del percorso sbucherete di fronte all’area ristorativa dove si trova il Fast Food giapponese. A dispetto di quanto si dica in giro i prezzi sono abbordabili: i piatti a base di curry costano dai 9 ai 12 e se volete mangiare del pesce potete gustare un’ottima tempura o del tonno marinato a 20. I palati sopraffini hanno anche la possibilità di assaggiare, pagando dalle 35 alle 40, la rinomata carne di manzo Wagyu (anche conosciuta come “Kobe).

[Youji Satake, Executive Chef de Minokichi Restaurant]

Per chi non bada a spese il Padiglione offre la possibilità di mangiare al Minokichi: un ristorante con una storia di 300 anni (è stato fondato nel 1716) tra i più rinomati in Giappone e presente in diverse città nipponiche. Noi abbiamo avuto l’onore di essere loro ospiti e vi possiamo assicurare che si è trattato di un’esperienza culinaria unica. Quattro i menù offerti con un prezzo che varia dalle 80 alle 220 a persona.

Tra i padiglioni più belli dal punto di vista architettonico: tre piani, tre biosfere di vetro realizzate da architetti e manovalanze italiane, offre ai visitatori un’esperienza sensoriale completa grazie a installazioni visive, sonore, olfattive e tattili.

La parola chiave di questo padiglione è biodiversità. L’Azberbaijan vuole proporre al mondo le ricchezze naturali del proprio Paese, che si divide in 9 aree climatiche e che offre una diversità di flora e fauna tra le più ricche al mondo.

Quando ci siamo stati noi c’erano ancora in corso i lavori, ma a breve dovrebbe essere pronta anche la terrazza panoramica dove sarà possibile assaggiare bevande con il succo di melograno, grande ricchezza nazionale. Da non perdere.

Ce n’é per tutti? Questa domanda racchiude il senso di quanto il Padiglione svizzero vuole raccontare al mondo. Nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà quota 9 miliardi: come conciliare questo con la disponibilità e la reperibilità delle risorse naturali?

Per far capire al mondo che questo problema riguarda ogni essere umano, gli elvetici hanno realizzato 4 torri di 3 piani ciascuna. Un ingrediente, tipicamente svizzero, per ogni singola torre: mele essiccate, acqua, sale e caffè.

Ognuno può prendere ciò che vuole, senza limitazioni, sapendo però che i contenitori non verranno riforniti e che i visitatori successivi potranno prendere la loro parte solo se chi c’è stato prima non ha esagerato. In questo modo si tenta di responsabilizzare il visitatore a non essere troppo avido: ci saranno riusciti?

Quando siamo passati noi, dopo solo 16 giorni dall’apertura di Expo, i primi piani di acqua e mele erano quasi esauriti. Dubitiamo che chi arriverà a settembre o ottobre potrà trovare qualcosa, ma sarà un bel messaggio da dare a chi si ritroverà davanti uno spazio espositivo completamente vuoto. Sul sito del padiglione svizzero potete vedere in tempo reale il consumo dei prodotti

Se vi state chiedendo cosa c’entrino il sale e il caffè sappiate che, per quanto riguarda il primo,
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il sottosuolo svizzero ne è ricco e il secondo è il primo prodotto alimentare esportato dalla svizzera grazie alla nota multinazionale elvetica.

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Le scarpe di Isabel Marant hanno conquistato una fama imperitura dopo essere apparse ai piedi di moltissime star, che hanno reso le sue Bekkett Sneakers in suede e zeppa interna tra le calzature più celebri e copiate al mondo: ma la ruota fa il suo giro e stavolta toccherà alla designer francese rispondere del sospetto che le sue nuove scarpe, la linea di sneakers Bart, siano la copia delle leggendarie Adidas Stan Smith, ovvero le scarpe da ginnastica più famose e amate di sempre.

Né da Isabel Marant né dall’Adidas, che di solito è la prima a sponsorizzare le collaborazioni speciali realizzate con designer (vedi Jeremy Scott) o personalità dello spettacolo (vedi Kanye West), sono arrivate risposte o smentite in merito alla questione di questa presunta copia: ma effettivamente, a guardare bene le due scarpe, le somiglianze sono parecchie.

A porre la questione del possibile plagio ai danni di Adidas da parte di Isabel Marant è stato il sito The Fashion Law, che si occupa in maniera approfondita di tutte le questioni giuridiche che possono riguardare i marchi di moda. Nello specifico, si legge:

Un veloce sguardo allo stile delle sneakers di Isabel Marant e alle Stan Smith di Adidas rivela alcune notevoli somiglianze. Entrambe le scarpe hanno una tomaia bianca e suole flat sottili, sette buchi per i lacci su ogni lato delle scarpe, somiglianze nel posizionamento dei buchi di traspirazione e disegni davvero simili per le righe sul lato. Comunque,
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come notavamo prima, è più interessante e possibile che a sollevare un caso di copia illegale non sia la somiglianza reale tra le due scarpe nella loro interezza [.] Invece, il posizionamento della parte colorata sul retro della scarpa è quello che salta più agli occhi e quindi più questionabile [.]

La spiegazione, secondo The Fashion Law, sta proprio in questo dettaglio:

Data la registrazione federale di Adidas e visto che la Bart di Isabel Marant ha un elemento di design simile, quello che identifica nello specifico proprio la Adidas, Adidas potrebbe davvero fare causa per plagio. Dopo tutto, le due bande colorate sul tallone sono davvero somiglianti. Le Stan Smith di Adidas sono proposte in una variante rossa con la scritta “Stan Smith” in bianco e il logo di Adidas. Le scarpe di Isabel Marant sono in rosso metallizzato con la scritta “Isabel Marant” in bianco. I caratteri utilizzati, comunque, sono un po’ differenti, così come la grandezza del testo. Oltretutto, Adidas usa un filo più scuro per cucire la parte, mentre Isabel Marant ne utilizza uno bianco. Queste cose possono importare parecchio.

La questione si fa quindi spinosa: Isabel Marant ha realmente copiato nelle sue Bart un tratto distintivo delle Adidas Stan Smith? Si è trattato soltanto di un caso? Cosiderando che le Bart di Isabel Marant vengono vendute a circa 400 dollari e le Stan Smith di Adidas costano un quarto,
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i mercati cui si rivolgono sono certamente diversi ma non è la collocazione di acquisto ad essere fondamentale in questo caso.

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Applausi trasformatisi in piccala ovazione quando Licia Boldi, presidente Aidi ed energica del Congresso, ha rivelato che la null era che un appassionata di danza, con il suo insegnante argentino doc, ha sottolineato la Boldi le igieniste sanno fare anche questo!

L ufficiale del Congresso coincisa invece con l compiaciuto della presidente di tre prestigiosi traguardi conquistati dalle igieniste Aidi: il riconoscimento della rappresentativit dell l a consigliera (tesoriera) di una delegata al Congresso FDH e, infine, ultimo ma non meno importante, la conferma del consigliere Stefano Chetti a segretario degli igienisti d Vero clou del Congresso, tuttavia, oltre agli interventi dei vari relatori, stata la tavola rotonda, seguita subito dopo. Pur definito ufficialmente un time si ben presto trasformato in un dibattito acceso, quasi un con incursioni frequenti e pi che vivaci, del pubblico.

A scaldare gli animi soprattutto la presenza, al tavolo del time di Alberto Libero, in rappresentanza Andi, e di Pierluigi Delogu, presidente Aio, ossia del come li ha definiti spiritosamente la presidente Boldi. Ad aprire le ostilit per cos dire, stata l Stefanelli, dichiarando il suo parere secondo cui l pu certamente svolgere l in modo autonomo. Il problema,
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semmai, di semplice autorizzazione, visto che le varie Regioni si comportano in modo differente. Al che, avendo Delogu chiesto: che senso ha uno studio d autonomo? si sentito rispondere a muso duro dal pubblico: affari nostri! Frase che non piaciuta per niente ai due odontoiatri, fermi sul concetto di studio come con il dentista in testa. E ancor meno l urlata dal pubblico come battuta provocatoria: uno studio di igienista c sempre posto per un buon odontoiatra

In un dibattito cos acceso, a ben poco servito a Libero rammentare all l flessibilit degli odontoiatri sulle problematiche degli igienisti, invitare l a far fronte comune ai cost ai vari Groupon e Vitaldent, invece di beccarsi tra loro come i polli manzoniani. Il clima, ad un certo punto, era cos incandescente, che la Boidi ha scherzosamente preso su di s l di accompagnare i due dentisti fuori della sala li vogliamo vivi Alla fine tutti d almeno sul fatto che autonomia e autorizzazione all dell igienistica, rimangono questioni aperte su cui necessario confrontarsi. Ideale conclusione del dibattito risuonato alla fine il pacato ammonimento di Libero, frutto di pacatezza e di una lunga esperienza professionale: uniti nell medico ha detto perch se ci spezzettiamo, non si sa dove si va a finire

ICP e AIOP

L’International College of Prosthodontists (ICP) è la società scientifica mondiale degli specialisti in protesi dentaria e ha come obiettivo la promozione della specialità in Protesi Dentaria nel mondo.

stata fondata nel 1982 per consentire la collaborazione e lo scambio di idee tra Protesisti di tutti i continenti. Tra i fondatori troviamo i più importanti nomi della protesi mondiale, come Harold Preiskel (UK), George Zarb (Canada), Jack Preston (USA), Peter Scharer (Svizzera), Bo Bergman (Svezia), Lloyd Crawford (Australia), Makoto Matsumoto (Giappone).
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Dopo aver parlato dell da laurea giusto per Lei, è giunto il momento di dedicarsi anche al mondo maschile, apparentemente più semplice ma ugualmente impegnativo. Rispetto al guardaroba femminile quello maschile è di gran lunga limitato. Grazie al suo abbinamento questo completo permette di poter creare look diversi giocando sull dei vari colori e dei tessuti, mantenendo però sempre una certa coerenza tra le tonalità. Ad esempio una giacca blu può essere abbinata ad una camicia bianca o azzurrina e a dei pantaloni grigi, bianchi o beige. Se invece preferite le nuances più scure, al posto del classico pantalone potete anche indossare un jeans abbinandolo ad un mocassino. Evitate però l nero marrone. Quest è meglio accompagnarlo con tonalità chiare come il sabbia o il beige. Per dare un tocco più elegante all aggiungete un papillon da taschino o la cravatta.

Dandy modernoIl dandy style o lo si ama o lo si odia. Si tratta di uno stile che richiamaun po la figura del ricco gentiluomodel XIX secolo dedito alla cultura e alla ricerca del bello, come Dorian Grey, Andrea Sperelli e Lord Byron considerati nella letteratura i dandy per eccellenza. Negli ultimianni, questo tipo di abbigliamento è tornato alla ribalta in chiave rivisitata e moderna. Per ricrearlo basta un completo ton sur ton,in unica tinta o a fantasia,
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composto da giacca, camicia, gilet retrò e pantalone da abbinare a delle scarpe stringate. Lo stile dandygioca molto sugli accessori, quindi largo spazio a papillon o cravatta, fazzoletto da taschino, bretelle, pashmine, cappelli e, addirittura, orologio da taschino.

Direttore Responsabile: Federica CampilongoSull Sara ParisiTutti gli articoliREDAZIONERedazione CentraleRedazione CataniaRedazione PalermoLavora con noi Crea il blog della tua Università.
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Marzo pazzerello, marzo solstizio di primavera, marzo: appuntamento con Cartoomics! L’evento fieristico meneghino, indubbiamente e prepotentemente uno dei più importanti a livello italiano per tutto quanto riguarda direttamente o indirettamente l’universo dei fumetti, dei cartoons, dei giochi di ruolo, della fantascienza e naturalmente del cosplay; ha accolto quasi 50.000 visitatori nell’arco di tre giorni, nella cornice dei nuovi spazi espositivi di Rho.

E se buona parte del successo della manifestazione va riconosciuto al fascino dei due splendidi cinquantenni a cui erano dedicate le due mostre principali Eva Kant e Iron Man non si può negare che anche i due cosplay contest abbiano avuto il proprio peso nel calamitare l’attenzione di curiosi, pubblico ed appassionati. Gara classica la domenica, nuovissimo contest aperto ai cosplayer europei il sabato (ne abbiamo parlato anche qui). In tutto, più di 600 ragazzi hanno sfilato sul palco di Cosplay City.

Fra i tantissimi, superbi, costumi in gara, alcuni ci hanno colpito in maniera particolare. Per esempio l’imponente armatura indossata da Giulia Meda, protagonista questo mese della nostra rubrica. Buona lettura!

Come hai iniziato a fare cosplay?

La mia introduzione al Cosplay è avvenuta per puro caso, a dire il vero. In fumetteria io e mia cugina chiacchieravamo del più e del meno quando, non ricordo bene il motivo, una di noi due ha detto “E se quest’anno andassimo a Lucca Comics?” Era il 2007, e giuro che non sapevo nemmeno cosa fossero i cosplayers. Sapevo del Lucca Comics per sentito dire e tutti mi suggerivano di andarci, perchè era un’esperienza da provare. Beh, dopo aver sperimentato la fiera, mi è piaciuto tutto da morire e mi è venuta una voglia matta di provare pure io! Un anno dopo, dunque, ho acquistato su ebay il mio primo cosplay, ho costruito gli accessori e così ho mosso i primi passi.

Si trattava di Yuna da Final Fantasy X. In quel periodo ci stavo giocando e l’adoravo!

E com’è andata la tua prima esperienza in cosplay?

Devo dire che è andata discretamente. Mi sentivo un po’ impacciata a dire il vero, per via della novità; e in termini di “quantità di foto scattate dai passanti” non ero proprio l’eccellenza. ma le poche foto che mi hanno fatto, e sentirmi chiamare con il nome della mia beniamina, mi hanno dato un’emozione quasi indescrivibile.

Sì, lo capisco bene. E così hai deciso di continuare. Qual’è stato il passo successivo?

Dunque, essendo una grande amante della saga Final Fantasy, scelsi di provare a realizzare un altro cosplay: questa volta optai per Vincent Valentine, uno dei protagonisti maschili che preferisco. Ancora una volta la base del costume la acquistai su ebay. Però il dettaglio dei costumi realizzati su commissione in vendita su questo particolare sito è spesso molto bassa. Quindi, una volta arrivato, ho cominciato a modificarlo un pezzettino alla volta. E poi ho provato per la prima volta a costruire la Cerberus, l’arma di Vincent, utilizzando i materiali di riciclo che trovavo per casa. Stesso dicasi per l’armatura al braccio sinistro e le scarpe. Frequentando i forum di Cosplay ho conosciuto la Craft Foam ed è stata quella la prima volta che l’ho utilizzata. Certo, il risultato finale essendo quello il mio secondo cosplay in assoluto era ancora un po’ raffazzonato, ma a Lucca ho notato un numero di consensi superiore all’anno precedente. Un buon segno dopotutto! Più recentemente ho realizzato anche la versione chaos di Valentine,
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ispirata ad un artwork, la metamorfosi. E a Lucca ho vestito i panni di Floralia. Si tratta di una forma speciale di Yuna di Final Fantasy X2, una looksfera speciale. Comunque non mi ci vedrei mai con abitoni tutti frufru (per quanto io adori vederli indossati da altri cosplayers). Inoltre passata la prima fase Final Fantasy all’inizio del mio hobby, ho iniziato a scegliermi personaggi cupi. Chi è, da che serie è tratto, come mai lo hai scelto. Confesso in tutta onestà di aver tifato un sacco per te. Speravo vincessi tu come Miglior Maschile. Il Dio Creatore della Luce Horakhty (nome altisonante, lo so, ma è pari pari a quello che c’è scritto sulla carta) è un personaggio di Yu Gi oh!, altra serie che ho amato alla follia. In Yu Gi oh! ci sono tre carte divine, rappresentanti entità egizie uniche e potentissime: Slifer il Drago del Cielo, Il Drago Alato di Ra e L’Obelisco del Tiranno. Quando il protagonista Yugi, da sempre alla ricerca dell’identità del suo Alter Ego, entra in possesso di queste tre carte, si ritrova ad affrontare un nemico terribile: il Signore dell’Oscurità Zork. Alla fine l’unione di queste tre carte genera l’entità Horakhty che riesce a distruggere il male e inoltre rivela a Yugi il suo passato. In sostanza Horakhty è la fusione di due divinità egizie (Horus e Amon Ra) e si suppone abbia creato l’universo e controlli il moto del sole nel cielo. Ho sempre amato il design delle carte di Duel Monsters e ne collezionavo tante qualche anno fa. Qualche mese fa però ho visto per puro caso questa carta da gioco appena rilasciata in Giappone, e sono rimasta folgorata dalla bellezza del design!

E hai subito deciso di realizzare il costume?

In verità ho passato molto, molto tempo, a scervellarmi su come farlo. Non avevo mai realizzato un’armatura completa e decisamente non è stata la scelta più semplice da cui partire. Comunque viste le mie finanze limitate mi sono detta: materassina!

Ormai utilizzo la materassina in qualsiasi mio cosplay, e qui non ho fatto eccezione. Ero piuttosto giù di morale perchè non avevo idea di come fare, poi un giorno di colpo mi è venuto un mezzo delirio artistico e, strappando via un work in progress di un altro progetto accantonato, ho iniziato a lavorare l’elmo. Vedendolo prendere forma piano piano ho deciso di continuare e lavorare l’armatura per il corpo. Quando hanno aperto il negozio della Decathlon nella mia città sono andata fuori di testa! Per restare nei termini di bassa spesa, uso sempre la vinavil, meglio ancora se dotata di plastificante nella formula. Si possono stendere quante mani si desidera: di norma per regolarmi guardo il riflesso della materassina: quando riflette bene la mia mano, allora può andare. Beninteso, dipende molto dal gusto personale. All’occorrenza si possono dare mani su mani anche dopo e riverniciare. Per Horakhty ho dovuto velocizzare un po’ i tempi o non sarei riuscita a finire in tempo!

Solitamente come procedi? Fai prima un cartamodello e poi tagli il materassino? O usi un programma tipo pepakura?

Per Horakhty in verità sono andata quasi del tutto ad occhio, osservando sempre l’immagine. Lo ammetto, sono un po’ capra per quanto riguarda i cartamodelli. Ho comunque preso dei fogli di acetato trasparenti e ritagliato così la materassina per mantenere il più possibile la simmetria. Pepakura l’ho visto usare per delle grandi cose e un giorno vorrei proprio imparare ad usarlo, ma nessuno m’ha mai spiegato bene come si fa e dove si piglia! Le sfere sul petto, sull’elmo, sulle mani e sulle spalle sono delle palline di natale segate più o meno a metà! Me le sono prese lo scorso gennaio nell’emporio di quartiere ad un prezzo stracciato e mi sono sbizzarrita con il seghetto manuale!

Per la colorazione ho utilizzato una tecnica mista. La base è uno smalto metallizzato. Poi per i dettagli e le sfumature ho usato colori specifici per la seta mischiati ad acrilici brillanti, il tutto dato a pennello. A quanto sembra, la mistura sotto certe luci crea un riflesso che simula più o meno la cromatura del metallo. Anche il make up è metallizzato, oro e argento.

Ti devo fare i complimenti, oltre che per la meraviglia che hai realizzato, anche per il coraggio di camminare su quei trampoli! Io avrei avuto il sacro terrore di schiantarmi sul palco!
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Come li hai realizzati, a proposito?

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1 CORI AMENTA (AL SECOLO CORRADO) AMA LA FAVOLA DI CENERENTOLA: SI INVENTATA UNA LINEA DI CALZATURE PER CHI AMA I TACCHI MA PORTA UN VIRILE 43 DI PIEDE 2 42 ANNI, SICULA TRAPIANTATA A MILANO, FIDANZATA CON UN UOMO CHE STRAVEDE PER LEI, TERZA DI REGGISENO, E’ FIERISSIMA DI TENERSI ATTACCATO IL SACRO UCCELLO: “MOLTE TRANS SI VIVONO COME DONNE DI SERIE B. IO MI SENTO UNA CREATURA DI SERIE A. NON VOGLIO SPACCIARMI PER DONNA, SOLO ESSERE MERAVIGLIOSAMENTE TRANS” 3 LA PRIMA VOLTA TRANS VESTITA DA DONNA: “ERANO I PRIMI ANNI NOVANTA, E LA COMPAGNIA DI TRAVESTITI DI RUPAUL ERA A MILANO PER ANIMARE UN PARTY DI GIORGIO ARMANI” 4 “SVEGLIARSI LA MATTINA CON LE TETTE UN TRAUMA. DOPO L’OPERAZIONE HO AVUTO UNO CHOC, NON MI SONO GUARDATA ALLO SPECCHIO PER UN MESE. POI HO INIZIATO AD ASSAPORARE GLI SGUARDI DEGLI UOMINI E HO CAPITO CHE IL SENO ERA ORMAI PARTE DI ME”

Cristina Manfredi per “Vanity Fair”

TRANS TRANS Gambe chilometriche, lunghi capelli profumati, una bocca sensuale. Ma Cori Amenta, la sexy signora che vedete in queste pagine, all’anagrafe si chiama Corrado e fino a nemmeno due anni fa i tacchi alti se li concedeva solo per qualche party en travesti. Oggi, dopo essersi regalata una terza di reggiseno e aver riempito il guardaroba di gonne sofisticate e provocanti bustier, firma una linea di calzature super modaiole, progettate per chi, di piede, porta dal numero 40 in su. Le luccicano gli occhi mentre mi mostra i prototipi: Ora anch’io posso indossare scarpe chic. In effetti, provate voi a trasformarvi in elegantissime trans senza poter contare su calzature come si deve.

In Italia i documenti non li modificano se non ti decidi a completare chirurgicamente il cambio di sesso, e il lavoro spesso lo perdi se un bel mattino mentre l’anagrafe ti considera ancora uomo ti presenti in ufficio con gli occhi truccati. Se poi ti convinci che tutta la fatica fatta per farti crescere un paio di tette merita qualcosa di meglio che squallidi giri di sesso mercenario, la faccenda si complica ancora di più. La società a parole ti accetta, nella realtà ti ghettizza nel ruolo di torbida creatura notturna con cui vivere inconfessabili momenti.

Cori, però, appartiene al club del Voglio la favola: quella categoria di persone che non si arrendono anche se l’impresa ondeggia tra l’improbabile e l’impossibile. Ci vuole un gran coraggio per comunicare a una solida famiglia siciliana che, da un certo momento in poi, i collant prenderanno il posto dei calzini. Lei ci è riuscita, e si è costruita una vita che molto assomiglia ai suoi vecchi sogni. Fidanzata con un uomo che stravede per lei, poteva limitarsi a portare avanti il suo lavoro di stylist per riviste e grandi griffe della moda, invece eccola che si reinventa stilista e imprenditrice.

TRANS TRANS Perché ha deciso di diventare trans?

Per i miei 40 anni avevo organizzato una grande festa con gli amici più cari. NeI guardare le foto della serata mi sono accorta che io non mi vedevo negli scatti, anche se ero al centro dell’inquadratura. Sono andata in tilt, perché faticavo a prendere atto della mia situazione. Mettersi il mascara e avere un corpo da maschio è una faccenda che all’inizio ti manda in crisi.

Che cosa l’ha convinta a iniziare le cure ormonali?

Da una parte c’era il mio amore sfrenato per gli abiti, il trucco e il parrucca dell’estetica femminile. Dall’altra la consapevolezza che, nei sogni, mi identificavo in qualcuno di diverso da quello che ero io nella realtà. Ora non mi capita più.

Non ha mai avuto paura del giudizio degli altri?

Mi spaventava l’idea di fare soffrire la mia famiglia. Ricordo come un calvario la mia adolescenza in Sicilia, soprattutto per il terrore di offendere i parenti con il mio essere gay, perciò ero molto preoccupata della loro reazione.

E alla fine com’è andata?

Quando ho spiegato il bisogno di riconoscermi allo specchio in un’immagine di donna, mia madre mi ha accettata, a differenza delle due sorelle che di primo acchito l’hanno presa malissimo. Lo scorso Natale mamma mi ha regalato un anello di famiglia e mi ha detto: “L’ho conservato tutti questi anni per regalarlo a tua moglie, ma ora quella moglie sei tu, è giusto che tu lo abbia”. Però è stato quando mio zio di 85 anni mi ha guardata, e mi ha detto che sono la sua nipote più bella, che ho capito di avercela fatta. stato un gesto incredibile per un uomo della sua generazione, nato e vissuto a Noto.

TRANS TRANS Si ricorda che cosa ha provato la prima volta che si è vestita da donna?

Erano gli inizi degli anni ’90, la compagnia dei travestiti di RuPaul era arrivata a Milano per animare un party di Giorgio Armani, e Ii avevo incontrati in una discoteca. Pur essendo io in abiti maschili, erano rimasti molto colpiti da me, così mi hanno portata in albergo e trasformata nel personaggio di Miguel Bosé in Tacchi a spillo di Pedro Almodòvar: ai piedi un paio di scarpe rosse altissime, in testa una parrucca bionda.

Ero così elettrizzata all’idea di fare il mio ingresso trionfale, con loro, a Le Cinéma (un nightclub dell’epoca, ndr). Peccato che, per entrare, bisognava scendere una lunghissima scala, e lì è successo il disastro: sono inciampata e ho fatto tutta la rampa ruzzolando giù come un sacco di patate. Mi è anche volata via la parrucca.

La scorsa primavera si è sottoposta all’intervento di mastoplastica additiva. il primo passo verso il completo cambio di sesso?

Per niente. Sono fiera della mia condizione attuale. Molte trans si vivono come donne di serie B. lo mi sento una creatura di serie A. Non voglio spacciarmi per donna, solo essere meravigliosamente trans.

Ma che effetto fa svegliarsi la mattina con una terza di reggiseno?

un trauma. Subito dopo l’operazione ho avuto uno choc, non mi sono guardata allo specchio per un mese. Poi ho iniziato ad assaporare gli sguardi degli uomini e ho capito che il seno era ormai parte di me. Certo, ancora adesso, quando lo sfioro, mi fa un po’ effetto. Del resto, ci sono trans che anche a distanza di anni non sono riuscite a superare il trauma.

TRANS TRANS C’è qualcosa che proprio non sopporta del suo nuovo status?

Detesto sentirmi chiamare Corrado. Le sembro una faccia da Corrado?.

Lei vive in una posizione unica, ha un osservatorio speciale su uomini, donne e trans: che consiglio darebbe a ciascuna di queste categorie?

Alle donne direi di smetterIa di rincorrere la giovinezza a tutti i costi: sono loro a rappresentare la forza assoluta del nostro tempo, che senso ha fingere di non invecchiare mai? Gli uomini, invece, dovrebbero abbandonare una volta per tutte quegli atteggiamenti da galli neI pollaio. II giorno in cui impareranno a piangere, e a cogliere certe sfumature più sottili della vita, scopriranno di poter vivere molto meglio. II consiglio per le trans? Basta con i trattamenti estetici vissuti come un’ossessione. Capisco bene quanto sia importante vedersi belle, ma godetevi di più la vita.
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Io parlo olandese. Secondo il Governo è la mia seconda lingua. Ho tanto di diploma che lo attesta, perchè ho passato i quattro esami di Stato dell Per un anno ho studiato in modo costante, a fianco del mio lavoro full time e senza orari.

Mi sono fatto lo straculo ed ho imparato una lingua straniera parlata solo qui e basta, abbastanza bene anche, visto che quando la usavo quotidianamente sul lavoro, i clienti pensavano che fossi belga o del Sud Africa. Diciamo che la grammatica è abbastanza corretta ma ho un accento di merda. Ci sta.

Appena ho potuto, cambiando lavoro, ho smesso di parlarlo. Il motivo è, che delle 4 lingue che parlo, l è la meno affascinante, quella con la musicalità più stridente ed è effettivamente limitata e limitante nell E gutturale, va di fretta, è piena di consonanti, ha poche sfumature. Sento ripetere e ripetere le stesse frasi dai madrelingua, quando li ascolto fingendo di leggere il giornale o ascoltare la musica. Metto in pausa Katy Perry e mi dico: provaci, inizia a voler bene all dutch.

No. Mi fanno male le orecchie. Sono arrivato al punto che alcune parole, soprattutto se combinate assieme, mi danno l Mi provocano un senso fisico di fastidio e repulsione. Se ti sento dire qualcosa come lekker chillen o relaxte gozer sono capace di guadarti come se ti stessi annusando sotto la scarpa una merda di cane bella fresca appena pestata. Lo so, sono una persona pessima.

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Al lavoro, i miei colleghi olandesi si meravigliano che a volte rispondo loro in olandese. Magari nella versione turca della lingua, però più che comprensibile. sapevo che parlassi olandese! La mia risposta è, sempre: finta che non lo parlo faccio per rigetto. Lo faccio perchè in questa lingua ci vedo tutto quello che non mi piace dell medio. Se inizi a conoscere un codice comunicativo, inizi a capire anche come ragiona chi in quel codice ci cresce. Vi ricordate il nome di un poeta o uno scrittore di fama internazionale olandese? No, non ve lo ricordate. Perchè non c questo punto di vista siamo molto, molto fortunati ad essere cresciuti in una lingua latina. Che poi non vuol dire nulla: il tedesco è una lingua complessa e completa, la lingua dei filosofi moderni. Mica fave.

Sono attualmente in una fase di rifiuto della lingua, il che è un peccato, visto che non è stato facile apprenderla. Questo non vuol dire che non dobbiate impararla. Se volete vivere nei Paesi Bassi, è giusto ed è normale che uno sforzo venga fatto. Soprattutto perchè, in futuro, ve lo faranno pesare.

Come italiani forse non capiamo bene. I nostri immigrati arrivano che una base di italiano già la parlano, oppure la apprendono in fretta. Anche perchè non siamo una nazione brava con le lingue straniere, quindi chi arriva da noi è anche più stimolato a cercare un idioma comune di comunicazione. Ad Amsterdam,
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Rotterdam e poche altre grandi città, puoi tranquillamente vivere con l Lavoro e pago le tasse, dici, cazzomene.

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Però sbagli a pensare così. Sei un immigrato e come tale sei in fondo alla catena alimentare. Il fatto che non parli la lingua degli autoctoni sarà sempre una motivazione per vederti il dito puntato addosso. Sei più vulnerabile e ci sarà sicuro chi farà vantaggio di questo tuo limite.

Vorrei davvero che non si facessero paragoni con l in questo contesto. Non siamo mai stati una nazione di colonizzatori, non abbracciamo le compagnie straniere dando loro ampi respiri fiscali, non abbiamo permesso a generazioni di popolazioni di immigrati di vivere come se fossero a casa loro (nella convinzione che poi se ne sarebbero tornati a casa).

Per questo trovo scorretto e anche un po bastardo che l delle tasse sia tenuto a parlare e comunicare solo in olandese. Mi fa arrabbiare quando un italiano che arriva qui, si ammazza di lavoro, fa turni assurdi, si sente dire dal primo olandese che lavora part time ed ha finanziamenti non si capisce da dove: tu non parli olandese? Una risposta opportuna potrebbe essere: riuscissi a non fare un cazzo come te, vedi come te lo imparo? Solo che ti devo pagare i finanziamenti col mio lavoro, quindi bacia manina.

Mi fa il sangue in fiele (si era capito dal tenore del post?) sapere che in Parlamento c in discussione una legge per cui se non parli un olandese anche basico, ti vedi decurtare in modo graduale l ovvero il sussidio di disoccupazione.

Dovesse passare questa legge, si renderebbe chiaro che i Paesi Bassi hanno ancora il sangue dei colonizzatori.

Se decidi di penalizzare qualcuno, economicamente, sul fatto che non parli una lingua, sei uno stronzo. Soprattutto se tu sei un madrelingua e quindi poni l in una posizione di svantaggio a priori.

L lo tagli se non ti impegni a cercare lavoro o se sei un delinquente.

Dovesse passare questa legge, io perfezionerò il mio olandese e lo userò per distruggere ogni autoctono che mi dirà baf sul fatto che mi sentirà parlare in inglese.

Veloggiuro qui davanti a tutti voi.

Per giustificare la mia sfuriata di questo post, vi lascio uno stralcio di un diario di viaggio che ho tenuto in Francia, così da farvi entrare un po nel mio cervello e farvi capire il casino mi succede in testa quando si parla di lingua:

( Cammino per una delle navate laterali, in cerca di un posto isolato in cui sedermi e scrivere. Il mio occhio legge di sfuggita la scritta CHEPALLE. Mi sono fermato stupito. In realtà c’era scritto CHAPELLE.

Parlare quasi quotidianamente 4 lingue mi ha reso dislessico. Ieri ho concluso una risposta data al panettiere in olandese, al posto di s vous plat ho detto alstublieft. Una parola che tre anni fa mi era difficile da pronunciare e che ora scivola nella mia bocca. Mi sono stupito che la commessa non avesse compreso l’ultima parte della mia frase.

Mi capita di pensare in olandese. Non capisco perchè ma questo fatto mi infastidisce. Ho messo molto impegno nell’apprendere questa lingua di porto. Capita che riesca a trovare le parole prima in olandese che in italiano. Non mi piace questa arroganza della lingua del mio paese di accoglienza che cerca di avere il sopravvento sulle mie origini.

Identità differenti ingaggiano sempre una lotta tra loro.

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Francesco dice che un francese che impara l’italiano ha grosse difficoltà ad essere espressivo. I nostri accenti sono invisibili.

Gli stranieri per un italiano hanno sempre fatto rima con guai. Abbiamo reso loro il cuore della nostra lingua pressochè inaccessibile.

L’olandese è composto di molte consonanti e poche vocali, risparmia sugli spazi e forma parole lunghissime. Spesso non segue regole logiche, si mantiene vivo con le eccezioni. una lingua di porto ma anche di conquistatori, pratica e fatta di codici. Quando un olandese ti dichiara il suo amore, sembra che ti voglia mangiare. un idioma con la fretta del marinaio che è appena attraccato ma già vuole tirare a bordo l’ancora.

Il francese non svela i denti, fa modellare la bocca in forme piccole, non è una lingua aggressiva. di suoni ovattati, che escono dal naso. Si nutre di raffinatezze barocche, fa saltelli e giravolte come in un ballo di corte. una lingua per ricchi che amano i fronzoli.

Trottolino su Facebook scrive: nootebum, hella haasse, scrittore e scrittrice neerlandesi ( cees nootebum mi risulta essere conosciuto, scrisse un valido libro sul cammino verso santiago. Narrativamente è rinomato per la di alcune sue narrazioni. Comunque nell fa parte di una letteratura pallosa da buon borghese olandese ( poi, sempre per restare in tema letterario,
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pure da noi non è che ci sia fucina di best seller internazionali eh.

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Le cravatte senza camicia

Ci sono cose che un uomo non dovrebbe mai indossare sopra i 30 anni e ci sono altre cose che un uomo non dovrebbe mai indossare. in tutta la sua vita! Ecco, prendi questi ragazzi, è normale andare in giro con la cravatta ma senza camicia? Sono in tanti quelli che lo fanno, così come non sono pochi coloro che sfoggiano orride finte abbronzature, che si notano da chilometri. I cappellini e le scarpette multicolor non si addicono di certo allo stile maturo di un uomo di 30 anni e lo stesso vale anche per gli anelli con teschi e gli orecchini pendenti con le croci. Ah, un’altra cosa, ricordate che voi non siete, e non sarete mai, Johnny Depp!

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