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Che esiste una deriva dei continenti, cioè una spaccatura sempre maggiore tra il complesso dei paesi dominanti che chiamiamo “Occidente” [1] e la grande varietà dei paesi dominati. Una spaccatura non solo economica, ma che riguarda lo stesso modo in cui gli esseri umani vivono la propria vita.

Nella sua famosa opera, Samuel Huntington dedica più spazio alla “civiltà islamica” che alla stessa “civiltà occidentale”. La domanda principale che lui si pone, dunque è, “perché loro sono strani, e come possiamo controllarli?”

Mentre l della deriva pone l proprio sul continente che si muove di più, e quindi si allontana di più dagli altri: il continente Occidente. La domanda fondamentale diventa così l che ci competa: “perché noi siamo strani, e come possiamo controllarci?”

La deriva dei continenti è inseparabile dal grande rimosso, cioè dalla questione dell Ma è anche inseparabile e qui sorgono problemi con i marxisti “tradizionali” [2] da tutto l che l e cioè da elementi mitici, mediatici, religiosi e comportamentali.

La faccenda delle vignette è grottesca, e questo non è casuale.

Gli sciocchi ci incitano a confrontare la “libertà di stampa dell con “le dittature del Terzo Mondo”.

Hanno ragione, ma la cosa non ha nulla a che vedere con un modello superiore di civiltà. Semplicemente, noi viviamo nell del capitalismo totalitario, dove sono le imprese, e non più i politici, a decidere del nostro destino.

Ora, i media sono tra le principali imprese dei nostri tempi. E quindi la libertà di cui gode oggi chi ha la fortuna di possedere i media è uguale alla libertà di cui gode chi oggi ha la fortuna di possedere una finanziaria.

La questione non è la libertà di espressione, ma quella completamente diversa, della libertà dell mediatica.

Tolto il freno della politica, la concorrenza tra prodotti mediatici genera un ottundimento della sensibilità e una ricerca di forme sempre più elementari e quindi infantili per attirare l passati così in meno di quindici anni dal piano ancora nobile della letteratura, con lo scandalo Rushdie, a ciò che il blog Haramlik definisce, fare pappappero a Maometto.

Ogni sistema economico genera un proprio tipo umano. Quello dei media, ha prodotto la casta dei guitti che sanno conciliare l scandalistico con la predicazione moralistica.

Lo scandalo senza contenuto è la sua forma tipica di espressione: la televisione ha creato la colorita presenza di Vladimir Luxuria [3], i pruriti erotici del Grande Fratello e l di Amedeo d che ogni settimana a Domenica In racconta come procede la sua gravidanza.

Nel ciclo dell culturale, lo scandalo crea l della trasgressione, e quindi diventa una falsa ribellione. Perciò, sono spesso le persone che si ritengono di sinistra a gettarsi a difesa dello scandalo senza contenuto, contro i presunti bigotti che lo criticano.

In realtà, lo scandalo senza contenuto è trasgressivo quanto un bordello per soldati gestito dall mentre si raggiungono vette sempre più immaginifiche di pratiche sessuali, la disciplina generale non viene mai messa in dubbio.

Possiamo capire così alcuni aspetti della vicenda delle vignette.

Prima di tutto, è assurdo proporre un confronto tra la “libertà di stampa” in Europa e nei paesi islamici.
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Una mappa degli Aromuni ( Vlachs) nei Balcani. In verde si vedono i Romeni ed in rosato i Vlachs veri e propri ( a cavallo dell’Albania, Grecia, Macedonia e Bulgaria). It was located 11 kms from [[Merca]]. Aerial view of some “banana farms”].

In 1929 was created in the city a special processing building (called “sgranatoio” in [[Italian languageItalian]]) where the [[cotton]] produced in the concessions was selected before the shipping to Italy. Given the importance of the area it was created, from the administrative point of view, the ”Vicecommissariato di Genale” with Vittorio d’Africa as capital, where some industrial activities were focused also for the processing shipping of agricultural products. Foto of “sgranatoio” building in Vittorio d’Africa]

During [[WW2]] in Vittorio d’Africa was done by the Italians the last battle against the British army before the Allied attacked [[Mogadiscio]] in 1941: because of this fight the small city suffered heavy damages. After the war all the Italians moved away and the farm production dwindled, reducing the city to a kind of [[ghost town]].

Actually is growing in the area of the disappeared Vittorio d’Africa a small village of Somalis, called ”Shalam boot”.

”’Romans and Nubia”’ was a relationship and interaction that lasted nearly seven centuries, from the first century BC to the sixth century AD.

Nubia is an historical region around the [[Nile]] river, just south of Egypt, that actually is called [[Sudan]]. Timothy E. They are believed to have been one of several well armed bands of horse and camel borne warriors who sold their vagility to the Meroitic Population for protection; eventually they intermarried and established themselves among the Meroitic people as a military aristocracy. Until nearly the 5th century, Rome subsidized the Nobatae and used Meroe as a buffer between Egypt and the Blemmyes. Meanwhile, the old Meroitic kingdom contracted because of the expansion of the powerful [[Ethiopic]] [[Kingdom of Aksum]] to the east. By AD350, King [[Ezana of Axum]] had captured and destroyed Meroe city, ending the kingdom’s independent existence, and conquering its territory into modern day northern Sudan.

Nubia was never dominated by the Romans, but in [[Augustus]] times there was a possible “Client State” of Rome in northern Nubia.
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Nell’anticipo del 23 turno la Mens Sana ospiter sabato 25 febbraio, con palla a due alle 20.30, la NPC Rieti, squadra che, grazie ad una suite di 4 successi consecutivi ha recuperato posizioni in classifica fino all’attuale dodicesimo posto con 20 punti, a sole 4 lunghezze dai play off e ben 8 punti sopra la zona calda dei playout. Risultati questi, decisamente impensabili fino a qualche tempo fa quando la NPC era in preda ad una profonda crisi di identit 6 sconfitte di seguito tra la met di dicembre e l’inizio del 2017 avevano fatto sprofondare la compagine reatina in classifica, causando altres la dura reazione del pubblico con una forte contestazione dopo il ko interno contro Ferentino, indirizzata in primis al coach Luciano Nunzi, invitato dalla tifoseria a dimettersi, ma anche ad alcuni giocatori, rei secondo la curva di scarso impegno. Una volta toccato il fondo, Rieti ha saputo reagire da grande squadra, inanellando vittorie e mostrando un gioco sempre pi convincente, ed arriver a Siena con il morale a mille, vogliosa di continuare il trend positivo ma anche di recuperare i due punti persi nella gara di andata, vinta dai bianco verdi senesi per 73 66, durante la quale si registr il grave infortunio ad Alessandro Cappelletti.

Nel quintetto amaranto celeste spiccano tre uomini su tutti: il regista ex Omegna Alessandro Zanelli, fulcro della NPC, buon realizzatore da 10.8 punti ma anche ottimo passatore (4.4 assist), la confermata guardia USA Dalton Pepper, (16 punti, 3.5 rimbalzi e 2 assist), autore nell’ultima vittoriosa uscita contro la Viola della sua miglior performance stagionale raggiungendo il trentello, e l’altro americano, il 4 Deshawn Sims, top scorer dei suoi con oltre 20 punti medi ad allacciata di scarpe e giocatore completo con mano educata dall’arco (45%) e valido sotto le plance (6.8 rimbalzi). Da notare come solo in due occasioni il nat di Detroit rimasto sotto la doppia cifra, una di queste fu proprio nella gara di andata al Pala Sojourner. Accanto a loro ecco il veterano italo argentino Juan Marcos Casini, tiratore micidiale da 54% da 3, mentre a guardia del pitturato troviamo invece il promettente lungo classe ’93 Matteo Chillo, 7.2 punti di media, il cui rendimento andato pian piano a diminuire dopo un inizio stagione scoppiettante. A disposizione di coach Nunzi ci sono il giovane play Gianluca Della Rosa, alla seconda esperienza a Rieti, la bandiera reatina Nicol Benedusi, guardia da 5 punti in 21 minuti di impiego ma N. E. contro Reggio, il prodotto del vivaio mensanino Giacomo Eliantonio, rispolverato dopo qualche stagione nelle minors, il centro Riccardo Trevisan e l’ultimo arrivato, il lungo siciliano Vincenzo Pipitone, prelevato da Trieste, che contribuisce alla causa con 3.6 punti medi e che contro la Viola stato pressoch prefetto (12 punti con 4/4 al tiro). Mancher invece l’ex Agropoli Federico Di Prampero messo ko a fine gennaio da un infortunio muscolare.
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Ferrara Tra arcani personaggi e inusuali strumenti musicali dal poetico suono, possenti voci liriche, bossanova e sinuosi movimenti di danzatori, La Moda in Castello 2016 si è confermata come grande multiforme spettacolo, capace di accattivarsi il successo del suo pubblico, intervenuto più che mai numeroso all’appuntamento lanciato da Cna, al termine di una intensa giornata di festa e iniziative diverse, che hanno coinvolto imprenditori, cittadini e intere famiglie con i loro bambini.Alla mattina l’inaugurazione della Mostra dell’Artigianato Creativo e innovativo, in piazza Municipale, vetrina di imprese (22) di eccellenza dei più diversi settori, e poi, nel pomeriggio, dimostrazioni e workshop, animazione con i bambini, fino alla serata in piazza Castello, con oltre un migliaio di spettatori, pronti a rinnovare il loro entusiasmo per questo appuntamento ormai più che decennale di moda, musica e spettacolo.Ma quest’anno è stato un po’ speciale. L’anniversario del 70 Cna ha costituito l’occasione per accendere i fari sul lavoro e la passione che stanno dietro, non solo ai bellissimi eleganti capi di moda protagonisti della passerella che, come sempre, non hanno mancato di ottenere gli applausi e l’ammirazione degli spettatori, ma sulla realtà più ampia del mondo delle imprese rappresentato da Cna.Così, l’edizione del 70, dopo le magiche note della “Voce del silenzio”, interpretata dal tenore Matino Laterza e il soprano Tiziana Guglielmi, ha dato la parola a quegli artigiani e imprenditori, che con il loro impegno hanno reso viva e forte la storia stessa dell’Associazione, prima con il bel video realizzato da Telestense, poi attraverso le brevi parole di emozionati soci Cna, rappresentativi, simbolicamente, del susseguirsi dei decenni, dal 1946 ad oggi.”Per noi questo 70 ha assicurato il presidente nazionale della Cna Daniele Vaccarino, portando il proprio saluto sul palco ai piedi del Castello Estense rappresenta, insieme, un traguardo e un punto di partenza, di speranza. Ce lo chiedono le nostre imprese, impegnate, con tutte le loro forze, a tenere in piedi l’economia e il lavoro nel nostro Paese. Bisogna credere in loro, sarà possibile superare questo momento solo puntando su questa parte fondamentale del nostro tessuto economico. Per parte nostra, ci impegneremo sempre di più nel rappresentare i loro progetti, il loro lavoro e, perche no?, i sogni”. Il trucco è a cura di Niveho Estetica Benessere di Ro Ferrarese.La serata, presentata da Alessandro Pasetti, di Made Eventi (cui è stata affidata la direzione artistica), e Alessia Ventura, con la regia di Sandra Baggio, ha seguito un ritmo incalzante con le esibizioni dei ballerini Massimo Sansottera e Jessica Falceri, del musicista ferrarese Ettore Poggipolini, l’hang player Andrea Benny e la performance della Compagnia dei folli.Tra i momenti di impatto, la sfilata degli abiti 3D dei giovani stilisti Elisabetta Bragaglia, Valentina Minia e Pasquale Montoro, realizzati grazie a Tryeco 2.0, Confezioni Grazia e Sartoria Laura Mode. La manifestazione è tata organizzata grazie al contributo della Camera di Commercio e con il patrocinio del Comune di Ferrara.
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Il protezionismo dei Francesi. E il nostro

La vicenda Enel Gdf Suez ha scatenato le critiche contro il protezionismo francese. Ma anche i nostri politici non hanno mai perso l’occasione di difendere l’italianità di questa o quella impresa. Basta guardare al caso Edf Edison o all’ingresso delle banche straniere. Eppure, ci sono molti autorevoli studi che dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderciCome ci si poteva aspettare, l’affaire Enel Gdf Suez ha scatenato, tagliente e rissosa, la critica contro il protezionismo del Governo francese. Anzi malissimo.

Ora, proprio su queste pagine abbiamo letto una appassionata difesa dell’italianità delle banche da parte di senatori che appartengono alla coalizione governativa. Ma queste posizioni non erano certo isolate, nuove, né appannaggio della sola maggioranza di governo. Se il Parlamento non è d’accordo me lo dica, e lasciamo entrare tutti”, applaudirono convinti. (2)

Si trattava, è bene notare, di acquisizioni di banche “private” nazionali da parte di banche “private” estere. Forse, acquisizioni non volte a creare “valore”, ma unicamente a assorbire gli elevatissimi margini tipici delle banche italiane, è vero. Ma verosimilmente anche tali da stimolare la concorrenza, una migliore allocazione del credito, e più convenienti tassi e condizioni per la domanda.

Poi c’è stata la vicenda Edf. Un “cattivo” monopolista francese cattivo in quanto statale, seppur più efficiente del nostro formalmente “privatizzato”, ma sostanzialmente pubblico “national champion” vuole entrare in Italia, acquisendo un (piccolo) concorrente di Enel, Edison. Tutti contro. Perché è un “male” che la proprietà delle imprese italiane passi in mano allo straniero, in barba, peraltro, ai principi comunitari di libera circolazione dei capitali. Perché Edf è un’impresa pubblica ma il trattato europeo spinge per la parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Per questioni di reciprocità. molto, molto interessante la circostanza che quasi nessuno si sia chiesto se questo ingresso fosse un bene o un male per il paese, per i suoi consumatori, per la generazione di energia e i costi della sua distribuzione. (3) Fosse cioè in grado di aumentare o ridurre il benessere economico generale. Ovviamente, neanch’io conosco la risposta. Né so fare previsioni. Mi stupisce, però, che questo a mio avviso non irrilevante problema sia stato del tutto espunto dal dibattito sul caso. E la soluzione politica alla crisi Edf, come ben su queste pagine, è stata ancora peggiore, un tentativo, oggi abortito, di scambiarsi favori tra i Governi francese e italiano, attraverso una specie di interlocking dell’energia, tale da garantire una situazione di non belligeranza tra le imprese pubbliche dei due paesi nei rispettivi settori. Un accordo forse positivo per i rispettivi campioni nazionali, ma certamente dannoso per la concorrenza.

Alcune domande ai politici

Dove siamo, oggi? Contestiamo le politiche “protezionistiche” del Governo francese. In compenso, ci “scordiamo” che stiamo difendendo un’operazione condotta da una impresa controllata dallo Stato, non particolarmente efficiente, se è vero che il costo dell’energia in Italia è tra i più alti (per usare un eufemismo) d’Europa, e che, in passato, oltre a subire le pressioni e le distorsioni dovute al controllo pubblico ha anche, eccome, beneficiato dei vantaggi che ne derivano.

E, perché probabilmente non faccio parte della élite (cricca) di economisti autoreferenziali che scrivono solo di loro stessi, nei loro “siti” privati, come ha affermato il ministro Tremonti qualche giorno fa sul Corriere, mi sorgono spontanee alcune domande. Mentre sbandieravano e disquisivano sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni nei programmi di governo per le prossime elezioni, dove erano i rappresentanti italiani nelle riunioni europee sugli orientamenti politici generali da assumere in materia? Sembrerebbe, guarda caso, che negli ultimi incontri i nostri rappresentanti abbiano brillato per la loro assenza. Dove erano i nostri politici quando si trattava di rilanciare la politica energetica nazionale, e magari il nucleare, oltre che le fonti alternative, vista l’ampia maggioranza parlamentare che sostiene il Governo? Dove erano i nostri politici quando si trattava di spingere per il principio di reciprocità nei settori liberalizzati principio che per altro non è del tutto condivisibile, quantomeno dal punto di vista del benessere dei consumatori nazionali?

Forse erano tutti a difendere, prima i nostri “immobiliaristi” e, poi, i nostri “finanzieri”, bianchi, grigi o rosetti che fossero. In modo, purtroppo, assolutamente bi partisan.

Di là dalla scelta, rivelatasi a posteriori nefasta, dei cavalli, privati e pubblici, su cui puntare per difendere la proprietà italiana delle imprese, rimane una considerazione di fondo, o meglio, fondamentale, sugli interessi da proteggere.

I più importanti studi sul grado di apertura dei sistemi economici nazionali dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderci. Non sono in grado di prevedere se, almeno nel prossimo millennio, riusciremo a imparare questa lezione. Mi piacerebbe, quantomeno, che, quando si attaccano i sistemi protezionistici altrui, chi punta il dito fosse in grado di sostenere lo sguardo di fronte al detto “scagli la prima pietra” e, soprattutto, parlasse senza avere palesi conflitti di interesse. Il che, quantomeno per i ministri economici, azionisti controllori di Enel, evidentemente non è.

(1) E, a leggere la stampa quotidiana, quantomeno in alcuni casi, si trattava, oltre che difesa dell’italianità, della difesa di interessi personali, se non personalissimi.

(2) Antonio Fazio, Audizione del Governatore della Banca d’Italia nell’ambito della Indagine conoscitiva sui più recenti sviluppi del processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, di fronte alla VI Commissione Permanente “Finanze e Tesoro”, XIII Legislatura, 20 aprile 1999, p. 33 del documento.

(3) Si distingue solo qualche intervento dottrinale “anarchico”, come quello di Massimo Motta nel Forum L’Edf in Italia. La DIS COLL l di disoccupazione per i lavoratori parasubordinati. E stata introdotta nel 2015 e pi volte prorogata fino a diventare strutturale nel 2017 Continua

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L’aereo da Amman devia la sua rotta per non sorvolare le roccaforti del Califfato che ha umiliato il mondo civile prendendosi Mosul e facendone la capitale di un regime fondato sul terrore e sull’esaltazione della morte. E’ l’UNHCR, ovvero l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che ci ha chiamati a condividere qui a Erbil, nel Kurdistan iracheno, un’esperienza che non potrà lasciarci indifferenti: cosa significa davvero offrire rifugio a intere popolazioni in fuga da una guerra di sterminio; mentre a pochi chilometri di distanza infuriano i combattimenti grazie a cui i peshmerga curdi stanno bloccando l’avanzata delle brigate internazionali del jihadismo sunnita.

Insieme alla portavoce italiana dell’UNHCR, Carlotta Sami, atterriamo a oriente di Mosul di soli cinquanta chilometri, rassicurati dal ritrovarci nell’unica regione irachena in cui vige tuttora il rispetto dei diritti umani. L’estate scorsa, in meno di tre settimane, il Kurdistan iracheno si è visto arrivare in casa più di 800 mila disperati da dissetare (siamo in mezzo al deserto), sfamare, risanare. Faceva un caldo terribile, così come ora fa freddo. Ai profughi iracheni un mosaico di etnie, lingue e confessioni religiose diverse si aggiungono 220 mila transfughi siriani. Gli ultimi sono quelli scappati da Kobane, passando dalla Turchia.

Ci sono città, come la settentrionale Dohuk, che ormai contano tre o quattro profughi per ogni residente. Li hanno dovuti ammassare nelle scuole, nei centri commerciali, sotto i ponti, nei giardini pubblici. Dappertutto. E poi naturalmente ci sono gli attendamenti dei campi profughi: non bastano mai. Per evitare che si trasformino in megalopoli ingovernabili di polvere e fango, progettano di allestire altri sedici campi profughi oltre a quelli già saturi. Lo scopo è di evitare situazioni caotiche e pericolose come il campo giordano di Zaatari, a ridosso del confine con la Siria, giunto a contare 140 mila persone.

Nella catastrofe umanitaria, non si segnalano episodi rilevanti di ostilità da parte degli abitanti del Kurdistan. Di fronte a una vera invasione, a un esodo vero, nessuno qui indossa la ben nota maglietta “Stop invasione” esibita da Matteo Salvini per opporsi al passaggio sul suolo italiano di alcune decine di migliaia di fuggiaschi, per lo più intenzionati a raggiungere il nord Europa.

“Te la senti di guardare delle immagini molto forti?”, mi chiede un alto funzionario delle Nazioni Unite, prima di infilare una chiavetta Usb nel suo computer. E’ una precauzione che non adoperano, neanche di fronte ai loro numerosi bambini, i profughi delle tende che, prima di scappare, hanno dovuto respirare l’odore dei cadaveri abbandonati in mezzo alle strade di casa. Sui loro smartphone mostrano fotografie atroci di teste mozzate. Temo gliele facciano pervenire gli stessi assassini dell’Is, come strumento di guerra psicologica. I tagliagole ostentano la loro volontà di sterminio al fine di terrorizzare e ottenere sottomissione. Dai telefonini di alcuni miliziani uccisi, poi, gli operatori UN hanno recuperato altre testimonianze di questa diffusa pornografia della morte: selfie scattati col prigioniero prima e dopo avergli sparato in testa; addirittura un mucchio di bambini fucilati. Li ho dovuti vedere con i miei occhi. Foto a colori, è l’unica differenza rispetto a quelle dei soldati nazisti in un’Europa 1941 che speravamo irripetibile.

Le due mani che si uniscono a formare un tetto sopra una famiglia di rifugiati cioè il marchio dell’UNHCR sono riprodotte su ognuna delle tende allineate a migliaia, spesso in mezzo al deserto, con barriere metalliche e di filo spinato a filtrarne l’accesso. Stanno diventando un logo abituale della contemporaneità come i simboli della Nike e della Coca Cola.

Per rendere più sopportabili le piogge invernali a Gawilan, dove vengono concentrati i profughi di Kobane, si è deciso di gettare basi di cemento e, a fianco della tenda, latrine in muratura che sostituiscano le file di gabinetti chimici imbarazzanti e puzzolenti. Quel cemento aiuta la sopravvivenza, certo, ma è anche indizio di cronicità: stanno nascendo pseudo città mostruose con cui il pianeta intero dovrà fare i conti, non solo il Kurdistan che le ospita.

Dovrei ora riferire i racconti di atrocità subite, di fughe notturne, di figli dispersi, che attraverso traduzioni improvvisate abbiamo raccolto dentro le tende, dopo esserci tolti le scarpe, seduti sui materassini pieghevoli da campeggio che ne costituiscono l’unico arredo possibile. Tra gli yazidi, in particolare, considerati dai tagliagole una popolazione indegna perfino di essere convertita o sottomessa, aleggia la vergogna delle adolescenti imprigionate nei bordelli per miliziani sorti nella zona di Sinjar. Con analogo tremore si accenna ai bambini sequestrati per l’indottrinamento in apposite madrasse a Mosul.

Mi è rimasta impressa, fra i tanti, Layla, nata dieci giorni prima nel campo di Hersham, che ha per culla una specie di cassetta. Il padre, Mohamed Abid Sali, fuggito dai sobborghi di Mosul, mi mostra i segni del proiettile che lo ha trapassato e la fotografia della madre, anch’essa Layla, uccisa con tre fratelli da un’autobomba. In queste tende semivuote si trova spesso una televisione: insieme ai telefonini riempie il tempo di una reclusione permanente senza futuro immaginabile. Attendono permessi di lavoro, sognano di raggiungere familiari emigrati lontano prima della catastrofe.

Mi trovavo qui, tra i profughi stipati nel buio dell’enorme centro commerciale Ankawa con le scale mobili arrugginite, piuttosto che nel limitrofo giardino pubblico trasformato in tendopoli, quando Beppe Grillo sproloquiava sul suo blog di “Affarenostrum”, insinuando chissà quali prebende lucrerebbero le organizzazioni non governative cui le Nazioni Unite subappaltano la gestione dei ricoveri.

Da Amman a Erbil avevo volato di fianco a Gaia Van Der Esch, 27 anni, coordinatrice regionale di Acted, l’ong in cui lavorava uno degli ostaggi decapitati dall’Is, l’inglese David Haines. Gira come una trottola per la regione. A capo del campo di Hersham c’è un’olandesina di 23 anni, Yasmine Colijn, una potenza generosa. Con loro tanti italiani di “Un ponte per”, “Terres des hommes” e altre organizzazioni. Professionisti che vivono nel rischio e nelle privazioni da anni, che l’estate scorsa hanno accompagnato Unicef e UNHCR in missioni di primo soccorso spericolate dentro a città assediate dall’Is. Provvedono alle scuole, alle vaccinazioni, alle terapie d’appoggio per i traumatizzati, allo smistamento del cibo e al rifornimento idrico. Grillo dovrebbe venire a scusarsi per aver malignato sul loro stipendio.

Certo è che stiamo parlando di un’impresa umanitaria costata finora più di 100 milioni di dollari, del tutto insufficienti a coprire il fabbisogno e a impedire che l’inverno si trasformi in una ulteriore tragedia. Gli stanziamenti governativi (Arabia Saudita in testa, seguita a molta distanza da Giappone e Usa) non potranno bastare mai. UNHCR copre già quasi il 20% delle sue spese con le donazioni dei privati e sarà imprescindibile aumentare questa percentuale. Per questo è stata lanciata una campagna di sottoscrizione anche in Italia.

Il governo regionale del Kurdistan è sottoposto a uno sforzo titanico per evitare la paralisi del suo territorio, trasformato in gigantesco rifugio e sottoposto agli attacchi dell’Is. Dal giugno scorso sta gestendo un silenzioso smistamento che deve tenere conto anche degli ostacoli linguistici (molti fuggiaschi parlano arabo, non il curdo) e religiosi: gli sciiti vengono dirottati verso la città di Sulaymaniyah per destinarli poi all’Iraq meridionale; i cristiani cercano di raggiungere la Giordania e quando possibile l’Europa; i sunniti vengono separati dagli yazidi e dalle altre minoranze ormai a rischio di estinzione. Poi ci sono i turcomanni

Oggi il nazionalismo curdo si erge in Iraq a garante di un equilibrio fragilissimo, supportato in ciò dagli interessi petroliferi e commerciali che hanno reso solido il rapporto con la confinante Turchia. Mentre a est, silenziosamente, operano talvolta di supporto reparti di pasdaran iraniani. Ma le tendopoli della Mesopotamia insanguinata rappresentano un problema del mondo intero, indicano un fallimento della nostra civiltà. Questa desertica, inospitale retrovia di una guerra che dilaga ben oltre i confini della Siria e dell’Iraq, ha il volto dei bambini. Nel 2014 sono complessivamente 1 milione e 800 mila le persone costrette in tutto l’Iraq a sopravvivere lontano dalle loro case. Più di metà sono minorenni. Non è forse un problema delle Nazioni Unite? Non è forse un problema nostro?
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“Vieni a scoprire cosa fanno i finlandesi che vivono a Milano e dintorni. L’iniziativa SuomiSalone offre una finestra sulle competenze e sui prodotti e sapori nordici tramite gli artigiani e rappresentanti che vivono qui.” Così iniziava l’introduzione a un evento del Fuorisalone 2017 che ci ha incuriositi molto. Presso Ideamondo Associazione Culturale, in un piccolo locale vicino alla stazione di Lambrate, abbiamo scoperto una vivace comunità finlandese.

L’idea di organizzare un evento tutto finlandese durante la settimana del design è nata dopo l’esperienza positiva del mercato natalizio finlandese, racconta Annamari Riekkinen, una delle organizzatrici. “Ci siamo accorti che nei dintorni di Milano ci sono tanti finlandesi attivi e pronti a collaborare.” Il mercato natalizio è stato coordinato da Eve Marian Schach, artigiana finlandese che abita da oltre 30 anni nella provincia di Varese.

Nel giugno 2016 Annamari Riekkinen ha fondato Ideamondo con la sua amica Paola Carlacchiane, italiana plurilingue sposata con un senegalese e madre di due figli. Le due donne hanno tanti amici che rappresentano culture diverse e trovano la varietà di consuetudini e background culturali una ricchezza. Siccome a tutt’e due piace organizzare eventi, è nata l’idea di creare uno spazio che funzioni da un salotto in cui varie culture possono incontrarsi e divertirsi seguendo vari spunti creativi.

Ideamondo ha acquistato nel febbraio 2017 un piccolo locale commerciale e aperto le porte per tutte le culture e attività culturali. SuomiSalone è il secondo evento finlandese organizzato sotto le ali dell’associazione. Durante il primo evento, “Tutto il mondo è paese”, Eve Marian Schach ha svelato i segreti della lana cardata e i bambini hanno scritto letterine a babbo natale. Il clarinettista Artturi Winstèn si è occupato della parte musicale. In giugno o luglio avrà luogo un corso per preparare delle tradizionali tortine di riso, karjalanpiirakka.

Per il SuomiSalone lo spazio di Ideamondo è stato riempito di prodotti finlandesi anche più del solito. Le bacche di mirtillo, mirtillo rosso, ossicocco, camemoro e olivello spinoso sono piuttosto esotiche per l’italiano medio ma qui si trovano sia in versione essiccata sia come marmellate e succhi. Non manca neanche il pane nero; a Milano c’è un laboratorio di pane che lo prepara secondo la ricetta originale finlandese. Oltre al reparto alimentare ci sono in mostra tra l’altro prodotti di cartoleria finlandesi e lavori di artigiani vari. La modellista Minna Konttijrvi ha portato a Ideamondo una sua creazione, un vestito bianco tridimensionale creato da tantissimi piccoli pezzi di stoffa in stile puzzle una vera opera d’arte.

Anche se gli eventi finlandesi organizzati da Ideamondo non sono ancora tanti, le attività organizzate dalla comunità finlandese non finiscono certo qui. Il Primo Maggio ci si incontra per un picnic nel parco Sempione, due volte all’anno ci sono le giornate di scambio, vaihtopivt, dove si possono portare cose fuori uso come vestiti, scarpe, elettrodomestici, libri, dischi e oggetti vari e prendere quello che invece può servire.

Poi ci sono gite, aperitivi ed eventi vari, basta che a qualcuno venga un’idea e si mette in moto l’organizzazione. Di recente un gruppo di persone è andato a visitare l’azienda agricola Sukula e si è fermata per mangiare salmone affumicato per pranzo.

Di solito gli eventi attirano da dieci a cinquanta persone e secondo le stime della Riekkinen ci saranno circa duecento persone che partecipano almeno una volta all’anno a qualche avvenimento. In totale ci saranno almeno cinquecento finlandesi in zona, possibilmente anche mille se si contano anche gli studenti e altre persone che non si fermano più di tanto.

Come si fa a scoprire che cosa c’è nel programma? Semplice, basta seguire il gruppo facebook “Suomalaiset Milanossa!” che è il più importante canale di informazioni per la comunità. Conviene quindi iscriversi chi vuole respirare un po’ di aria finlandese nella zona di Milano, magari sorseggiando un bicchiere di prosecco e degustando un panino con salmone e gamberetti come al SuomiSalone.

Un festival cinematografico di straordinario interesse, dedicato alla cinematografia dei popoli indigeni, si tiene nell’estremo nord dell’Europa, in un ambiente ghiacciato e buio tipico della regione artica. Siamo ad Inari, nella Lapponia finlandese. I film sono proiettati nel Northern Lights Theatre, che ha un’atmosfera unica: è totalmente fatto di neve, con il cielo e l’aurora boreale come tetto. I film sono inoltre proiettati negli auditorium del Museo Smi Siida e nel Centro Culturale Sajos.

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Alle scorse elezione del 4 marzo hanno votato dalla Finlandia il 39,
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9% degli aventi diritto (dato in calo dal 53% delle scorse elezioni anche per via di ritardi causati dalla posta finlandese nel recapito dei plichi).

Il Movimento 5 stelle è il partito più votato dagli italiani in Finlandia, con oltre il 33% alla Camera e il 26% Senato. Secondo il Partito Democratico cin il 22% e il 26%; terzo partito è +Europa con il 15% e poco dietro agli stessi livelli la coalizione di destra e Liberi e Uguali.

Qui i risultati completi per Camera e Senato.

Un corso universitario di letteratura finlandese dedicato alla tradizione del “Kalevala” e delle varie forme di Poesia popolare finlandese, quella epica, quella lirica. Il corso è stato tenuto all’Università di Firenze dalla professoressa Viola Parente apkova nell’Anno Accademico 2001/2002. Ne riproduciamo la trascrizione col permesso dell’Autrice, docente di letteratura finlandese nelle università di Praga e Turku, certi che rappresenti una solida introduzione alla materia per studiosi e studenti di letteratura finlandese e di storia delle tradizioni popolari.

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Sul lessico culturale finlandese attraverso le osservazioni di Aulis J. Joki tratte da un suo manoscritto inedito

Confluence of congeners Aulis J. Joki (2.6.1913 8.2.1989), whose one hundredth anniversary was in 2013, was the only son of Johan Joki (a carpenter) and Amanda Tolvanen (1). He was native of Viipuri, where he lived until 1918, when his parents moved first to Lappeenranta and after that to Hmeenlinna, before settling down definitely in Tampere, where Joki attended his schools. He turned out to be a very talented and versatile student.

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stata pubblicata di recente la IX Appendice dell’Enciclopedia italiana Treccani, che contiene, tra le molte altre cose, anche l’aggiornamento della voce relativa alla Letteratura finlandese, scritta dalla nostra collaboratrice Viola Parente apkov. Abbiamo chiesto a Viola di farci avere, tratta da quel suo contributo, una scheda su una delle tendenze più marcate della produzione finlandese più recente, il genere del Romanzo storico.

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Dalle origini al Novecento

L’importanza della letteratura orale Se parliamo di letteratura finlandese nel senso di letteratura della Finlandia, bisogna evidenziarne il carattere multilingue e multiculturale. Ai primi testi letterari scritti in latino (successivi all’arrivo ufficiale del Cristianesimo nel XII secolo), seguirono quelli in svedese (soprattutto quando, nel XVII secolo, fu fondata l’Accademia, vale a dire l’Università di Turku / bo). Dalla fine del XIX secolo, il finlandese divenne gradualmente la lingua di maggior diffusione nel paese e a partire dal XX secolo, principalmente dalla seconda metà, troviamo anche la letteratura in lingua sami; negli ultimi decenni, durante i quali la Finlandia si è maggiormente aperta al mondo, riscontriamo letterature in altre lingue minoritarie, sebbene di diffusione limitata.

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Nei media finlandesi riecheggia ancora la polemica direttamente collegata alla riflessione sull’identità nazionale nella letteratura contemporanea della Finlandia. Ebbe inizio nel 2005, quando il traduttore tedesco Stefan Moster, nell’anno della sua partecipazione come membro della commissione per l’assegnazione del premio letterario finlandese più prestigioso, il Finlandia, accusò la letteratura finlandese nella fattispecie il romanzo di un insufficiente dialogo sociale: nella letteratura finlandese mancherebbero degli intellettuali radicali capaci di analizzare la società,
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sul tipo di Thomas Mann.

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Sindrome di RettIl compito più importante per il fisioterapista del centro Rett svedese è il documentare e il riferire cure di successo. Tale documentazione dimostra la possibilità di riguadagnare la funzionalità, ottenere variazioni ed evitare contratture per molti anni. Sono essenziali una valutazione approfondita e una analisi a livello neurologico, ortopedico e fisioterapico. Sottolineiamo l di mantenere i piedi in una posizione corretta, usando la chirurgia e ortesi ben calibrate dove necessari, rendendo possibile la posizione eretta e, per alcune persone, la deambulazione.Nonostante si trovino molti studi nella letteratura medica, per quanto riguarda la perdita di funzionalità da aspettarsi sia ad uno stadio iniziale (stadio II), sia in seguito (stadio IV), le possibilità di risultati positivi tramite intervento sono state raramente rilevate. Quando si lavora e ci si prende cura di persone affette da sindrome di Rett, si rileva spesso un atteggiamento di desolazione nei confronti di un intervento. Viene accettato un deterioramento della funzione grosso motoria senza alcuna analisi. Hennesy e Haas hanno riportato, nel 1998, che su otto pazienti con contratture fisse del piede caviglia, solo due erano state operate (4).Nel 1991 Guidera et al. hanno esaminato nove bambine, dai 3 ai 17 anni, con sindrome di Rett. Cinque di queste presentavano differenti contratture giunturali e nessuna di loro era stata curata operativamente (5). L di una posizione eretta, dell del corpo, del mantenimento e la riacquisizione della linea mediana e le ripetute cure sottotolineata dallo studio sulla scoliosi di Hanks (6).Sono state pubblicate alcune relazioni riguardanti la possibilità di riacquisire l di camminare (7,8). Uno dei compiti principali del fisioterapista presso il centro Rett svedese (Swedish Rett Center) è documentare cure di successo.Ad oggi, le valutazioni fisioterapiche comprendono 75 persone con sindrome di Rett, di età variabile tra 4 e 54 anni, e 25 (33%) di loro vengono esaminate ripetutamente.Noi presentiamo qui tre casi in cui vengono applicate efficaci strategie di prevenzione e di riallenamento.Il primo caso riguarda una donna con sindrome di Rett classica che presenta perdita di abilità grosso motorie e che ha vissuto per anni su una sedia a rotelle, poi riabilitata al punto di ottenere posizione eretta all di 36 anni, con l dell di camminare e attività di transizione fino alla sedia all di 40 anni.Il secondo caso tratta di una bambina con sindrome di Rett, che adesso ha 9 anni e 10 mesi, e del lavoro che si è fatto per darle la possibilità di stare in piedi, fare dei passi aiutandola, e farle mantenere la schiena più dritta possibile, sperimentando diverse posizioni erette.Il terzo caso è l di un lavoro che ha avuto successo nel mantenere la capacità di transizione da terra allo stare in piedi per una ragazza che adesso ha 15 anni, e la sua capacità di usare modi differenti di svolgere il compito. L è iniziato prima della perdita totale di capacità ed è avvenuto attraverso l di nuove strategie facilitative, aumentando la sua motivazione a compiere il movimento.CASO 1Questa donna è nata il 27 marzo 1956 dopo una gravidanza regolare ed è stata considerata normale. Ha imparato a camminare all di circa 16 mesi e all di 18 mesi riusciva a correre, a mangiare con un cucchiaio, a dire molte parole e a combinarle in semplici frasi. Riusciva anche a dire quando aveva bisogno di andare in bagno. A 18 mesi il suo sviluppo si arresta. Ha smesso di usare parole nuove e alla fine ha perso quelle che aveva imparato in precedenza. Il suo sonno è diventato disturbato, l instabile e presentava difficoltà nel cammino. In questo periodo c stata una fluttuazione di funzionalità durante il giorno e variabile di giorno in giorno.All di due anni le sue mani erano serrate in movimenti stereotipati e quando aveva 5 anni il suo camminare era instabile e caratterizzato da un andatura. A 10 anni aveva bisogno di supporto per camminare, a 17 anni i suoi piedi erano in posizione equino vara, il piede destro in maniera più pronunciata.A 18 anni, nel 1974, si verificò un allungamento bilaterale del tendine di Achille. A 21 anni non era in grado di camminare e si discuteva di una nuova operazione al piede destro. Il chirurgo ortopedico e la madre decisero di non effettuare l dubitavano che avrebbe portato dei benefici, considerando il fatto che non ne avevano portati le precedenti.Non era stato effettuato nessun allenamento particolare prima o dopo le precedenti operazioni. Nel 1984, a 28 anni, la famiglia si trasferì in un città. Una valutazione fisioterapica stabilì che la paziente pendeva verso destra, con il serio rischio di incorrere in scoliosi. Una valutazione ortopedica stabilì la mancanza di equilibrio posturale, ma non ancora scoliosi. Le sue giunture avevano una buona estensione di movimento, ad eccezione dei suoi piedi, che erano in posizione equinovara con un del piede anteriore. Il piede sinistro poteva essere forzato verso una normale posizione, ma non il piede destro.Uno dei metodi per ridurre il rischio di sviluppo di scoliosi era farla stare in piedi, ma questo era reso estremamente difficile a causa delle sue contratture. Quattro anni più tardi fu eseguita una osteotomia sfenoide ed un allungamento dei tendini del piede destro. Purtroppo il risultato non ebbe durata.
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Sono andato a Bristol nell occidentale, di recente, e sono rimasto colpito dal gran numero di hipster/hippy borderline che, invece di aspirare sigarette elettroniche, utilizzavano i nuovi vaporizzatori miniaturizzati per tabacco. La pipa è di ritorno: ne ho preso atto con sorpresa. Se è possibile reinventare la pipa per le nuove generazioni, che successo ci si potrebbe mai attendere da chi reinventasse il suo tradizionale e immancabile compagno, la pantofola, e la vendesse a 69 sterline al paio, versione elegante di quella che da Marks and Spencer si potrebbe acquistare per 7,50 sterline?

Un discreto utile, secondo un imprenditore londinese di 35 anni, Ankur Shah. Le Mahabis, le sue pantofole per hipster, si vendono al ritmo di 500 paia al giorno. Nel primo anno di attività l’azienda di Shah ha avuto un giro d’affari di 1,5 milioni di sterline, nel secondo di 10 milioni di sterline e si avvia quest’anno, il terzo, a toccare i 18 milioni di sterline. Shah aggiunge che l’azienda è stata redditizia fin dall’inizio. Mahabis: il nome vi dice qualcosa? Vi sembra familiare? così perché la campagna online mirata a popolarizzare le babbucce da casa è stata incalzante e incessante. Da mesi ormai sugli schermi dei miei dispositivi elettronici compaiono le pubblicità di questo ibrido tra sneaker, pantofola e pianella.

Ankur Shah non ha proprio nulla del magnate della pantofola: figlio di una coppia di medici del Lancashire, nell’Inghilterra settentrionale, ha studiato giurisprudenza, ha lavorato per il Dalai Lama a Dharamsala in India, è stato un avvocato penalista, ha creato un’agenzia pubblicitaria per social media e l’ha venduta a Experian.

La storia delle Mahabis fino a questo momento è interessante ed esemplificativa della velocità con la quale la tecnologia consente di dar vita a un’azienda. Tre anni fa l’idea di creare babbucce non aveva sfiorato Shah neanche lontanamente, benché ne indossasse tutti i giorni un paio, essendo costretto in casa per un grave problema alla schiena. Era pieno di capitali grazie ai proventi della vendita a Experian, ma non aveva granché di cui occuparsi. Shah sostiene che oggi indossano le sue babbucce almeno duecentomila persone in oltre 40 paesi, e pensa che questo possa essere considerato l’inizio di un fenomeno assai simile a quello di Ugg, che ha reso popolari gli stivaletti in pelle di pecora, o Havaianas, l’azienda brasiliana che produce infradito di gomma, o forse addirittura Nike.

Mi racconta che tutto ha avuto inizio per la sua ossessione per i dati: Ho iniziato a dare un’occhiata in giro per divertimento, per capire che cosa cercasse e comprasse online la gente. E ho studiato le infradito. Poi ho provato a digitare e i risultati della ricerca sono stati superiori del 60 per cento. Il volume d complessivo era di ben quattro miliardi di sterline, e ciò nonostante non mi è venuto in mente neppure un marchio che produce pantofole. Shah ha quindi pensato dove potesse procurarsi pantofole da vendere online, trovando però soltanto prodotti grossolani, lanuginosi, di tessuto scozzese che nessuno si sognerebbe di indossare. E infine si è chiesto se non avrebbe potuto creare egli stesso un marchio iconico ed elegante. A quel punto era solo questione di poco prima che trovasse il design giusto, stampasse prototipi di modelli tridimensionali a iosa, prendesse aerei avanti e indietro per Cracovia, in Polonia, paese tra i principali produttori di pantofole, e alla fine aprisse stabilimenti di produzione in Portogallo e in Italia. Il lancio delle Mahabis è avvenuto nel 2014 e Shah ha capito di avere fatto centro e che centro! quando il primo giorno online il suo sito web ha ricevuto diecimila ordini.

Immagino che a nessuno verrebbe mai in mente di fare affari con le pantofole, ma a ben pensarci per la generazione di freelancer, che lavora da casa, sono un articolo molto importante perché sono indossate tutto il giorno, sette giorni alla settimana ha detto, anche se ammette di non avere una spiegazione valida sufficiente per un successo di tale portata. Certo, le sue babbucce sono estremamente comode, ma a monte delle Mahabis in sostanza c’è un marketing online fenomenale. Shah ha detto che l’azienda spende milioni l’anno con Facebook e altri network vetrina che garantiscono che le immagini del prodotto compaiano dal nulla a margine della schermata anche su altri siti web. Con le Mahabis, che nel frattempo sono spedite a getto continuo dai magazzini di Swindon nell’Inghilterra occidentale, il team di dodici persone che a Shoreditch dirige l’azienda non ha certo tempo di starsene in pantofole e tutti si concentrano su altri aspetti fondamentali del marketing, analizzando chi compra, quando, dove e così via.

Si tratta di duro lavoro ma, contrariamente a ciò che se ne potrebbe dedurre, lo staff dei dirigenti lavora quattro giorni alla settimana e Shah sta vagliando la possibilità di avere giornate lavorative di sole quattro ore. Affrancati in buona parte dall’obbligo di lavorare in ufficio in modo tradizionale, i suoi collaboratori sono più produttivi e perfino più creativi. Non resta quindi che prepararsi: in arrivo c’è un’intera linea di accessori per una vita comoda tutti i giorni. Non aspettatevi una pipa Mahabis, però. 2016

(Traduzione di Anna Bissanti)

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ugg.com Il quotidiano con le notizie di Treviso e Provincia

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TREVISO Stretto dalla crisi economica e con un procedimento di vendita all della casa familiare, un imprenditore del settore delle calzature, Lorenzo Meggetto, 67 anni, di Zelarino (Venezia), si ucciso in casa impiccandosi.

L era titolare della catena di negozi di scarpe

Il suicidio avvenuto ieri sera. Secondo quanto riferito dai familiari, l soffriva per i forti problemi economici della societ che gestisce sei negozi di calzature tra Mestre, Forl e Pordenone.

Lorenzo era fratello di Mario Meggetto, pioniere del gruppo di calzature omonimo, il cui marchio tra i pi noti del Nordest. Lorenzo aveva preso una propria strada, separata dal fratello, aprendo una catena con un proprio marchio che gli aveva dato soddisfazione fino al momento della crisi. Secondo quanto si appreso, l non avrebbe trovato appoggio dal sistema creditizio per superare questo momento di difficolt e le cartelle di Equitalia avrebbero aggravato la situazione. Pare che fosse gi stata avviata la procedura di pignoramento della sua casa.

“Era una persona per bene commenta uno dei familiari ha sempre pagato tutte le tasse. Quando si trovato in difficolt ha trovato le porte chiuse da chi fino a poco prima sembrava un valletto nel farlo accomodare nel proprio istituto. Aveva una grande dignit ed stato questo che l portato a compiere l gesto dopo che si visto pignorare la casa”.
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