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Sarzana Val di Magra “Cara Stefania, ti scriviamo e non per distrarci un pò come recitava una celebre canzone del grande Lucio Dalla. Lo facciamo perchè abbiamo appreso della tua ennesima, appassionata invettiva contro l’Islam e contro Laura Boldrini, rea, secondo il tuo illustre parere da pugile intellettuale, di difendere chi ha nel proprio Dna la conquista, nonchè la sottomissione dei fedeli e dunque meritevole di essere “mandata via a calci nel sedere.” I candidati spezzini di Liberi e Uguali non l’hanno presa bene la dichiarazione espressa ieri dalla consigliera regionale leghista (leggiqui) e decidono di risponderle attraverso le pagine di Cds: “A parte il fatto che, eventualmente, saranno gli elettori, dotati di matita copiativa, a mandare a casa Laura Boldrini e non calci nel sedere, il tuo ennesimo sfogo ci ha fatto tornare alla mente Karl Kraus: “Chi ha da dire qualcosa si faccia avanti e taccia”, disse lo scrittore austriaco, rimproverando chi, durante gli orrori della prima guerra mondiale, anzichè riflettere sulla drammatica situazione, preferiva dar voce ad un fastidioso quanto dannoso chiacchiericcio”.

“Nessuno continua la lettera degli aderenti al nuovo partito fondato da Piero Grasso vuole negare il diritto di parola e di espressione, cara Stefania, lungi da noi, ma forse una consigliera regionale dovrebbe dare un certo peso alle proprie parole, specie se queste finiranno inesorabilmente per essere lette dai tanti giovani elettori che si appresteranno per la prima volta a prendere una decisione fondamentale per il loro futuro. E’ questa l’educazione che vuoi impartire ai nostri giovani? In un momento drammatico, dove il mondo è sconvolto dall’orrore insensato della guerra, causata da tutti, bianchi, neri, gialli, arancioni, quanto è utile gettare benzina sul fuoco? Nonostante il Codice di Hammurabi appartenga al passato, tu e il partito del vostro segretario Salvini, sembra quasi godiate nel vomitare insulti carichi di odio e vendetta. Eppure la storia dovrebbe averci insegnato che nessuna guerra ha messo fine ad alcuna guerra, checchè ne dica la vostra idola Oriana Fallaci, pace all’anima sua”.

“Probabilmente cara Stefania continua la nota , non hai mai letto alcuna riga di un grande scrittore contemporaneo, Tiziano Terzani, scomparso prematuramente, ahinoi, nel 2004. Chissà se nel frattempo avrai avuto la pazienza di ascoltarci, beh, in ogni caso ti segnaliamo allora un pezzo, tratto da “Lettere contro la Guerra”, testo che dovrebbe essere inserito nel circuito scolastico per la sua potenza intellettuale: L’immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del “nemico” da abbattere e’ il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; e’ l’ingegnere pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e’ il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero’ accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?”

“Il punto è questo, cara Stefania, e promettiamo di non assillarti più: chi è senza peccato scagli la prima pietra, occhio per occhio e il mondo diventa cieco. Poniamoci allora dal punto di vista dell’altro noi con te lo abbiamo appena fatto e scopriremo che il dialogo sarà la nostra unica via di salvezza. Nella speranza che questo messaggio possa raggiungere anche il cuore e la mente del cattolico sindaco Peracchini, vostro grandissimo sponsor, ti auguriamo una serena campagna elettorale, fatta di reali contenuti e non di violenti slogan”.
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Martedì 30 ottobre alle 21.10 su Rai1 la seconda puntata della fiction Questo nostro amore con Neri Marcorè (voto: 7) nei panni di Vittorio e Anna Valle (7) nel ruolo di Anna.

Nel cast Marzia Ubaldi (Alberta Ferraris), Nicola Rignanese (Salvatore Strano), Manuela Ventura (Teresa Strano), Stefano Santospago (Ing. Ernesto Girola), Augusto Fornari (Ugo Cerutti), Renato Scarpa (Motta) e Debora Caprioglio (Francesca). A interpretare le figlie di Vittorio e Anna Aurora Ruffino (Benedetta), Karen Ciaurro (Marina) e la piccola Noemi Abbrescia (Clara).

NEL PRIMO EPISODIO Vittorio accetta, sia pure a malincuore, che Anna partecipi al concorso magistrale: sembra che i suoi orizzonti si allarghino, ma, quando sorprende Benedetta a baciare Maurizio, la sua reazione è quella di un vero padre all’antica. Criticato da Anna per la sua intransigenza, chiede di conoscere quello che ritiene ormai essere il fidanzato della figlia.

Intanto il figlio maggiore degli Strano, Bernardo (Dario Aita), che ha iniziato al fianco del padre la dura vita dell’operaio alla catena di montaggio, conosce Benedetta, e ne è palesemente affascinato. Francesca, la prima moglie di Vittorio, arriva a Torino. Si installa in un prestigioso albergo. Torino è una grande città, ma lei non lascia nulla d’intentato per ritrovare quello che figura essere ancora suo marito. Vittorio, ignaro del fatto che Francesca sia più vicina di quanto lui immagina, trova grandi soddisfazioni nel lavoro. Le sue qualità di venditore sono indiscusse e le sue idee innovative richiamano presto l’attenzione del capo, l’ingegner Girola, e l’invidia di Zorzi (Davide Lorino), che era il miglior venditore dell’azienda prima di venire soppiantato da Vittorio.

NEL SECONDO EPISODIO Vittorio, che comunque non vorrebbe che Anna vada a lavorare, ritrova e compra da un rigattiere il vecchio pianoforte che Anna suonava da ragazza. Anna, con l’entusiastica adesione delle coinquiline, decide di organizzare un coro con tutti i ragazzini del condominio.

Benedetta invita a cena Maurizio e Gisella, accompagnata da Carlo (Lorenzo Balducci), un suo bizzarro pretendente. Spera di convincere Vittorio che non deve badare soltanto all’apparenza, ma che i suoi amici sono persone speciali. Maurizio si comporta sin troppo bene, recitando la parte del bravo ragazzo ma Benedetta, non sopportando questa ipocrisia lo spinge a presentarsi per quello che veramente è: Maurizio dichiara di essere un fautore dell’amore libero, venendo così bandito per sempre da casa Costa.

Don Mario, un anziano sacerdote che conosce Anna sin da quando era bambina, e non la biasima per la sua scelta di vita dettata dall’amore, la ospita volentieri nell’oratorio della chiesa parrocchiale assieme al pianoforte e ai piccoli cantori. Ma Don Mario muore improvvisamente e viene sostituito da un altro sacerdote, che ha una memoria di ferro: è stato lui, vent’anni prima, ad officiare il matrimonio di Vittorio con Francesca ed ora, riconosciutolo, lo smaschera davanti a tutti i vicini, al termine della cerimonia funebre per Don Mario. Ora tutti sanno la scomoda e vergognosa verità, che Anna e Vittorio sono due concubini e che Vittorio non ha nemmeno potuto riconoscere le sue figlie.
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Nonostante mi fossi ripromessa di non cedere alla lusinga di dare il mio numero all’amministratrice del gruppo della classe IC, un giorno, senza essere interpellata, mi sono ritrovata iscritta al gruppo e, divorata dalla stessa curiosità che fa vendere i magazine di gossip (o, a seconda dei gusti, leggere mile Zola) non ho più saputo uscirne. Avevo già avuto delle pessime esperienze col gruppo degli Orsetti, quando il mio idolo era diventata una mamma che aveva abbandonato brutalmente il gruppo senza voltarsi indietro. Avevo fatto parte anche del gruppo del coro, che la direttrice del coro stesso più volitiva di tanti presidi era riuscita a far chiudere, perché con i suoi contenuti demenziali rovinava l’immagine dell’istituzione (lei ha argomentato con più tatto, ma io l’ho amata lo stesso).

La mia giustificazione morale per sguazzare nella deprimente commedia umana digitale della IC era che non potevo rovinare la reputazione di mio figlio facendo la snob; l’altra era che stando nel gruppo potevo impedirgli di frequentare i figli delle peggiori spammer. Al di là dei nervosi che mi prendevo leggendo gli scambi ombelicali, e le risposte che mi mordevo le dita per non scrivere, la prima cosa allarmante che ho realizzato è che l’invadenza della mamma digitale annullava i tentativi di responsabilizzazione dei bambini da parte delle insegnanti: la maestra di IC non utilizzava un orario scritto per vedere se i bambini si sapevano orientare tra i giorni della settimana; e dava dei compitini a voce (come raccogliere le foglie cadute) per mettere alla prova la loro memoria. Stava funzionando, sennonchéecco le mitragliate di: ma anke a voi risulta sto fatto delle foglie???,oddio!! non ne so niente: verifico con la maestra domani all’uscita,michi dice che devono portare delle foglie rosse, riky dice anche gialle e marroni, aiuto!! nel nostro palazzo non ci sono alberi!.

Una volta prendevamo in giro la mamma del sud, sempre in ansia che il paniere di Peppino fosse colmo e il cappotto abbottonato fino in alto. Ma il potere del controllo digitale sui bambini ha trasformato tutte le mamme italiane nelle chiocce più deleterie. La domanda cruciale non è se le foglie devono essere seghettate o meno, ma: quando andranno all’università, le mamme di questi moderni droni telecomandati, a chi scriveranno per sapere se i loro figli hanno chiuso il gas e se si sono iscritti alla sessione d’esame?

Accanto al dramma vero della deresponsabilizzazione dei figli, c’è il dato oggettivo della sconfinata vanità dei genitori (che dilaga a social unificati), sommato alla mancanza di sensibilità nel selezionare i contenuti condivisibili con la comunità. Di recente, sempre sul solito gruppo, ho scoperto una nuova perversione. Alcune mamme allegano ripetutamente immagini dei loro figli vestiti da Vogue bambini e colti in attività fantasmagoriche e poi scrivono ho sbagliato chat. Una volta, due, tre. Poi qualcuno ci casca e commenta: Belli, che fanno? ed ecco che in un millisecondo la mitomane risponde campane tibetane al lume di lampade di sale dell’Himalaya! e tutti a digitare degli wow o emoji di applausi. Ma per piacere. Un’altra esaltata ha la tendenza a inviare messaggi non richiesti in cui racconta, con una scusa, i successi del figlio a scuola. Mi viene da scrivere (ma mi freno): “Scusa hai sbagliato gruppo anche tu? Era per i nonni, spero”.

Seguono infiniti accordi per scambiare lo sticker numero 1000 con lo sticker dell’ultimo Avenger, per completare finalmente la sesta collezione di Marcolino. Ma manco questo, vogliamo far fare ai nostri piccoli droni iscritti alla primaria? Manco tirare fuori la collezione all’intervallo e scambiare i doppioni senza la supervisione materna? Ma anche se sbaglia a fare lo scambio, o se si presenta senza le scarpe da palestra o le fottute foglie, non sarà meglio per lui, che la prossima volta ricorderà la lezione, imparando?

Un altro filone è quello degli allarmismi. “Stamattina passavo PER CASO [stalker!] davanti a scuola durante la ricreazione e mio figlio mi ha raccontato che Tizia [nella fattispecie mia figlia] è caduta e si è spaccata i denti. Ma non quelli da latte! I definitivi!” [io non ho perso la calma: sapevo che ledondolava un incisivo, e che le chat sono amplificatori di catastrofi: alla fine, leera solo caduto il dentino durante il pasto.] Non manca mai il giallo della mamma professoressa di liceo, la quale però 1) porta il figlio a scuola quando la scuola è chiusa; 2) non capisce la consegna di un compito sulle vocali; 3) si dimentica di firmare l’autorizzazione per la gita e, quando il figlio le riferisce le consegne della maestra, scrive su WhatsApp: 4) Michi ha detto che bisognava sentire se l’acqua è ruvida o liscia. Ma dico, vai a fare una tac a Michi, non perdere tempo a scrivere nel gruppo della IC!

Un’amica che dissentiva con me mi ha detto una cosa molto intelligente. Le avevo parlato di un papà che quando si esagera viene fuori dal suo guscio e invoca laserietà nel gruppo. Ma secondo lei non si può fare così: proprio perché il gruppo WhatsApp è, come la vita, un consesso di umani, e non si può andare a insegnare l’educazione alle persone, a dire loro in faccia “senti, ma perché mi racconti questa cosa che non mi interessa?”, oppure “ma davvero sei così stupido da non saper fareun’operazione in colonna?”.

Parlare di frivolezze dal vivo, lamentarsi dei compiti al bar, ha una giustificazione: in chat, no

In un primo momento ho pensato che avesse ragione. Che il problema delle chat potesse essere solo un problema di scarsa empatia: persone che dal vivo parlano troppo e troppo leggermente tendono a passare il segno anche nelle conversazioni virtuali. Ma poi ho pensato che non è così. Parlare di frivolezze dal vivo ha una giustificazione: vince la timidezza, rompe il silenzio, intrattiene senza dover entrare troppo nel profondo. Insomma, se al bar si può dire “però, quanti compiti!”, in chat non si può. Se fuori dalla piscina si può confidare “che emozione vederlo fare la paginetta di A!”, non si può prendere in mano il telefono e digitare una frase simile a venti persone. E poi, dal vivo è sempre possibile schivare la logorroica di turno, mentre in chat non c’è modo di porre un limite fisico alla valanga di stronzate che un estraneo può riferirti contro la tua volontà. E no: non basta silenziare il gruppo per ritrovare la calma.

Il cuore della questione, a mio avviso, è una mancata educazione digitale. Per le situazioni reali, si chiama educazione e basta, e la insegnano le maestre che noi cerchiamo di diffamare sui gruppi WhatsApp Ma per le aggregazioni umane virtuali, beh: a noi, chi l’ha insegnata? Chi ci ha fornito un’etichetta condivisa su come ci si deve comportare in un’assemblea formale virtuale? Alcune insegnanti in gamba, oggi, creano dei social network chiusi ai propri alunni perché postino contenuti durante le vacanze: lo scopo del progetto è insegnare ai bambini cosa è il caso di condividere e se e come è il caso di commentare. Un corso così, rivolto ai genitori, servirebbe ai nostri figli quanto le manovre anti soffocamento.

E se la libertà dei nostri figli di crescere e sbagliare, di raccontarci o omettere, non ci basta, immaginiamo venti scenari di vita quotidiana interrotti dal cicalino del messaggio: “Ma i quadretti da mezzo centimetro sono questi?”. Immaginiamo venti persone colte in qualsiasi umana attività che non sia guardare gattini e che debbano interrompersi per leggere una tautologia, una domanda demenziale, la foto di un bambino sconosciuto, o una comunicazione che si potrebbe svolgere tranquillamente in privato, e pentiamoci per tutta la prepotenza con cui abbiamo invaso il tempo degli altri.

Un gruppo virtuale di genitori dovrebbe essere uno spazio istituzionale e civile, dove scambiare informazioni preziose, oggettive e utili a tutti, mentre noi lo facciamo sembrare uno Speakers’ Corner per malati di mente, dove la malattia mentale specifica è quell’apprensione patologica per i nostri figli che caratterizza i genitori della nostra generazione. Sono grata alle mamme della classe dell’altro figlio, che utilizzano ancora la “vecchia” mail per le uniche comunicazioni “vere”: cioè pidocchi, consegna pagelle, raccolte soldi. Sono così grata che quando le incontro per strada non nego mai loro il tempo di un caffè. Durante il quale,
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senza alcuna violenza, possono perfino intenerirmi con le foto della comunione del terzogenito. Purché non vogliano rubarmi una emoji.

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A fare da protagonisti nelle giornate pre oscar quest’anno La La Land e le proteste anti Trump, in realtà poi si sà, non sempre le aspettative vengono rispettate, infatti gli Oscar 2017 hanno visto trionfare come miglior film il drammatico Moonlight e la cerimonia è stata anche poco politicizzata. Ma anche il musical di Damien Chazelle non può certo dire di essere stato un flop, era candidato a 14 premi e ne ha portati a casa 6, compreso miglior regia e miglior attrice Emma Stone. Ed in più è stato al centro di un giallo sulle buste che negli ultimi minuti ha creato il panico sul palco del Dolby Theater.

The Winner is, letto da Warren Beatty e Faye Dunaway, aveva decretato la vittoria del film di Chazelle e, mentre già il produttore Jordan Horowitz parlava e ringraziava, ecco che si scopre l’errore. Scuse, spiegazioni, passaggio della statuetta con grande imbarazzo di tutti via si ricomincia con Berry Jenkins, regista di Moonlight che dice “Oh mio Dio. Devo dire che è vero, non è falso. così tanto che sto sulla strada con questi ragazzi, tutto il mio amore per ‘La La Land’, il mio amore a tutti” ma nessuno lo ascolta, è il caos più totale.

Moolight: Il film che racconta le tre età di un ragazzo nero nei sobborghi di Miami nel giro di pochi secondi è diventato il trionfatore della serata, dopo che aveva già portato a casa l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista Mahershala Ali. Il quale ha scelto un ringraziamento piuttosto privato e una dedica alla moglie “che quattro giorni fa mi ha dato la mia bella bambina” ricordando i suoi “insegnanti fantastici e quello che mi hanno sempre ripetuto: devi essere al servizio dei tuoi personaggi”.

Il film di Chazelle, il musical dei record (soltanto altri due film avevano conquistato 14 nomination, Titanic e Eva contro Eva) ha conquistato alla fine sei riconoscimenti che non sono certo pochi ma possiamo immaginare l’amaro in bocca del cast che era già tutto sul palco per il discorso finale. La storia di due sognatori a Hollywood, la cameriera aspirante attrice che serve cappuccini alle star tra un provino e l’altro e il pianista di jazz che sogna di aprire un locale, ha comunque conquistato i membri dell’Academy laureando anche il suo regista, 32 anni da pochi giorni, il più giovane a vincere un Oscar. “Sono onorato di essere nella stessa cinquina con voi aòtro candidati ha detto Chazelle riferendosi ai colleghi registi voglio ringraziare chi ha creduto in me e in particolare Justin Hurwitz (compositore delle musiche, ndr), ci conosciamo da quando avevamo 18 anni. Questo film parla d’amore e io sono stato così fortunato da trovare l’amore durante le riprese del film, mia moglie Olivia”.

Emma, miglior attrice afferma: “Ho ancora da crescere”. Ha ringraziato le colleghe “siete state stroardinarie vi guardo e vi ammiro più di quanto riesca ad esprimere” e una lunga lista di familiari e amici. “In un momento come questo, una confluenza di fortuna e opportunità, voglio ringraziare chi mi ha offerto un progetto così speciale che capita una volta nella vita”. L’attrice poi ha ricordato Ryan Gosling “che mi ha fatto ridere e sempre alzato l’asticella, il partner ideale per questa folle avventura. Ho ancora tanto da crescere e da imparare e prendo questo ragazzo alludendo alla statuetta come segno di questo”.

Il miglior attore protagonista è Casey Affleck per la sua sofferta interpretazione in Manchester by the sea che sul palco ha detto: “Questo significa tantissimo per me grazie, una delle prime persone che mi ha insegnato a recitare è Denzel Washington che incontro oggi la prima volta. Sono qui grazie al talento e la buona volontà di molte persone che, chiaramente, non posso citare ma in particolare voglio ringraziare Kenneth Lonergan che ci ha diretto. Sono orgoglioso di fare pare di questa comunità, grazie a Matt Damon per avermi dato questa opportunità, alla mia famiglia e rivolgendosi al fratello ha concluso Ben ti voglio bene”.

La miglior sceneggiatura originale è andata a Manchester by the sea di Kenneth Lonergan, la storia di un uomo che a seguito della morte del fratello ritorna nella città della sua infanzia che ha lasciato dopo una tragedia che lo ha colpito per occuparsi del nipote. Il regista ha ringraziato soprattutto “Casey Affleck, Casey Affleck, Casey Affleck” e ha ricordato che questo film parla “del prendersi cura gli uni degli altri, io sono stato preso in cura dalle persone che mi sono state vicino tutta la vita, voglio ricordare Cameron mia moglie, non potrei amarti di più ma proverò a farlo, il mio patrigno che si è occupato di mia mamma negli ultimi anni della sua vita e mio padre che mi ha lasciato quest’anno”.

Come miglior film non in lingua inglese è stato premiato l’iraniano Il cliente di Asghar Farhadi, assente sul palco del Dolby Theater per protestare contro il “Muslim Ban” di Donald Trump. Al suo posto è stata letta una lettera: ” un onore per me ricevere questo prezioso premio per la seconda volta, mi dispiace non essere con voi la mia assenza è dovuta al rispetto per i miei concittadini e per quelli di altri sei paesi che hanno subito una mancanza di rispetto per via di una legge disumana che divide il mondo tra noi e gli altri creando paure che diventano una giustifizione ingannevole per la guerra. Il cinema può usare le sue macchine da presa per abbattere gli stereotipi creando empatia che oggi ci serve più che mai”.

L’Oscar come miglior attrice non protagonista è andato a Viola Davis per il film “teatrale” di Denzel Washington Barriere. L’emozionatissima attrice ha fatto un discorso a braccio, molto sentito: “C’è un luogo in cui tutti quelli che hanno il massimo potenziale vengono riuniti: ed è il cimitero. Mi chiedono sempre che tipo di storie vuoi raccontare, ecco andate a esumare queste storie, le storie delle persone che hanno sognato in grande e non sono riuscite a realizzare i propri sogni. Sono riuscita ad essere artista che è l’unica professione che ci permette di celebrare la vita vissuta. Voglio ringraziare August Wilson per essere stato in grado di esumare la vita quotidiana delle persone e voglio ringraziare, oh capitano mio capitano, Denzel Washington”.

Il Miglior trucco è andato ad un trio di truccatori tra cui due make up artist italiani: Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini che insieme a Christopher Nelson sono stati premiati per l’incredibile lavoro fatto su Suicide Squad. Sul palco Bertolazzi ha detto: “Ho aspettato cinquant’anni per avere questo premio e oggi voglio ringraziare tutti del sostegno al nostro cinema e in particolare ringraziare mia moglie, Giovanna. Io vengo dall’Italia, questo premio è per tutti gli immgirati”. Anche l’altro truccatore italiano, Giorgio Gregorini, ha dedicato la statuetta “a mia moglie che non è più con me”. Bertolazzi, piemontese, ha un lungo curriculum di lavori importanti dall’incontro con Monica Belluci sul set di Malena fino alle esperienze internazionali come Skyfall o Fury. In sala stampa, dopo la cerimonia, è tornato sulla sua dedica: “Certo, dedico questo Oscar a tutti immigrati, i sogni non hanno frontiere, noi facciamo film, facciamo sogni che non hanno limiti, nei set cinematografici ci sono persone che lavorano e queste persone provengono da tutto il mondo, ecco perché mi sono sentito in dovere di fare questa dedica”.

Cartoon Disney e Pixar. Sul fronte dell’animazione il cartoon corto Piper, gioiello Pixar mentre l’Oscar per il miglior lungometraggio d’animazione è andato a Zootropolis di Rich Moore e Byron Howard.

Migliori costumi. A Colleen Atwood è andata una quarta statuetta per il suo lavoro nella nuova saga di J. K. Rowling Animali fantastici e dove trovarli. Circondata dai suoi bellissimi abiti, in un grande capannone pieno di centinaia di accessori per le comparse sul set londinese ci aveva raccontate: “Per questo film ambientato nella New York del 1926 ho fatto delle ricerche approfondite e ho lavorato molto per distinguere bene le classi sociali: i poveri, i borghesi e i ricchi per creare il mio guardaroba ho lavorato in due modi: da un lato ho cominciato a raccogliere pezzi originali da tutto il mondo: scarpe, guanti, cappelli, abiti, cappotti da destinare alle comparse e ai ruoli secondari mentre per i protagonisti io insieme al mio dipartimento ho creato gli abiti. Ognuno di loro doveva avere uno stile unico e inconfondibile anche se perfettamente in linea con la moda dell’epoca”.

Miglior suono e montaggio sonoro. Due riconoscimenti tecnici legati al sonoro sono andati a due film differenti: miglior montaggio sonoro è andato a Sylvain Bellemare per il fantascientifico Arrival di Denis Villeneuve mentre l’Oscar per il miglior sonoro è andato a Kevin O’Connell (alla sua ventunesima nomination), Andy Wright, Robert Mackenzie e Peter Grace per La battaglia di Hacksaw Ridge, il film bellico pacifista di Mel Gibson, a cui è andato anche l’Oscar per il miglior montaggio a John Gilbert.
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Ancora un furto nei supermercati di Mestre, questa volta al il nuovo centro di calzature e abbigliamento recentemente aperto in via Paccagnella, in quella ormai conosciuta da tutti come la cosiddetta Auchan Un taccheggiatore mercoled ha infatti cercato di uscire dal negozio con della merce sottratta agli scaffali, ma gli andata male: scattato l stato subito placcato dal direttore del supermercato e da un maresciallo della Guardia di Finanza fuori servizio, che casualmente si trovava nei paraggi.

SUBITO BLOCCATO Ad intervenire ufficialmente, comunque, sono stati gli uomini delle Volanti della questura di Venezia,
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arrivati sul posto poco dopo le 18.30 su segnalazione dello stesso direttore del centro. Il ladro, uno straniero nato in Marocco nel 1968 ma da anni residente regolarmente in Italia, era appunto gi stato immobilizzato dopo che le barriere antitaccheggio avevano allarmato il personale del supermercato. Davanti alle divise dei poliziotti il delinquente non ha potuto fare altro che aprire il suo zaino, rivelando cos un paio di scarpe del valore di 49 euro e un portafoglio da 9.90. I prodotti, entrambi ancora integri e non danneggiati, sono stati restituiti al personale Globo per essere riposizionati sugli scaffali e il ladro, volto noto alle forze dell stato indagato in stato di libert
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Quando una band ha bisogno di iniziare il disco con un anthemico, urlato e puerile “Fuck The World! Go!”, quando a farlo un uomo di 50 anni conosciuto nel mondo dell’heavy metal come un gran paraculo modaiolo, quando per ribadire il concetto e per sembrare vero hai bisogno di farlo per la durata abnorme di 75 minuti suddivisi in 15 tracce, quando per calarti fino in fondo nel personaggio sei contretto a mandare in giro una vergognosa info sheet dove si pu leggere che “An epic demonstration of their growing power as a band, may well be the finest record Machine Head have ever made” e lo stesso Robb Flynn dichiarare che “We ended up with a landmark here. An album that has the potential to be huge. If people get behind this, believe in this. could really elevate our genre here”, allora vuol dire, inequivocabilmente, che quella band, i gloriosi Machine Head, arrivata alla frutta.

“Catharsis” un disco che condensa tutti i difetti di una band che ha scritto pagine immortali di questa musica ma che sempre pi diventata solo la band di Robb Flynn, unico membro superstite della line up originaria.

Tralasciando la produzione, diciamo il bel pacchetto regalo con cui confezionato, “Catharsis” sembra la brutta copia di “Supercharger”, un disco per me molto buono e che aveva il pregio, all’epoca, 17 anni fa, di essere quantomeno al passo coi tempi.

Ecco, oggi i Machine Head sono talmente spaesati che non sanno pi in quale epoca sono e cosa suonare.

C’ solo una costante, un cantante (sic) che urla come un forsennato per tutta la durata del disco, ma Robb Flynn non Burton C. Bell che ha un registro vocale molto ampio e ha anche una bella voce melodica. Robb Flynn deve urlare si, ma farlo con frasi incisive e brevi, non articolare interi monologhi col vocione da porco ingrugnato. I pochi buoni spunti di questo disco sono rovinati dalla sua onnipresente e invadente logorrea che annoia da morire.

C’ stato un periodo nel quale dopo i criticati “The Burning Red” e “Supercharger” la band era tornata alle origini riscoprendo il thrash metal nella sua forma pi pura ed heavy, ecco, dimenticatevi di tutto questo, oggi vorrei dire che suonano Nu Metal ma non sarebbe corretto, volendo i Machine Head tenere i piedi in troppe scarpe, tra cui spicca un metalcore che a confronto bands come Unearth e Heaven Shall Burn sembrano Led Zeppelin e Deep Purple.

La musica talvolta d l’impressione di essere furiosa come un toro in gabbia ma solo apparenza, non c’ vera pesantezza, non c’ vera rabbia, come in quelle risse nelle quali ti agiti e fai il pazzo solo fin quando ti tengono e ti dividono, ma ti calmi appena ti liberano.

La ballad acustica “Behind The Mask” vorrebbe essere il grimaldello per permettere alla band di sfondare nel mainstream delle top charts, ma solo un insulto alla band che ha scritto “Davidian”, “Block” e “Take My Scars”.

Potrei continuare a dirne male ancora per molto, ma verrei anch’io a noia.

“Catharsis” con i suoi lunghissimi 75 minuti segna l’ingloriosa fine dei Machine Head, una band che comunque non che se la passasse molto bene.

L’unica speranza che il disco venda poco, venga stroncato ovunque e Robb Flynn ritorni tra i comuni mortali e si metta a fare di nuovo musica col cuore, magari richiamando Adam Duce e Logan Mader. Ma ho come l’impressione che nell’attesa faccia prima Cicciolina a tornare vergine.
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CELLINO Ad incastrare il titolare di una casa d appuntamenti camuffata da centro estetico a Cellino S. Marco sono state le immagini delle telecamere piazzate dagli agenti della squadra mobile di brindisi nei diversi ambienti. Con i filmati in mano, più che espliciti, i poliziotti hanno documentato le segnalazioni, arrivate da più parti, sulla reale attività del centro, tra l frequentatissimo da clienti di ogni fascia sociale, anche professionisti,
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anche personaggi noti e insospettabili.

Al termine delle operazioni il centro estetico è stato sottoposto a sequestro probatorio del Centro massaggi “MAPEPE” , di via Berlinguer a Cellino. Le indagini sono durate un mese ed hanno accertato come nei locali si praticasse sistematicamente la prostituzione. Il giro d era gestito dall’OROFALO che reclutava le finte massaggiatrici, e si preoccupava di soddisfare i clienti, in arrivo da tutta la provincia e anche da fuori.

Circa 3 le donne impiegate, italiane, brindisine. Il tariffario era variabile a seconda del “massaggio particolare” o percorso emozionale che il cliente desiderava: si partiva dal massaggio base del costo di 80 euro, e si arrivava al massaggio “MULADAR” in doccia,
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al costo di 250 euro.

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I colossi dell’abbigliamento sportivo proseguono le proprie collaborazioni stilistiche con i grandi nomi della moda internazionale e così, dopo il paio di gambali Hunter sviluppati da Jimmy Choo, ecco arrivare un paio di scarponcini invernali da donna, firmati da Stella McCartney per Adidas.

Si chiama Fortanima questo modello di snow boots firmato dalla stella della moda internazionale per il gruppo sportivo Adidas: realizzati in tessuto canvas bianco con suola in gomma nera e sistema di allacciatura decorativo sul fronte, questi doposci sono totalmente impermeabili, anche grazie alla fascia elastica supeiore che protegge dal freddo la gamba e il polpaccio.

io ho gli scarponi da snowboard che sono perfetti

comunque il mio consiglio è: prendi uno spray impermeabilizzante e sparalo sui tuoi scarponcini tecnici. that’s perfect.

i miei non si bagnano più e così li uso in paese con quel mezzo metro di neve per andare in giro

se invece vuoi spendere per un paio nuovi: cerca tra quelli tecnici con pelo dentro, non prendere gli ugg che costano di più, sono orrendi e soprattutto: mai visto gente seria in montagna utilizzarli. con una nevicata fresca penso che non reggano manco 5 minuti.

ah,
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scusa si in realtà c’è gente che va in montagna con gli ugg

io in montagna non scio è uno sport che non fa per me

ma sto parecchio sulle piste visto che marito e figlio ci si cimentano ognuno nel suo sport preferito, e per arrivare alle piste non sempre si trovano strade pulite come quelle appositamente spalate per la Ferragnina.

i doposci quindi non mi servono in città, dove anche io sfoggio scarponcini tecnici o alla peggio gli stivali da pioggia con le calze tecniche dentro, ma in montagna dove per ore sto sulla neve (per fortuna con le mie amiche) mentre aspetto che i patiti dello sci e del bob facciano ritorno alla base e si possa partire per una confortante cioccolata con panna

kiwi72 ha scritto:

Ugg, mai più senza. Bianchi non credo nemmeno esistano, ma io eviterei qualsiasi tipo di calzatura bianca.

Io li ho grigi e vanno con tutto, ma anche marroni potrebbero star bene.

Sono caldissimi e impermeabili. Anche gli Emu, se vuoi: stesse caratteristiche,
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prezzo più abbordabile.

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Oh, quindi, in teoria, si potrebbe avere una carta con limite di spesa sostanzialmente infinito senza pagare le altissime spese di una mastercard black o il corrispettivo visa?

si, ma perdi il vantaggio della carta di CREDITO, ovvero di pagare dai 30 ai 60 giorni dopo (o a rate se proprio, ma allora non ti fai la carta da 50000 euro/mese di limite )Ad ogni modo, non so se già la Visa Gold abbia un limite di spesa massimo. penso che dipenda solo da quanto la banca (o il gestore della carta, che spesso non è la banca stessa) è disposta a darti

La Visa Gold e’ solo una presa per il culo in merito al plafond. Nel senso che ho se ho soldi in banca posso arrivare ad avere una normalissima visa con plafond superiore ad una visa gold. Il plafond di una gold parte da 3000 euro tipo. Quello di una visa (non cartasi’) 2500.

Appena richiesta l’amex chiesi una gold (alla fine dichiaro piu’ dei 23,000 euro lordi richiesti) ma poi la cambiai in favore di una normalissima verde mantenendo il plafond concordato.

La mia utenza telefonica era intestata a mia nonna perchè nel 1955, quando l’ha richiesta,
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io non ero ancora nato.

Certo che sei peggiorato eh? Passano gli anni e sei sempre più coglione

Sogna, a te, che saresti capace di rubare anche ai tuoi parenti non faccio una scansione manco del cazzoOh, Luvietto . dunque tu tipo 5 anni fa abitavi con la nonnina?

Ma ti ho detto appunto. a numeri coperti

No, imbecille, 10 anni fa, ma il numero è rimasto intestato a lei. Ora piantala, che sei su una brutta china.

Ogni carta di credito è legata comunque ad un conto (quello che vedi sulla cedola quando fai il versamento), però sono solitamente conti senza interessi e con fortissime limitazioni, mentre se hai la carta di “debito” su un conto normale benefici dei vantaggi di un conto normale legati a quelli dei circuiti VISA/mastercard.

Qua da noi quasi tutte le banche lo offrono.

Qui no Cioe’. pero’ aspetta. sul bancomat Unicredit ho Verified by Visa ma non credo c’entri molto!

il bancopostaclick lo fa. carta di debito con 16 cifre e circuito mastercard.

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Tra i momenti più intensi del settimo serale di Amici 16 (voto: 7), in onda sabato 6 maggio su Canale 5, l’intervista con gli oggetti che Simona Ventura e Diego Maradona hanno fatto a Maria De Filippi. Ecco le sue dichiarazioni.

Velo da sposa: “Tanti anni di matrimonio (con Maurizio Costanzo, ndB), mi sono sposata dopo 5 anni di convivenza, non in Chiesa perché lui aveva ben tre divorzi alle spalle, ma in Comune. Di quel giorno ho un bellissimo ricordo, non abbiamo rispettato le tradizioni, siamo usciti dalla stessa casa e siamo ritornati nella stessa, ha portato molto bene”.

Scarpa con il tacco: “Vivo con quelle da ginnastica, si vede anche per come cammino. Io e i tacchi non siamo una cosa sola. Faccio molta fatica a camminare con i tacchi. Anche le scale si è visto a Sanremo erano impossibili, l’unica che ha fatto come me a Sanremo è lei (Simona, ndB) che, quando condusse il suo Festival, aveva costruito una scenografia senza scale”.

Sveglia: “Non ho un buon rapporto con il tempo, non nasce dalla paura di invecchiare su quella ci ho fatto i conti ma nasce dalla paura che le cose cambino, il fatto che passi il tempo e che i miei punti di riferimento possano cambiare o non esserci per me è terribile, vorrei sempre fermare il tempo e che le persone che amo ci fossero sempre vicino a me”.

Ciuccio: “Mi piacerebbe diventare nonna, ho un figlio che amo alla follia, è la cosa più bella che ho”.

Futuro? “Il mio futuro? Mi fa tanta paura, guardo sempre il presente, vivo giorno per giorno”.

Caramella: “Nasce dalla prima volta in cui andai in tv, non pensavo di fare questo mestiere, registrai Amici, a un certo punto mi si azzerò la salivazione e da lì qualcuno me ne allungò una, da allora vivo con la caramella in bocca”.
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