ciabatte ugg Mario Zwirner IL POSTO FISSO SPIEGATO DA STRISCIA

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Posto fisso=fancazzismo. A chi avesse un dubbio sulla validità di questa equazione, lo ha chiarito e dissolto Striscia la notizia con i filmati che documentano il comportamento dei dipendenti dell di Verona: chi timbra il cartellino e va al bar oppure va a fare la spesa oppure risale in macchina e se va per i fatti suoi. Tutto il mondo, cioè tutto il pubblico impiego, è paese. Lo è perchè può contare sul posto fisso e lo stipendio pagato a prescindere. E mi vien da aggiungere che quelli che salgono in macchina e se ne vanno sono i più seri: perchè almeno non restano in ufficio a far finta di lavorare. (Che, anche volendo lavorare, non ci riesci. Dato che ovunque ci sono almeno il doppio degli eddetti che servono

Dopo di che, se vogliamo essere seri tutti noi, dobbiamo ricordare che è l che fa l ladro. Cioè che fossimo dipendenti dell o di altri settori del pubblico impiego, avessimo il posto fisso garantito anche nel settore privato ci comporteremmo esattemente come gli “immortalati” da Striscia. Quando nessuno può controllarti né sanzionarti, quando comunque non rischi di perdere il lavoro e lo stipendio, diventi giorno dopo giorno sempre più cialtrone.

In modo encomiabile Maria Bonavina, direttore generale dell di Verona, ha chiesto a Striscia di acquisire i filmati per denunciare i responsabili. Peccato che non serva a nulla; peccato che mai gli assenteisti vengano puniti, cioè licenziati. Stella e Rizzo hanno documentato che nemmeno il guardiano di Pompei, condannato per stupro di una turista americana, fu licenziato: fu solo spostato a guardia di un altro sito archeologico

Stando così le cose, il fancazzismo non può che prosperare. Va capito che qualunque appello al senso del dovere, all personale è inutile o largamente insufficiente (le eccezzioni non fanno la norma). Specie nei nostri tempi in cui le istituzioni stato, religione, scuola, famiglia hanno di fatto rinunciato ad educare alla morale civile.

D parte, se l fosse naturalmente buono e onesto, non servirebbe lo stato, le leggi, i tribunali e le carceri. Mentre servono perchè l è naturalmente un delinquente, e quindi sono indispensabili la deterrenza preventiva e, se non basta, la punizione. Così se l fosse naturalmente laborioso potremmo anche concedergli il posto fisso o l invece, tende ad essere e comportarsi come i dipendenti dell 20 immortalati da Striscia, l “articolazione” del mercato del lavoro pubblico (e privato) è un follia che garantisce solamente inefficienza e costi fuori controllo.

Ma la responsabilità, sia chiaro, non è degli assenteisti. E di una classe politica che, per demagogia, ci ha istigato a trasformarci noi tutti da uomini in assenteisti.

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Domani si vota; può dare delle ottime indicazioni di voto questo articolo:Se non avete voglia di sorbirvelo tutto, vi riporto integralmente solo la parte finale, molto interessante per chi sostiene a spada tratta ( come il sottoscritto ) la responsabilizzazione della spesa negli enti locali mediante il FEDERALISMO FISCALE:

in generale, si legge nella spending review , i comuni del sud hanno un livello di spesa pro capite mediamente più alto di quelli del Nord. Mentre nelle province le differenze geografiche scompaiono. La spiegazione è semplice, i Comuni coprono le spese prevalentemente con trasferimenti dello Stato, le Province con tributi propri. UNA TESI, QUESTA QUASI LEGHISTA, CERTIFICATA DAL GOVERNO TECNICO. che è tutto dire essendo un governo che più antiproduttivo e quindi più antinordista non si può

Non si chiama più federalismo fiscale ma spending review che altro non è che la revisione della spesa. Lo scopo è quello di tagliare i costi superflui che sono molti e superare la storica con l degli acquisti. Impresa non facile visto che la stessa Lega si è fermata ai titoli senza poter sviluppare il tema contrastata come si sa dai politici (tutti) delle regioni del sud e qualcuna anche del Centro Nord. Ci riusciranno Monti e Bondi? difficile dirlo poichè gli interessi da toccare sono tanti, primo fra tutti il voto di scambio che al Sud garantisce i gruppi di potere compreso quello malavitoso. E qui che si misurerà la capacità di iniziare a tagliare la spesa pubblica, non certo con la lotta a qualche assenteista, da condannare certo ma che maliziosamente nasconde il vero obiettivo da perseguire.

QUISIFALITALIA, per la prima volta dici qualcosa di, almeno parzialmente, sensato.

Basta che non si nomini la Lega, tutto ciò che essa ha sostenuto ti va bene.

Basta non chiamarlo FEDERALISMO FISCALE, ma SPENDING REVIEW che tu sei contento, come quelli che vanno a comprare negli e se ne escono felici per aver risparmiato su un MUCCHIO DI STRACCI.
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VILLANOVA DI CAMPOSAMPIERO. Ennesimo furto ai magazzini di “Calzature da Toni” di Mauro ed Enrico Gobbin. il quarto che i due fratelli subiscono e stavolta rischia di metterli in ginocchio: Il colpo è forte, stiamo valutando se continuare o chiudere. La notte tra venerdì e sabato i ladri sono tornati nei magazzini di via Roma. Le misure di sicurezza non sono bastate a fermare i malviventi: L’anno scorso sono entrati da alcune finestre che successivamente abbiamo murato. Così, stavolta, hanno pensato di forare direttamente il muro spiega Mauro Gobbin; Hanno rotto vetri, forzato serramenti, svuotato buona parte del magazzino e del furgone.

Neppure l’allarme è riuscito a fermarli: Abbiamo un sistema di allarme che avvisa all’istante me e mio fratello, oltre ai carabinieri continua In effetti i vicini hanno sentito la sirena, ma, come ci ha confermato un esperto, è probabile che attraverso un disturbatore di frequenze, i ladri abbiano deviato la chiamata sul loro telefono, così da non farci arrivare alcun avviso. Un colpo da professionisti, che ha lasciato tracce pesanti. Sembra infatti un uragano quello che ha devastato ciò che Mauro ed Enrico erano riusciti a costruire. Cinquantatré anni fa il padre dava avvio all’attività continuata poi dai figli che ora, stremati, chiedono aiuto: Non si tratta solo delle calzature rubate, qualche migliaio di pezzi per un valore di oltre 50mila euro spiega Mauro, ancora scosso Hanno rubato anche panche, sedie, un carica batterie e un generatore. Ora i magazzini sono un cantiere aperto. I danni sono ingenti e ancora da valutare appieno. Ci stanno costringendo a chiudere. La voce di Mauro è quella di chi,
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dopo anni di sacrifici, si trova ad affrontare un nuovo colpo dopo quello di novembre. In quell’occasione i ladri erano fuggiti con il furgone carico di merce, ritrovato poi, vuoto, tra Codiverno e Sant’Andrea di Campodarsego.

Al momento non ci sono indizi per risalire ai responsabili, Mauro, però, ha una certezza: Vista la quantità di materiale rubato, le persone coinvolte dovevano essere almeno sei. Erano attrezzati, preparati, sapevano come muoversi. Fortunatamente dal primo magazzino, dove hanno rubato la scorsa volta, non sono riusciti a portare via niente, visto che dopo aver forato il muro si sono trovati davanti porte in ferro molto resistenti. Così sono passati dall’altro ingresso portando via tutto quello che hanno trovato.

Una montagna di scatole vuote rimane a testimonianza del saccheggio: Hanno tolto le scarpe dalle scatole e le hanno messe in grandi sacchi, aggiunge Mauro. Dall’una di notte, quando i ladri si suppone abbiano colpito, alle sette del mattino, quando i fratelli Gobbin sono ripiombati nell’incubo, sono passate poche ore, ma sono bastate per spezzare la resistenza dei due commercianti che non potranno allestire il banco durante i prossimi mercati: Siamo presenti in sei mercati della zona commentano Ora non riusciamo a dire con certezza cosa succederà. Speriamo che qualcuno ci dia una mano per ricominciare. Ma ora ci manca la forza per rimetterci in piedi.
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ugg cleaner Manone di Andrea Vitali e Bruno Ritter

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Un romanzo a fumetti firmato da Andrea Vitali (già autore della collana iVitali) e illustrato da Bruno Ritter.

Manone non è un fumetto nel senso classico del termine, ma piuttosto una storia, quasi un romanzo illustrato. Non ci sono nuvolette nel disegno ma stralci di testo che fanno da ponte con il racconto integrale.

Vi riportiamo l era un orco. Basso, pelato, grasso, con i baffi spioventi. Se non lo chiamavi “Herr Ritter” non ti dava retta. Peggio se eri italiano. Perché oltre a doverlo chiamare Herr Ritter, dovevi predisporti a un’attesa di dieci minuti, un quarto d’ora. Se eri italiano, Herr Ritter non veniva al tavolo a chiederti cosa volessi bere. Stava dietro il banco. Con suo comodo ti faceva un cenno con il capo, significava “Cosa vuoi?”. Solitamente ordinavamo birra. Il boccale, quando lo dava, se lo dava, per metà pieno di schiuma, atterrava rumorosamente sul bancone. Allora dovevamo alzarci e andarlo a prendere. Se no bere a canna. Pagamento anticipato.

Ero, e sono, italiano. Terrone e muratore. Il locale di Herr Ritter era l’unico di quell’infame paesino della val Bregaglia dove stavamo lavorando alla costruzione di una diga. Eravamo arrivati sei mesi prima sotto un cielo d’estate che, subito dopo il valico di Castasegna, aveva cambiato colore diventando di un grigio neutrale. Eravamo stati su un torpedone che i doganieri svizzeri avevano fatto uscire dalla colonna di auto. Ci avevano fatto scendere, controllato i documenti uno per uno. Quelli che avevano un po’ di barba erano stati portati in un locale, spogliati e visitati. All’autista avevano contestato la foto sulla patente: troppo vecchia, non sembrava lui. Finito il controllo dei documenti, i doganieri avevano ispezionato anche il pullman. Quel delizioso trattamento aveva spento l’allegria, il cielo grigio aveva fatto il resto. Solo uno di noi, a un certo punto, aveva detto che in Svizzera non c’è il mare.

Ciascuno di noi aveva allora pensato al pezzo di mare che s’era lasciato alle spalle e da quel momento in avanti il silenzio si era fatto assoluto. Eravamo in venti, tutti terroni, calabresi. Quando arrivammo e scendemmo dal torpedone, quando ci ritrovammo in una piazzetta che aveva non solo il colore, ma anche il sapore dell’ardesia, quando ci guardammo in giro per scoprire che ci trovavamo dentro una specie di cavità orale, stretti tra due catene di montagne alte, severe, plumbee, distanti e cattive, ganasce emerse dai ghiacciai e pronte a mordere, il cielo si rannuvolò e cominciò a piovere. Guardammo il torpedone che girava e prendeva la strada del ritorno. Sono convinto che ciascuno di noi avrebbe rifatto quella strada anche a piedi. Io mi sentivo come se fossi fuori dal tempo e dallo spazio. Ci pensò un grido a riportare me e gli altri alla realtà. Italiaaani!

Era una voce che non era abituata a usare quella parola e tanto meno la nostra lingua. La voce arrivò poco prima dell’uomo cui apparteneva. Sbucò da una viuzza preceduta da un rumore come se avesse scarpe chiodate ai piedi. A mo’ di saluto disse: Sempre in “ritarto”! Poi aggiunse che dovevamo seguirlo, ci avrebbe accompagnato ai nostri alloggiamenti, poco fuori il paese. Per quel giorno fu l’unica persona che vedemmo. Quattro passi e fummo oltre le case. Non ci meravigliò scoprire che gli alloggiamenti altro non erano che quattro baracche, più una destinata alla cucina comune, dentro le quali avremmo dovuto distribuirci scegliendo da noi. Baracche in legno, materia prima che nella Svizzera non mancherà mai. Le baracche sorgevano in un avvallamento del terreno che precludeva la vista del paese. Alle spalle invece partiva subito la montagna, ed era quasi immediatamente roccia. Il nostro accompagnatore disse che potevamo comin ciare subito a sistemarci e riposarci dalle fatiche del viaggio. Non mi sfuggì che quella frase gli uscì con un mezzo sorriso.

L’indomani, alle sei, sarebbe arrivato il capomastro e ci avrebbe accompagnato sul luogo di lavoro. Chiese se avevamo domande ma non ci diede il tempo di farne. Si giro e, incrociando le mani dietro la schiena, imboccò il sentiero verso il paese. In ogni caso, domande non ne avevamo. O meglio, quelle che ci erano venute a visitare avevano già ottenuto risposta prima di accettare quel lavoro e affrontare il viaggio, il treno, il torpedone, l’accusa di essere sempre in “ritarto”, quel cielo che si incupi rapidamente nella notte poiché è noto che la Svizzera è piccola e il sole impiega poco ad attraversarne lo spazio aereo. Di quella sera ho pochi ricordi. Qualche tentativo di battuta, le inevitabili scorregge, ‘nduja sfuggita ai doganieri, tagliata a fette grosse e mangiata come se morsicassimo la nostra terra o la carne delle nostre donne. A proposito di donne, ero, tra i venti, il piu giovane e l’unico a non aver lasciato al paese una fidanzata o una moglie con figli in numero variabile. Nessuno uscì quella sera, nessuno si spinse a visitare il paese. Piombammo tutti in un sonno pesante.
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ugg china Ma le scarpe da running che misura devono avere

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Ho preso da poco delle Skechers, un po per correre in palestra e un po per le normali uscite, mi sono accorto però che la mia normale misura (46) calzava ben TROPPO larga, mandando avanti il piede, tra tallone e la scarpa ci passa comodamente un dito, mandandolo indietro c’è chiaramente un bello spazio avanti. Leggendo in giro dicono tutti che “le scarpe da running vanno prese di 1 misura in più perchè correndo il piede si gonfia” :look: può essere che la Skechers ha già provveduto ? :asd:secondo alcuni vanno prese un numero più grandi proprio per il motivo che tu hai citato, ma è vero anche che la cosa varia da caso a caso, da come calzano quelle scarpe e da come tu te le senti.Cioè, a me è capitato di comprare scarpe più grandi del normale, ma la cosa ovviamente non si avvertiva durante la corsa. Se correndo senti che il piede si muove avanti e indietro io le cambierei.Comunque devi per forza provarle, è vero che non devono essere strettissime (ma voi quotidianamente usate scarpe strettissime? :look:), ma devono comunque fasciarti sufficientemente il piede. Poi da una casa all’altra cambia tutto a parità di misura, per cui ragionamenti a priori non se ne possono fare troppi, secondo me.Y e fortunatamente c’è reso gratuito e cambio con altre di taglia minore, comunque no che meschino figurati, io quando vado nei MediaWorld/Saturn uso i pc con internet per andare a vedere su trovaprezzi i prodotti di li :rotfl:le scarpe devono essere di una taglia in piu’, ma i piedi non devono ballarci dentro perche’ senno’ poi rischi di farti venire le vesciche ad ogni corsa.Da quel che ho capito:Troppo grandi = vesciche o scivoli e ti ammazziTroppo piccole= male alle dita mentre si corre45 o 46, ci fossero le 45.5 sarebbero perfette >_>Ma le hai comprate online? In linea di massima va benissimo visto che si risparmia anche parecchio, ma solo se conosci già il modello che vuoi acquistare, quindi se non lo conosci prima vai da decathlon, te le provi e poi le ordini a casa, un po’ meschino forse, ma amen.Comunque devi per forza provarle, è vero che non devono essere strettissime (ma voi quotidianamente usate scarpe strettissime? :look:), ma devono comunque fasciarti sufficientemente il piede. Poi da una casa all’altra cambia tutto a parità di misura, per cui ragionamenti a priori non se ne possono fare troppi, secondo me.
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www.ugg boots Maritan riporta in Italia la produzione di scarpe

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Tecnicamente si chiama rilocalizzazione che in parole diverse significa riportare a casa parte della produzione perché un segmento di mercato chiede il made in Italy. Ed è il processo che ha cominciato ad affrontare nell’ultimo anno Maritan spa, calzaturificio di Dossobuono di Villafranca, che produce anche in Romania e Moldavia.

L’azienda, fondata nel 1995 da Giancarlo Maritan e oggi guidata dai figli Gabriele e Katia, nonostante la crisi del manifatturiero specializzato nel fashion, che ha indotto aziende storiche del settore anche in provincia a ridimensionamenti o riorganizzazioni, prosegue nei suoi progetti di sviluppo.

Al momento siamo tornati a produrre a Dossobuono soltanto per soddisfare una nicchia di domanda. Lavoriamo per conto terzi e con sette marchi di proprietà, alcuni (Marco Ferretti, MaritanG, Mfw) diffusi nei plurimarca italiani, gli altri nei principali Paesi europei, che approcciamo direttamente. I nostri clienti b2b, importanti brand della moda, ci hanno chiesto una produzione preferenzialmente italiana e dunque abbiamo riaperto la linea e assunto sette nuovi addetti, racconta Katia Maritan, socio della Spa di famiglia e responsabile commerciale oltre che della programmazione aziendale. un segnale che il mercato può essere considerato finalmente in ripresa? Il cliente finale, in Italia ma non solo, cerca la qualità con attenzione ai costi. La crisi non è finita e le famiglie spesso arrivano a fine mese in affanno. Si cerca il made in Italy, ma con la calcolatrice in mano per non sforare il budget, sottolinea la responsabile commerciale.

MANODOPERA. Il processo di back reshoring, come gli anglosassoni definiscono il ritorno di parte della produzione nel luogo d’origine, ha comportato una difficoltà su tutte. Trovare manodopera giovane e specializzata sul territorio, disponibile a lavorare in fabbrica, evidenziano dall’azienda, che nel Veronese ha sempre mantenuto gli uffici che si occupano della progettazione, degli acquisti e del commerciale.

PARTNERSHIP IN CINA. Il nostro punto di forza è nella strategia scelta: offrire servizi ai clienti, sviluppando progetti insieme. Un esempio su tutti? Alla fine degli anni Novanta lavoravamo molto con gli Stati Uniti. Poi, con la crisi seguita agli attentati delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, molti nostri buyer hanno scelto di deviare gli acquisti sulla Cina, per i prezzi più abbordabili, racconta ancora Katia Maritan. Noi non li abbiamo lasciati soli, ma abbiamo costruito partnership con aziende cinesi che producono per noi calzature vendute solamente per il mercato Usa.

DESTINAZIONI UE. Sul mercato europeo, invece arriva tutta merce made in Ue: i 400 addetti circa distribuiti nei tre stabilimenti, 48 dei quali a Dossobuono, confezionano 3.500 paia di scarpe al giorno, che vengono vendute per il 70% all’estero e per il 30% sul mercato interno. Le destinazioni di riferimento sono il Regno Unito, gli Usa, il Giappone, segnalano i fratelli Katie e Gabriele Maritan, ad del gruppo che si occupa di produzione e ricerca, settore di punta dell’azienda, declinata soprattutto su materiali e tendenze.

NUOVI SBOCCHI. Proseguiamo anche alcune collaborazioni con distributori russi. Stiamo approcciando l’Australia e il Sud Africa, dove però la nuova classe media va a caccia della griffe che fa status, prima che della qualità. Per penetrare nuovi mercati rimane importante partecipare alle fiere di settore, come Expo Riva Schuh e The Micam, quattro appuntamenti all’anno a Riva del Garda e Milano, dove si incontrano i buyer internazionali di settore, aggiungono dall’impresa calzaturiera.
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