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Dopo il trasloco dalla storica sede di Courmayeur avvenuto in occasione della precedente edizione, ecco che il Noir in Festival 2017, ormai a casa fra Milano e Como, si prepara a intrattenere tutti gli appassionati per una intera settimana, dal 4 al 10 dicembre.

Come al solito per quello che è il più importante festival dedicato ai generi letterari e filmici preferiti da queste parti, il programma della manifestazione è densissimo di appuntamenti importanti, suddivisi geograficamente e cronologicamente fra Milano e Como.

Il capoluogo meneghino ospiterà eventi dal 4 al 6 dicembre, per poi cedere il posto alla città lariana dal 7 al 10. C letteralmente l della scelta per gli interessati, con addirittura cinque luoghi differenti che faranno da sfondo al Noir in Festival 2017: si passa dall della IULM allo splendido Anteo Palazzo del Cinema, dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli alla Sala Bianca di Como per arrivare infine alla chiusura nel Teatro Sociale di Como.

Impossibile elencarvi nel dettaglio ogni singolo appuntamento senza stendere un interminabile elenco di nomi e titoli: cercheremo di accennare agli appuntamenti principali, rinviandovi al sito ufficiale del Noir in Festival 2017 per maggiori approfondimenti e l’elenco dettagliato di ogni appuntamento.

Noir in Festival 2017: film in concorsoOtto i film in concorso tutti in anteprima nazionale e spesso internazionale, con le proiezioni che si terranno dal 4 al 6 dicembre nella Sala Astra di Anteo Palazzo del Cinema: il vincitore sarà annunciato il 6 per poi essere nuovamente proiettato sabato 9 dicembre nel Teatro Sociale di Como, con cerimonia di premiazione.

Giant Jon Garao e Aitor Arregi;

Mrs Hyde Serge Bozon;

Burn Out Yann Gozlan;

Euthanizer Teemu Nikki;

You were never here Lynne Ramsay;

The Nile Hilton Incident Tarik Saleh;

Marlina, omicida in quattro atti Mouly Surya;

Tomato Red Juanita Wilson.

Chi vi scrive non riesce a ricordare un dall più incerto di questa: il full throttle di Yann Gozlan avvince e convince, ma Joaquin Phoenix regna sovrano in You were never really here, e il debutto di Teemu Nikki ha affascinato il pubblico al Toronto Film Festival. Ogni film ha le sue possibilità e non mi rimane che fare i complimenti ai selezionatori, che hanno messo insieme otto titoli bilanciati, in grado di rappresentare il top mondiale del 2017, ho grande curiosità e qualche tifo personale che non confesso in questa sede.

Ricordiamo che,
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oltre al concorso ufficiale, le visioni si moltiplicano all’ennesima potenza con retrospettive e omaggi, eventi speciali, il Premio Caligari e i fuori concorso: fin troppa manna dal cielo per i cinefili che ci leggono, devo almeno nominarvi la presenza de La stanza delle meraviglie di Todd Haynes, un must.

Noir in Festival 2017: Premio Giorgio ScerbanencoAttendiamo di conoscere il nome del vincitore di uno dei premi letterari più importanti in Italia: l’appuntamento è nella Sala Lettura della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e si deciderà fra questi cinque finalisti:

Lissy Luca D’Andrea;

L di casa Romano De Marco;

Del dirsi addio Marcello Fois;

stato breve il nostro lungo viaggio Elena Mearini;

Un piede in due scarpe Bruno Morchio.

Anche in questo caso è davvero difficile scegliere nella cinquina: vogliamo sbilanciarci e dire che probabilmente Romano De Marco ha una marcia e qualche possibilità in più, ma è una finale da fotofinish, in bocca al lupo a tutti.

Noir in Festival 2017: Raymond Chandler AwardPer fortuna di chi vi scrive, in questo caso la scelta è già stata compiuta, e che scelta: il premio viene assegnato a Margaret Atwood. Vorrei cogliere l’occasione, in questo momento di trionfo per la grande scrittrice canadese, di spingervi a pensare che la Atwood non è solo Il racconto dell’ancella e che anzi, in questa sede e all’interno dei generi amati da Thriller Café, il romanzo citato è molto meno importante di altri.

Comprendo i motivi dell’entusiasmo legati a quest’opera, ma allo stesso tempo vi invito a esplorare tutta la produzione di Margaret Atwood: troverete cadaveri, omicidi e molto più crime di quanto contenuto nella sua opera resa famosa dalla miniserie televisiva, e scoprirete una scrittrice poliedrica e sorprendente.

Quel che vi ho scritto scalfisce solo la superficie del Noir in Festival 2017: ci sono tantissimi altri eventi che vi aspettano, a partire gli incontri letterari con Donato Carrisi, Carlo Lucarelli, Marcos Chicot, Marcello Fois, e tanti altri. Non vi resta che esplorare il sito ufficiale della manifestazione!

Al Premio Scerbanenco 2008 accadono cose strane: libri di autori ed editori quasi sconosciuti che arrivano a oltre 1000 voti online.
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Pochi giorni fa a Milano è andato in scena il secondo grande appuntamento con il mondo delle fashion startup, segno che stiamo passando (finalmente) dalla moda delle startup alle startup di moda. Il nostro Paese, lo sappiamo, eccelle per poche cose, e una di queste è sicuramente la moda. Perché non c’è ancora stato un boom di fashion startup? I motivi sembrano ricadere nel fatto che i brand di moda italiani sono piuttosto vecchiotti e lontani dal mondo tech. Eppur qualcosa si muove.

Non è per altro solo una questione italiana. Nel mondo ci sono circa duemila startup impegnate nel fashion (fonte: studio GP Bullhound giugno 2013), ma meno di 300 di queste hanno ricevuto un qualche investimento istituzionale, secondo una ricerca del Fashion Technology Accelerator, nato in California per mano dell’italiano Enrico Beltramini, un passato da executive in Gucci, e da pochi mesi presente anche a Seoul e Milano. Qui sono incubate tre startup: Warda, che sviluppa soluzioni digitali enterprise per il mondo del lusso, del fashion e dei negozi; La Passione, linea di abbigliamento per amanti del lusso e della bicicletta; Leo Nardi, che offre personalizzazione estrema dei prodotti di moda.

Il movimento delle fashion startup in Italia è venuto a galla lo scorso autunno, con la prima tappa nel nostro Paese di Decoded Fashion, competizione per startup che operano nel mondo della moda, qui da noi organizzata da e Pitti.

Le fashion startup hanno le più svariate sfaccettature. La loro “sfortuna”, da un certo punto di vista, è che alla fine buona parte di loro si occupano di e commerce. così per esempio per Velasca, che vende scarpe artigianali griffate, e Maison Academia, finanziata da LVenture Group e che organizza contest fra stilisti emergenti per poi realizzare gli abiti più votati e metterli in vendita, o Aliveshoes, che permette a chiunque di disegnare e mettere in produzione le proprie scarpe. Queste però sono tutte aziende figlie di Internet, di una nuova generazione di attori del mondo fashion.

Non sono le uniche. Allo scorso InnovAction Lab ho visto nascere Makoo, startup che realizza gioielli a partire da messaggi vocali e attraverso la stampa 3D, poi incubata a H Farm e negli scorsi giorni sul palco dello StartUp Initiative Fashion Design di Intesa San Paolo. All’evento erano presenti realtà molto diverse le une dalle altre: Ginkgo, che produce un innovativo ombrello compatto e riciclabile al 100%; iXOOST, che realizza dock station audio per dispositivi Apple in cui la camera acustica attiva è uno scarico di un’ auto di F1; Jaqard, applicazione “Q in crowdsourcing per consigli sulla moda; Re Bello, che da Bolzano punta su innovativi tessuti eco sostenibili come le fibre di eucalipto, bamboo e il cotone organico; Smartlux, che produce un sistema di controllo per illuminazione semplice e innovativo; Wowcracy, incubata a Nanabianca, piattaforma di crowdfunding riservata esclusivamente al settore moda; XYZE, accelerata da H Farm e meritevole di una menzione al Decoded Fashion, che sviluppa una tecnologia in grado di mettere in relazione le misure del corpo con i vestiti per identificare la taglia perfetta.

Ci sono poi le app, che però fanno fatica, come mi ha spiegato Marco Ottolini, imprenditore seriale e co founder di Styloola, lanciata nel 2011 e ora attiva con una quarantina di brand: “Noi volevamo usare un’app per creare profili degli utenti, ma ora abbiamo un sistema che si posiziona nei negozi e consente di profilare i clienti. Quando siamo partiti la gente aveva un centinaio di app sullo smartphone e le provava tutte, oggi invece per il 90 per cento del tempo usa sempre le stesse”. A Marco ho chiesto perché in un paese come l’Italia, che nel settore della moda è fra i più forti al mondo, startup e fashion facciano fatica a relazionarsi. “Il mondo delle startup e della moda in Italia sono davvero molto lontani perché la startup normale, per così dire, è tecnologica e il maschio nerd è quanto di più lontano possa esserci dalla moda mi ha spiegato All’estero invece c’è più contaminazione e ci sono più donne geek. Aggiungi che anche gli ecosistemi sono migliori e tutto torna. In Italia manca l’attenzione della vecchia imprenditoria della moda alle iniziative imprenditoriali che pur ci sono. Armani, Dolce e Gabbana e tutti gli altri dovrebbero cavalcare questo fenomeno, ma non lo fanno”.

Di startup che si occupano di moda ce ne sono ancora tante altre, come Sbaam, web community per amanti e professionisti della moda, nata a InnovAction Lab nel 2011 e che oggi conta 1300 editor e fashion designer iscritti, Jewelgram, che trasforma le foto di Instagram in gioielli o Checkbonus, che consente di raccogliere punti ogni volta che si compie un acquisto in negozio per poi ricevere sconti.

Intanto si iniziano a muovere i big. Secondo quanto riportato da Patently Apple Cupertino ha depositato diversi brevetti legati al mondo delle tecnologie indossabili come l’atteso iWatch. E inoltre ha assunto di recente Paul Deneve, ex amministratore delegato di Yves Saint Laurent, Angela Ahrendts, CEO di Burberry, e Ben Shaffer, direttore del settore design di Nike. “Presto ci sarà un classico momento di hype, ma non sono gli orologi il vero obiettivo così mi ha detto Alberto D’Ottavi, co founder di Blomming e advisor del Fashion Technology Accelerator, che ha visto raddoppiare in pochi mesi le application di startup che si occupano di wearable technologies “Fra tre o cinque anni arriveranno tutta una serie di accessori di nuova generazione che interagiranno con i nostri smartphone, divenuti potenti come un computer. I tessuti smart arriveranno ancora dopo”.

il momento dunque di investire nella moda? Beltramini sostiene di sì, come ha spiegato in un’intervista a uno dei blog del Wall Street Journal: “I fashion brand sono in grado di raggiungere grandi margini operativi e massa critica abbastanza in fretta. I grandi marchi sono interessati: sanno che devono modernizzarsi, ma al contempo sono ancora troppo legati a modelli di business tradizionali”.
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UOMINI E DONNE, ultime news puntata Uomini e Donne 2011: finalmente il tanto atteso faccia a faccia tra Bubi e Leo Attimi di passione e sentimento hanno scandito il viaggio di Leonardo e Diletta, volati a Salisburgo subito dopo la scelta, poi al cospetto di Bubi per chiarire alcuni punti rimasti in sospeso.

Diletta e Leonardo entrano in studio a Uomini e Donne, mano nella mano, salutano Maria, de Filippi, Gianni e Tina e si dichiarano più innamorati che mai. Bubi è già sul piede di guerra e parte alla carica accusando il tronista di averla usata per i suoi scopi televisivi. Colpita da un attacco di autoironia Bubi si autoproclama addirittura cupido per “aver fatto nascere la coppia dell’anno”, ma nelle sue parole palpabile è l’amarezza e la delusione per aver creduto fino in fondo in un amore mai ricambiato.

Maria prova a convincere Bubi che la scelta di Leonardo è maturata dopo l’episodio dell’ospedale, quando cioè il tronista le confessa i suoi timori nell’intraprendere un’eventuale relazione con lei. In quell’occasione, infatti, Bubi aveva accusato un cedimento emotivo causato dalle pressioni del gioco e da una situazione che le stava sfuggendo di mano.

A questo punto Maria de Filippi fa interventire il pubblico e un’educata signora si rammarica delle maniere troppo aggressive che Bubi ha avuto nei confronti del tronista e che l’hanno inevitabilmente allontanata da lui e dalle simpatie del pubblico. Ma se molti la criticano qualcuno del pubblico è pronto a difenderla e ad accusare Leonardo di scorrettezza nei suoi confronti. Ma al di la dei pro e dei contrari a Bubi è Maria che cerca di riportare la situazione su una calma apparente. Bubi è ormai un fiume in piena e difficilmente riesce a trattenere la rabbia, neanche le parole di Tina e Maria riescono a dissuaderla dai suoi propositi denigratori su Diletta. Ma il prode Leonardo si schiera prontamente in difesa della sua bella, cercando di sottrarla dalle grinfie di Barbara e dalle accuse del pubblico. Diletta, dal canto suo, non sembra scomporsi più di tanto. Sicura di sè e con l’aria trinfante non si cura affatto di quanti la attaccano e la criticano. D’altronde è felice di aver portato a casa il suo ambito trofeo, che nessuna Bubi potrà mai più portarle via.

Vedere ieri sera Leo e Diletta è stato veramente bello Non posso dire che abbia pareggiato la tortura di Bubi, l di Bubi ma mi sono goduta ogni istante della loro felicità che auguro infinita.

Spero che non ci sia MAI PIU Bubi nè un simile a lei. La Redazione

ha delle responsabilità verso il pubblico. Chi la difende se la prenda vicino e la curi

Il tronista era Leo. Lei poteva fare tutto, dire tutto in altro modo, non da pazza isterica. Senza offendere e senza fare scene da Eleonora Duse.

WWWWWW Leo e Diletta Belli, giovani, innamoratissimi

Bubina vai tra i vecchietti, ce ne sono tanti adatti a te

commento inviato il 17/02/2011 alle 0:52 da Rita

Leo e Diletta si dovrebbero vergognare. sono falsissimi lei sembra una tonta ma tonta che sei io fossi la madre la rimanderei a scuola visto che non sa una parola in inglese. Vergognoso.

commento inviato il 18/02/2011 alle 1:36 da antonella

Una risposta per Mirca , Cara se dovessi vederla ancora semplicemente cambio canale. Come faranno tante persone che pensanono come me. Il problema non é la coppia Leo e Diletta se vera o falsa. Problema la signora Barberi che si reputa colta inteligente pratticamente perfetta, però ignora la buona educazione di non parlare; anzi urlare continuamente interrompere le persone mentre tentano di dire una parola. Usare sempre termini offensive. Comportarsi come forse un detectiv privato per fare delle grandi rilevazioni. Ma dico io. ha usato lei Leonardo per fare il suo circo. hai dimostrato di non avere alcuna sensibilità e rispetto per chi comunque ha provato un sentimento nei tuoi confronti seppure talvolta dimostrandolo con irruenza e forte competizione. Avresti dovuto eliminarla prima e non tenerla come da canoni televisivi sino alla fine. tu e Diletta siete una coppia di ragazzini ora abbagliati da questo improvviso e fugace successo, ma tutto presto finisce.

Da uomo quale ti reputi non era assolutamente il caso di dichiarare a tutta l del tuo far sesso la prima sera a nessuno importa, ognuno si gestisce la propria intimità nella coppia senza sbandierarla a nessuno come hai fatto tu. Vedremo se a fine anno sarete ancora insieme.
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In programma Marted 10 giugno 2014 alle ore 18.00, presso il Museo del Risorgimento (Palazzo Farnese) “10 giugno 1859. Una data nella pietra”, inaugurazione dell della lastra di piazza Cavalli con la data che ricorda la ritirata degli Austriaci dalla citt il 10 giugno 1859.

Alle ore 21.00, nel cortile di Palazzo Farnese, verr invece rappresentato un bozzetto storico in due tempi in dialetto piacentino di Corrado Ambiveri, per la regia di Elsa Castellini.

Personaggi e interpretiCon la partecipazione del Coro di S. Maria di Campagna diretto dal Mo Ivano Fortunati.

Mario Peretti legge Des giugn di Egidio Carella e Porta Fodesta di Valente Faustini

Gli attori appartengono alle filodrammatiche Carella, Famiglia Piasinteina, Gari, Societ Filodrammatica Piacentina, Turris di Piacenza e Quattar e quattr di S. Giorgio Piacentino.
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Grazie Marco W il lupo, sempre E come hai detto tu “sempre W la musica”!!! In bocca al lupo a te per l’esperienza che stai per affrontare A livello umano sarà un’esperienza certamente formativa e ti farà scoprire cose di te stesso e una forza interiore che nemmeno immagini Fanne tesoro perché quando tornerai sarà riflessa anche nella tua musica, per la tua musica e per il tuo pubblico Un abbraccio Valerio

E Carta ha replicato con ulteriore augurio:

Di nuovo in bocca al lupo Valerio,
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fatti onore e anche tu goditi quel meraviglioso palco che già conosci!

Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Sì, ma fino ad un certo punto. Perché Scanu dalle pagine del settimanale Chi ha così commentato la decisione di Carta di partecipare all’Isola dei famosi, lo stesso reality a cui ha preso parte lo scorso anno:

Non pensavo fosse interessato, tempo fa aveva scritto su Facebook che si dedicava alla carriera artistica e non aveva bisogno di fare reality.

Insomma,
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discussione riaperta o, più semplicemente, il commento spigoloso di Valerio è precedente agli auguri pubblici di Marco ed è quindi più facilmente ‘perdonabile’?

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C una volta il Chievo. Quel luogo diverso, unico, originale, dove il calcio era vissuto senza stress, senza troppe pressioni, senza le esagerazioni tipicamente italiane.

Esoneri, ritorni, porte chiuse, pretattica esagerata, infortuni misteriosi, nascosti e poi rivelati a sorpresa, convocazioni celate.

Pillon porta il Ceo in Europa e l dopo, alla sesta, viene cacciato. Iachini porta il Ceo di nuovo in A e alla decima viene esonerato. Beretta pag a tre giornate dalla fine, mentre Del Neri lasci il Chievo, dopo aver capito che Campedelli non era disposto a fare follie per tenerlo in B (estate 2007). Da favola a realt c scritto sulle magliette promozione dei giallobl di Iachini. Giustissimo. Una realt come tante altre, una societ come tante altre.

E poi il mercato. Con il tempo Sartori si convinto che in serie A non ci sia troppo spazio per giovani di belle speranze. Per il diesse milanese serve gente navigata, con esperienza in questa categoria e con un buon curriculum. Eppure la carriera non dovrebbe essere l voce da seguire in tema di acquisti (e soprattutto prestiti). Un esempio: gli arrivi di Esposito, Langella e Pinzi (tanto per restare all mercato). Dovevano essere i punti di forza del nuovo Chievo, si stanno rivelando mezzi flop. E non parliamo di investimenti per il futuro. Gente presa in prestito per alzare la qualit della squadra. E intanto Rickler viene dirottato in B, sostituito dallo svincolato 32enne Yepes.

Possibile che non ci sia un giovane cresciuto nelle giovanili del Chievo in grado di essere lanciato in A? Penso ai tantissimi brasiliani che affollano le squadre di Giovanissimi, Allievi e Primavera. News

developments and retaliated with military force, which, in turn, triggered a full fledged war. The death of this world leader brought a turbulent life to an end.
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Dal 19 al 23 Settembre 2016 sono stato in Malesia, a Kuala Lumpur e nelle regioni limitrofe, in un viaggio alla scoperta di come viene prodotto l di palma, tanto discusso in questi giorni in Italia. Quali gli standard produttivi? Chi ci lavora? Esiste una filiera sostenibile? Chi la garantisce? Come si arriva dalla coltivazione della palma all utilizzato dall alimentare (e non solo) in tutto il mondo? A queste e altre domande voglio rispondere in questo post, raccontando la mia esperienza, con le informazioni che ho raccolto in queste settimane. Preparati perché sarà un viaggio ricco di immagini e di umanità.

Il post è lungo e articolato. Ho cercato di riassumere i concetti più importanti di ogni fase di produzione, senza scendere intecnicismi, mostrando tante immagini e qualche video, strutturando l nei seguenti punti:

Stoccaggio e carico dell verso L filiera sostenibile: in cosa consisteL di palma, a differenza della maggior parte degli oli vegetali, viene prodotto dalla spremitura di un frutto, come per l di oliva. Gli altri oli commerciali vegetali vengono da un seme. Questa sostanziale differenza spiega perché l di palma è ricco di antiossidanti (come la frutta), di carotene e vitamina A (da qui il colore tendente al rosso). Tra le diverse specie di palma, ce n una coltivata a tale scopo. La palma ha un resa, purché coltivata all dove la temperatura resta più o meno costante durante tutto l con un elevata quantità di piogge. Questo è il motivo, almeno parzialmente, della diversa resa per ettaro.

La Malesia, grande produttore di gomma, con l della gomma artificiale e il crollo dei prezzi, decide dal 1975 di incentivare la sostituzione di queste colture con la palma, per produrre l di palma, con un programma che ha coinvolto la Banca Mondiale. Uno degli scopi era garantire la sussistenza delle popolazioni rurale, con una coltura che avesse permesso loro di vivere dignitosamente senza dover vivere in città. Oggi sono 5,4 milioni gli ettari coltivati, convertiti in larga parte dalla produzione di gomma e cocco. La storia della palma in Malesia va ancora più lontano nel tempo, ad opera di un francese che ne avvia la coltivazione nel paese nel 1870. Andando molto più indietro nel tempo, si registra l di olio di palma 5000 anni fa, nell Egitto, dove veniva usato per evitare che i contenitori in stagno si arrugginissero. Torniamo ora alla piantagione.

La piantagione di palma

Ho visitato una piantagione a qualche centinaio di chilometri a sud est di Kuala Lumpur, in un impianto ch comprende anche un molino. Fa impressione vedere palme a perdita d un po come le piante di caffé in Brasile nelle regioni dove questa è la principale coltivazione. La piantagione visitata comprende palme per una superficie di 2214 ettari. In ogni ettaro si piantano circa 140 piante, a una distanza di almeno 10 metri l dall Ogni pianta viene sostituita dopo 25 anni, a rotazione, perché non ha più la resa ottimale. Ogni anno si piantano quindi nuovi esemplari, tra il 5 e il 10% del totale.

Quelli che vedi sotto sono il ramo su cui sono attaccati tutti i frutti. I frutti crescono a circa un metro e mezzo da terra, quando la pianta ha 9 12 mesi e salgono fino all ottimale. Ogni gruppo di frutti può pesare da 15 a 18 kg, fino a 30 kg per la pianta più matura e col massimo livello di produzione. La raccolta è ad alta intensità di lavoro manuale, ragion per cui il settore impiega circa 3 milioni di persone solo in Malesia. La Malesia ha circa 30 milioni di abitanti e si può capire facilmente qual è l sociale di questa pianta nell del paese. Paese che, tra parentesi, deve la maggior parte dei suoi ricavi dalla vendita di petrolio e gas naturale con Petronas, la compagnia nazionale posseduta al 100% dallo stato malese.

Per staccare il gruppo di frutti si procede quindi con uno strumento che espone il frutto, una volta eliminate le foglie, e lo butta a terra. A differenza di altre colture su larga scala, qui non si possono impiegare le macchine e non ci sono innovazioni in tal senso, anche perché il costo della manodopera è relativamente a buon mercato.

Durante la visita ho assistito a una dimostrazione della raccolta con la possibilità di scattare foto e video. Flickr non consente di riprodurre video in siti terzi, ragion per cui ti invito a cliccare sui seguenti link per vedere i brevi video:

Da notare inoltre come tutta la materia organica venga lasciata sul terreno e non venga trasportata o smaltita altrove: le foglie di palma tagliate rimangono sul terreno e tornano terra. Seconda cosa da notare è la lotta biologica ai parassiti. Non si fa uso di sostanze chimiche, ma si coltiva una pianta che distrae il principale parassita e lo espone a un suo predatore naturale. Lo stesso vale per i topi e con il barbagianni, ospitato con nidi aritificiali, costruiti e distribuiti su tutta la superficie della piantagione.

Il frutto, una volta raccolto, viene caricato e trasportato nella parte dell dedicata alla spremitura. La spremitura è un momento chiave nell dell di palma perché la % che indica la resa è il vero fattore di sviluppo odierno, visto che la Malesia ha deciso di tutelare il 56% di superficie del paese coperta di foresta e impedire che venga utilizzata per nuove coltivazioni di palma.

Nel processo di spremitura, dopo vari passaggi, si ottiene l di palma crudo, che viene poi inviato in altri impianti per la raffinazione. Tutta la materia organica rimanente viene utilizzata in un modo o in un altro, con un 100% di utilizzo finale. Il nocciolo viene aperto: il guscio viene separato e bruciato come combustibile per la stessa fabbrica, permettendo di utilizzare la parte interna per produrre un altro olio. La parte legnosa viene ulteriormente seccata, creando un tappeto organico naturale che viene usato per stabilizzare i terreni. Tutto il resto diventa biocarburante, con l di rendere l autonomo sul piano del consumo di energia.

Impressionante quindi come il processo produttivo tenda a non creare rifiuti, con un circolo chiuso in cui tutto quello che si raccoglie viene utilizzato in un modo o in un altro, senza scarti di lavorazione. Sull su Flickr ci sono molte più foto, anche sui semilavorati.

Il tour all è cominciato con una accoglienza veramente calorosa. Posso immaginare che la mia venuta, insieme a due rappresentanti di Ferrero, abbia spinto la direzione a curare ogni dettaglio della visita, compresa una stretta di mano con tutti i lavoratori che ci hanno accompagnato nella visita, una colazione tutti insieme, prima di una presentazione sulle norme di sicurezza dell un piccolo spettacolo dei figli dei lavoratori, seguito dalla visita vera e propria a piantagione e impianto.

Posso testimoniare, come mi era già capitato in altre regioni dell che l da queste parti è sacra. L con i lavoratori mi ha fatto rendere conto di una caratteristica della Malesia, non scontata: i malesi sono affiancati da una percentuale molto alta sia di cinesi, sia di indiani. Nel mondo del business i cinesi si danno molto da fare e ne ho visti parecchi tra i colletti bianchi in questa e in altre aziende. In questo impianto lavorano e vivono 275 impiegati. Ho scritto vivono perché, considerando che l è localizzato nella Malesia rurale, povera di servizi, l offre gratis ai lavoratori un alloggio per tutta la famiglia, all della superficie della piantagione.

Un po come altre grandi aziende offrono servizi ai propri lavoratori per migliorarne la qualità della vita e quindi anche la qualità del lavoro prodotto (Google ha massaggiatore, dentista e mensa con chef stellato nei suoi offici di Mountain View e non è l ovviamente), anche qua è comune che un impianto simile abbia alloggi gratuiti per i dipendenti, come un piccolo villaggio, con asilo, spazi di culto (moschea e tempio), con aiuti per la famiglia, come lo zaino con il materiale per la scuola (school bag) per i figli dei lavoratori che cominciano l scolastico e altri benefit in corrispondenza delle principali festività religiose, per ognuna delle principali religioni professate.
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Oggi vorrei mostrarti i risultati di una recente ricerca di EyeTrackShop, condotta su 50 uomini e 50 donne, che mette in luce le differenze esistenti fra i 2 sessi quando guardano una pubblicità che contiene una immagine femminile.Lo studio, riportato alcuni giorni fa su Business Insider, mostra i differenti fra maschi e femmine nei confronti di 3 pubblicità: una di H (con una ragazza in costume da bagno), una di Reebok (con una ragazza nuda di spalle) e una di SAAB (riguardante il modello 9 5).H (ragazza in costume da bagno):Gli uomini spendono il 41% di tempo in più delle donne sul viso, e il 20% di tempo in meno sulle gambe.Reebook (ragazza nuda di spalle):Gli uomini spendono il 39% di tempo in più delle donne sul viso, il 49% di tempo in più sul e il 36% di tempo in meno sulle gambe.Questo è il link del progetto su cui stiamo lavorando. Se anche a voi interessano i contenuti sarebbe davvero un piacere per noi se ci linkaste. Lavoro e vivo grazie a Internet dal lontano 1995.Attualmente mi interesso e mi occupo di Web Marketing, con un occhio particolare al posizionamento su Google: in pratica sono un Consulente SEO.Il mio obiettivo è quello di dare valore e aumentare le conversioni (in poche parole, il fatturato) di tutti i miei clienti e partner, eticamente.DI COSA PARLO Sul TagliaBlog parlo principalmente di Web Marketing e di tutti i temi che girano attorno a tale disciplina.Qui troverai un sacco di contenuti su SEO (ovvero posizionamento sui motori di ricerca), Social Media Marketing, Advertising (campagne pubblicitarie e affiliazioni) ed Editoria Online.
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Camerieri da Corsa a Buenos Aires: una gara di equilibrio e velocità

I camerieri argentini sono orgogliosi del loro lavoro, fatto di segreti che si apprendono solo dopo anni di esperienza. Uno di questi è la capacità di recapitare un vassoio stracolmo, in un labirinto di tavoli, sedie e clienti, nel minor tempo possibile: i migliori in questo campo si sono sfidati a farlo in una corsa sulla Plaza de Mayo, cercando naturalmente di non roversciare l prima del traguardo

Buenos Aires Fare il cameriere a Buenos Aires è una di quelle cose che viene presa veramente sul serio. Non è un lavoretto estivo per ragazzi che vogliono comprarsi il motorino, ma un mestiere nel vero senso della parola. Chi c stato può confermarvelo: quando arrivi in città e ti siedi in uno dei 9 mila ristoranti disponibili, vieni accolto sempre con cura e chi ti serve smania per sfoggiare le sue abilità, per esempio, prendendo l rigorosamente a memoria, anche se al tavolo ci sono 10 persone. Un caratteristica, poi, è quella dell I luoghi più alla moda nei quartieri giovanili o i ristoranti del centro che servono gli uffici si affollano facilmente all di punta, e in questi casi fare il cameriere diventa addirittura un esercizio da circo.

Per questo, la maggior parte dei più di 500 impiegati della ristorazione di Buenos Aires che questo weekend hanno partecipato alla corsa di velocità tenutasi sulla storica Plaza de Mayo della capitale argentina,
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risponde no quando gli si chiede se si siano allenati per partecipare alla corsa. Quasi tutti sorridono e dicono: con la mia giornata tipo, faccio già un allenamento sufficiente. Proibito raccogliere una delle bottiglie e rimetterla a posto nel caso cadesse, continua il giudice quando già i corridori si fanno più silenziosi e sembra quasi possibile guardarli e capire chi sia venuto per divertirsi e chi invece voglia veramente vincere il premio da 800 euro che c in palio. Non basterà tagliare il traguardo per primo, ma bisognerà anche essere stati corretti per tutto il tragitto per poter vincere, riesce appena a concludere il commissario, quando già il conto alla rovescia arriva allo zero e parte la gara.

una questione di tecnica, velocità ed equilibrio: si gareggia al trotto, perchè al passo si rimarebbe indietro, mentre al galoppo invece si rovescerebbe tutto. Si va per il viale alberato dell de Mayo verso la Casa Rosada, il palazzo di governo, è già qui i primi rovesciano il succo in strada e abbandonano la pista col capo chino. Si entra in piazza tra i fischi e gli applausi dei parenti, le grida dei colleghi. Si gira attorno alla piccola piramide al centro del largo e si trorna indietro. Sono in tutto 1.600 metri, fatti più che altro per celebrare la dignità di una figura sempre lasciata un pò in disparte dalla società, ma che nei secoli ha saputo fare della sua umiltà, del buon umore e dell un valore della propria giornata,
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rendendo così più allegra anche quella dei suoi clienti.

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CORIANO Quello che resta di Valleverde, ossia l’impero della calzatura comoda nato 40 anni addietro in quel di Coriano, sono 8 dipendenti e scarpe che arrivano dall’estero e che di made in Italy non hanno nulla. A denunciarlo, al termine di una lunga vertenza sindacale, sono Filctem CGIL e la Femca CISL. Sembrano trascorsi secoli da quando Valleverde investiva l del fatturato, circa 7 milioni di euro, in pubblicit ingaggiando super testimonial come Pel Kevin Kostner e Julia Roberts, invece sono trascorsi appena 10 anni. Dal 2009, quell che proprio in Romagna nata e cresciuta diventando leader mondiale nel settore della calzatura comoda a elevata qualit con 270 dipendenti, 1.700 punti vendita e una produzione di circa due milioni di scarpe ha dovuto fare i conti con la contrazione dei consumi. Ma secondo i sindacati la crisi stata “pi un prestesto per uno smantellamento aziendale calcolato che una vera causa di dissesto”.

Di seguito la nota stampa integrale dei sindacati L Valleverde, nata a Coriano nel 1970, abbandona definitivamente la provincia di Rimini. Il territorio stato terreno fertile per un marchio che ha costruito in quarant’anni una posizione da leader nel settore della calzatura comoda a elevata qualit All del successo, la Valleverde contava 270 dipendenti con 1.700 punti vendita nel mondo, con una produzione di circa due milioni di calzature.

La crisi Tutto questo incomincia a frantumarsi nel 2009, quando la crisi internazionale, con la conseguente riduzione dei consumi, diventa motivo, o meglio pretesto, per presentare un piano di rilancio basato sul ridimensionamento del personale dipendente e una politica di delocalizzazione; questo si legge nei documenti del piano industriale Valleverde 2008/2011: ridurr l della produzione interna diretta e si incrementer la produzione indiretta delocalizzata sia in Italia, sia soprattutto all e ancora: avviato un piano di contenimento dei costi, in virt di un processo di ristrutturazione produttiva rivolto ad un deciso incremento delle produzioni delocalizzate all Anni in cui il valore della produzione era passato da 112 milioni del 2002 ai 74 milioni del 2009. trascorso davvero tanto tempo da quando in tv la scarpa comoda era pubblicizzata da Kevin Kostner, Julia Roberts, Miss Italia o Pel quasi 7 milioni erano investiti in pubblicit nel 2007, pari all del fatturato. Dal 2009 sono accadute tante cose, perdite consistenti di posti di lavoro, cessione d fallimento societario, processo penale nei confronti del patron Armando Arcangeli, gestione da parte del Tribunale di Rimini, sino all fuori asta avvenuto nel maggio del 2015 da parte dell Silver 1 Srl costituitasi il 6 maggio 2015. In questi oltre otto anni ognuno, a suo modo, ha colto del marchio Valleverde tutto ci che poteva, a discapito dei posti di lavoro, che abbiamo difeso strenuamente, a discapito del territorio e anche dei piccoli artigiani indiretti. Ognuno ha pensato di potersi appropriare della sua linfa vitale senza pensare alle disastrose conseguenze. Ognuno si arricchito a danno del pi debole, di chi in quest e per quest pensava di poter onestamente lavorare.

La trattativa La Filctem CGIL e la Femca CISL si sono ritrovate per oltre tre mesi a trattare al tavolo istituzionale presso la Regione Emilia Romagna il ritiro della procedura di chiusura dello stabilimento di Coriano da parte della Silver 1, dopo solo due anni e dall Certamente lo stabilimento produttivo non ha pi la grandezza di un tempo e non ci sono pi gli oltre 200 dipendenti ma 33 tra operai e impiegati, eppure per noi che l vista nascere negli anni 70, difficile dover ammettere che quel progetto di delocalizzazione produttivo all iniziato nel 2009, oggi potr definitivamente essere attuato, trasformando la scarpa Valleverde in un prodotto che non potr pi essere definito in Italy La Silver 1 non era certamente presente nel piano industriale Valleverde di otto anni fa, ma pu ritenersi nell’aver portato a compimento un disegno che parte da lontano. Nella lettera di apertura dei licenziamenti collettivi da parte di Silver 1 si legge: aziendale articolata per il 92% in attivit commerciale e per il restante 8% in attivit produttiva. L commerciale consiste nell della calzatura da uomo e da donna, prodotte soprattutto in paesi dell Europa e in Estremo Oriente e nella vendita al dettaglio di questi prodotti assieme agli articoli della produzione di Coriano

Le conseguenze del Job’s Act Con amarezza occorre costatare che il marchio fa gola pi dei posti di lavoro e pi del rilancio della produzione nello stabilimento di Coriano. Ad aggravare la situazione la rabbia per le conseguenze del Job’s Act e quindi del contratto a tutele crescenti a cui appartengono tutti i 33 dipendenti attuali della Silver 1.

Recentemente il giudice Maria Giulia Cosentino del Tribunale di Roma, sezione lavoro, nell’ambito di una sentenza, si espressa sul Job’s Act sostenendo che norme in esso contenute, non rivestono carattere compensativo n dissuasivo, avendo anche conseguenze discriminatorie Sostiene, inoltre che diritto al lavoro, valore fondante della Carta Costituzionale, viene attribuito un controvalore monetario irrisorio e fisso, eliminando la discrezionalit valutativa del giudice. Purtroppo i licenziamenti illegittimi, disposti in seguito allo sgravio contributivo, costituiscono un per il datore di lavoro. visto che la gravit dell fissa ed equivale ad un immodificabile

Conclusione La vertenza sindacale terminata il 15 febbraio 2018 con un accordo presso l per il Lavoro della Regione Emilia Romagna. L prevede il mantenimento presso lo stabilimento di Coriano di 8 dipendenti e, per i restanti, un risarcimento economico tre volte superiore a quello che avrebbe previsto il Job’s Act in giudizio, un investimento economico da parte dell sulla politica attiva di ricollocamento di ciascun dipendente fuoriuscito e il diritto di precedenza per i prossimi 24 mesi qualora la societ dovesse effettuare delle assunzioni. Nonostante la certezza di aver utilizzato tutti gli strumenti a disposizione del sindacato, grazie anche al sostegno che non mai mancato della Regione Emilia Romagna e del Sindaco di Coriano, dobbiamo per constatare che per alcuni imprenditori la tutela dei posti di lavoro e la valorizzazione del territorio non hanno alcun peso. La Valleverde, come l’Embraco, come tante altre aziende che hanno puntato tutta la loro competitivit sui costi di produzione delocalizzando e sfruttando la manodopera a basso costo, dovrebbero interrogare la nostra classe dirigente su quanto siano inutili gli incentivi a pioggia nei confronti delle imprese, mentre il vero investimento dovrebbe essere rivolto al lavoro stabile e di qualit

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