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Il mio PC portatile diventato inutilizzabile a causa di un virus o di un malware. L di Windows (XP SP3) riesce, si presenta la schermata di selezione dell effettuo regolarmente l e nel giro di qualche secondo mi trovo nel mio PC portatile diventato inutilizzabile a causa di un virus o di un malware. L’avvio di Windows (XP SP3) riesce, si presenta la schermata di selezione dell’utente, effettuo regolarmente l’accesso e nel giro di qualche secondo mi trovo nel desktop, ma da quel momento diventa impossibile fare qualunque cosa: tentare di aprire una cartella, il Pannello di Controllo, l’icona dell’antivirus, il web browser, perfino Gestione attivit Vengo sempre bloccato da un messaggio secondo cui il PC infettato da un virus e l’operazione stata bloccata per motivi di sicurezza. In queste condizioni non riesco neppure a copiare i file pi importanti su un disco esterno per metterli al riparo. Come posso procedere?

Se il PC finito cos completamente sotto il controllo del virus o malware, diventa impossibile curarlo eseguendo antivirus, procedure o regolazioni dal computer stesso, sebbene il disco non sia stato corrotto al punto da essere illeggibile: Windows infatti si avvia.

Non resta che “curarlo chirurgicamente” utilizzando un altro computer sano, preferibilmente desktop. La procedura consigliata richiede un secondo PC provvisto dell’interfaccia hard disk adatta all’hard disk del portatile da curare (SATA o IDE 2.5″). Occorre molta attenzione in quanto si dovr accedere all’hardware del portatile. Si dovr inoltre prestare attenzione alle minuscole viti che dovranno essere rimosse per lo smontaggio.

Assicurarsi che nell’ambiente di lavoro non vi siano pericoli di elettricit statica (come tappeti o calze di lana e scarpe di gomma). Preferibilmente utilizzare un braccialetto antistatico durante il lavoro,
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o quantomeno toccare frequentemente parti metalliche dello chassis del computer durante lo smontaggio.

Anzitutto scollegare il portatile dall’alimentazione e rimuovere la batteria. Individuare, sul fondo del portatile, il pannello che nasconde l’hard disk. Rimuoverlo e asportare delicatamente l’hard disk (attenzione a non piegarne i contatti mentre lo si sfila dalla sede).

Sul PC “di appoggio” effettuare un aggiornamento totale di antivirus (per es. AVG free edition), antispyware (per es. AD Aware free) e antimalware (per es. Spybot S Dopodich spegnere e scollegare dall’alimentazione anche il computer “di appoggio”.

Aprirlo e collegargli il disco rimosso dal portatile infetto (in alternativa al collegamento interno possibile utilizzare un accessorio USB IDE SATA) Nel caso di hard disk IDE 2.5″ l’alimentazione fornita tramite il connettore unico; se l’hard disk SATA occorrer invece una connessione di alimentazione separata, facilmente reperibile in un PC desktop (eventualmente scollegando provvisoriamente un altro disco SATA).

Avviare il PC di appoggio, configurare se necessario il disco aggiuntivo nel BIOS in modo che venga visto, poi accedere a Windows e in Esplora risorse riconoscere la nuova unit disco.

Non aprirla con doppio clic ci potrebbe causare l’infezione del PC sano ma utilizzare tasto destro e Esplora. Lanciare sul disco da “disinfettare” una scansione antivirus, una antispyware e una antimalware. A seconda delle dimensioni del disco potrebbero volerci ore. Meglio quindi lanciare queste operazioni la sera (al limite anche tutte e tre in parallelo) in modo che possano essere eseguite in nottata senza interferenze.

Al termine, far rimuovere (o almeno far mettere in quarantena) tutte le infezioni riscontrate dai tre programmi, poi uscire da Windows, spegnere il PC sano, scollegare il disco e reinstallarlo con cautela nel portatile;
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ripristinare viti e sportelli e riavviare la macchina “risanata”.

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Il 28 febbraio 2018 al Centro di ateneo per i diritti umani, è stata inaugurata la mostra fotografica di Milena Anzani, volontaria per lo Sve del progettoVolunTour: Better Environment Better Tomorrow, che ha coinvolto tre organizzazioni europee e tre asiatiche. Milena, laureata all di Padova in Istituzioni e politiche dei diritti umani e della pace, è partita con l’associazione Joint di Milano e in loco ha collaborato con l partner VolunteersInitiative Nepal. L’iniziativa della mostra è visitabile in sala IqbalIshmail al Centro di ateneo per i diritti umani da cui è promossa, in collaborazione con l Joint, United for Nepal, l Peace Human RightsAlumni, VolunTour, VolunteersInitiative Nepal e con il supporto dell’archivio Regionale Pace Diritti Umani Peace Human Rights.

Il progetto che la volontaria ha portato avanti con altri compagni provenienti da diversi paesi, era incentrato sulle problematiche di tipo ambientale che affliggono il Nepal, in cui manca una pratica di smaltimento dei rifiuti, si pensi alla quasi totale assenza di cestiniche possano permettere alla popolazione di buttare anche una semplice carta di caramella. Dove finiscono i rifiuti? Buttati nei fiumi, accumulati in montagne a cielo aperto, oppure bruciati.

Gliscatti selezionati dalla fotografa sono 47 e riassumono i cinque mesidella sua vita nepalese. Le prime foto raccontano del suo arrivo in Nepal, di quello che si aspettava di trovare nel paese, come i templi decorati con imponenti Buddha dorati e la natura selvaggia, e il suo shock nel constatare che nel paese c molto di più: contraddizioni, una vita che scorre con ritmo lento e paziente nell delle piogge e bisogno di rinascita dopo il devastante terremoto del 2015. Milena è stata ospitata da una famiglia che l adottata come figlia nelvillaggio di Kavresthali, ma il primo impatto nepalese è stato col caos cittadino della capitale di Kathmandu, a 10 km da dove è stata ospitata. Il disordine, il traffico, l satura di polvere, il caldo appiccicoso, l insopportabile della spazzatura e quello dolce e pieno delle spezie, i cavi elettrici che danzano sulla testa della gente, l accolta in quello che per 150 giorni, a partire da giugno, è stato il suo paese.

Inizialmente è stato difficile essere accettati dalla comunità, ma era necessario riuscire a entrare nei cuori della gente per trasmettere la cultura del diritto a un ambiente salubre e l a uno stile di vita sostenibile. Milena, il cui nome in nepalese significa dopo le iniziali risate da parte della gente del posto, ha trovato ilproprio ruolo nella sua host family aiutando la nepalese nelle mansioni casalinghe, specialmente nel lavaggio di pentole e padelle, compito da espletare ogni giorno prima dellacolazione a base di riso e lenticchie. I suoi primi sostenitori sono stati il tredicenne Simon e il che le diceva: riesci a convincere anche una sola persona di una sola famiglia, riuscirai a convincere un villaggio

In Nepal le comunicazioni avvengono per passaparola. Al suo arrivo, fuori dall le persone che le chiedevano l già sapevano chi fosse, avendo intercettato chi era andato a prenderla. I bambini giocavano coi suoi capelli biondi e le donne si informavano sul suo status di donna nubile e poi le facevano notare che aveva bisogno di mangiare di più, perché troppo magra. Infatti è proprio attraverso le donne, partecipando alla loro attività di semina del riso, che la volontaria è riuscita a entrare nelle case e poi nelle scuole: chiacchierava con loro, giocava coi bambini, costruivano braccialetti di plastica e poi i suoi giovani amici andavano a parlare con gli altri bambini di Kavresthali di quello che facevano nel tempo libero, così la notizia di quello che stava accadendo è giunta anche ai presidi delle scuole che con fatica Milena è riuscita ad avvicinare coi suoi compagni di avventura.

Nelle foto si mescolano frammenti di quotidianità e momenti di festa, vestiti di un arancione splendente, bambini con il viso dipinto e il cappello con il disegno di una mucca. Milena spiega che si tratta di unfestival induista per la commemorazione dei defunti e che i bambini simboleggiano esostituiscono le mucche, che nella tradizione induista ti guidano verso il paradiso. I bambini hanno ai piedi delle scarpe bianchissime, nonostante vivano tra il fango e la polvere, scarpe che usano nel quotidiano per andare a scuola, che lavano con attenzione per tenerle sempre pulite. Milena rivela di essersi interrogata sul delle scarpe bianche per tre mesi, poi ha deciso di abbandonare gli scarponi e di mettersi delle sneakers con la punta bianca e di imparare a camminare come i nepalesi,
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muovendosi agilmente fra una pozzanghera e l L buddhista di Kathmandu vede ergersi Boudhanath, lo stupa attorno al quale si ergono una serie di monasteri dove si respira pace e tranquillità. I monaci tengono alla campagna di sensibilizzazione per la tutela dell fuori dai loro monasteri si trovano i murales della campagna nazionale Go green! che incita a vivere in un mondo più pulito. In uno scatto alcuni allievi camminano in fila indiana indossando le loro tuniche arancioni: per loro studiare coi monaci è un specialmente quando provengono da famiglie povere, visto che hanno la possibilità di avere vitto e alloggio e di essere educati fin da piccoli. Quando raggiungono l della maturità gli viene data la possibilità di decidere se proseguire con quella vita. L in Nepal è molto importante, può aprire le porte per un futuro migliore; i bambini sono svegli, riescono ad arrangiarsi con poco, a creare giochi dal niente, ma spesso mancano gli stimoli pratici per sviluppare il loro potenziale, che viene invece limitato a uno studio mnemonico delle materie.

C poi la parte meno splendente del paese: i quartieri industriali alla periferia della capitale dove, quasi fuori dal mondo, sorge il giardino botanico di Water Garden, oasi curatissima ricca di fiori profumati, alle cui spalle si trovano però montagne di pattume e si prosegue con gli slum fuori dal quartiere industriale: baracche, rifiuti e cani selvatici.

Il trittico di foto su pioggia, cibo e famiglia riassume come va avanti la società in questi villaggi rurali: arriva il monsone, il terreno viene allagato in modo naturale, gli uomini arano e dissodano la terra e le donne, che sono addette alla coltivazione, con movenze velocissime, fanno un lavoro massacrante, bruciandosi la schiena mentre sono immerse nel fango: dopo aver falciato i germogli delle piantine di riso, li raccolgono in fascine che piantano a distanza di una spanna l dall In Nepal cantano una canzone per ringraziare la pioggia, perché senza di essa non si potrebbe coltivare il riso, a cui si dedicano da giugno fino a ottobre quando viene raccolto, e che garantisce la sussistenza per tutto l e fa sì che il cibo non debba essere importato dall Il cibo è sacro in quanto simbolo stesso del raccoglimento della famiglia e, per estensione, della comunità.

I progetti che sono stati portati avanti dai volontari si sono sviluppati in due filoni, il primo, basato sull ambientale nelle scuole, mirava a creare sette comitati ambientali nelle sette scuole del villaggio e degli ecoclubs, che erano poi seguiti da alcuni insegnanti durante alcuni workshop incentrati sulle r ridurre, riusare e riciclare. L progetto è stato dedicato alla comunità: si è trattato di un lavoro più complesso, perché uomini e donne erano spesso impegnati nelle loro attività quotidiane e lavorative, quindi organizzare degli incontri con loro era una vera e propria sfida, anche dal punto di vista logistico. Alla fine però i volontari sono riusciti a convincerli coinvolgendoli in due clean up campaigns.

Milena quando è arrivata in Nepal è stata accolta da colline brulle, ma è andata via salutata dalle colline dorate, ricoperte di germogli di riso pronti per dare un internazionale Questo progetto prosegue, con l degli abitanti del posto, come lo zio adottivo della volontaria, che è stato il primo a Kavresthali a mettere davanti al suo negozio due cesti di bambù per la raccolta differenziata di vetro e altri rifiuti, e con l dei volontari che cercano di portare avanti un impegno per il diritto a una vita sostenibile in un mondo pulito.

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Dal 19 al 23 Settembre 2016 sono stato in Malesia, a Kuala Lumpur e nelle regioni limitrofe, in un viaggio alla scoperta di come viene prodotto l di palma, tanto discusso in questi giorni in Italia. Quali gli standard produttivi? Chi ci lavora? Esiste una filiera sostenibile? Chi la garantisce? Come si arriva dalla coltivazione della palma all utilizzato dall alimentare (e non solo) in tutto il mondo? A queste e altre domande voglio rispondere in questo post, raccontando la mia esperienza, con le informazioni che ho raccolto in queste settimane. Preparati perché sarà un viaggio ricco di immagini e di umanità.

Il post è lungo e articolato. Ho cercato di riassumere i concetti più importanti di ogni fase di produzione, senza scendere intecnicismi, mostrando tante immagini e qualche video, strutturando l nei seguenti punti:

Stoccaggio e carico dell verso L filiera sostenibile: in cosa consisteL di palma, a differenza della maggior parte degli oli vegetali, viene prodotto dalla spremitura di un frutto, come per l di oliva. Gli altri oli commerciali vegetali vengono da un seme. Questa sostanziale differenza spiega perché l di palma è ricco di antiossidanti (come la frutta), di carotene e vitamina A (da qui il colore tendente al rosso). Tra le diverse specie di palma, ce n una coltivata a tale scopo. La palma ha un resa, purché coltivata all dove la temperatura resta più o meno costante durante tutto l con un elevata quantità di piogge. Questo è il motivo, almeno parzialmente, della diversa resa per ettaro.

La Malesia, grande produttore di gomma, con l della gomma artificiale e il crollo dei prezzi, decide dal 1975 di incentivare la sostituzione di queste colture con la palma, per produrre l di palma, con un programma che ha coinvolto la Banca Mondiale. Uno degli scopi era garantire la sussistenza delle popolazioni rurale, con una coltura che avesse permesso loro di vivere dignitosamente senza dover vivere in città. Oggi sono 5,4 milioni gli ettari coltivati, convertiti in larga parte dalla produzione di gomma e cocco. La storia della palma in Malesia va ancora più lontano nel tempo, ad opera di un francese che ne avvia la coltivazione nel paese nel 1870. Andando molto più indietro nel tempo, si registra l di olio di palma 5000 anni fa, nell Egitto, dove veniva usato per evitare che i contenitori in stagno si arrugginissero. Torniamo ora alla piantagione.

La piantagione di palma

Ho visitato una piantagione a qualche centinaio di chilometri a sud est di Kuala Lumpur, in un impianto ch comprende anche un molino. Fa impressione vedere palme a perdita d un po come le piante di caffé in Brasile nelle regioni dove questa è la principale coltivazione. La piantagione visitata comprende palme per una superficie di 2214 ettari. In ogni ettaro si piantano circa 140 piante, a una distanza di almeno 10 metri l dall Ogni pianta viene sostituita dopo 25 anni, a rotazione, perché non ha più la resa ottimale. Ogni anno si piantano quindi nuovi esemplari, tra il 5 e il 10% del totale.

Quelli che vedi sotto sono il ramo su cui sono attaccati tutti i frutti. I frutti crescono a circa un metro e mezzo da terra, quando la pianta ha 9 12 mesi e salgono fino all ottimale. Ogni gruppo di frutti può pesare da 15 a 18 kg, fino a 30 kg per la pianta più matura e col massimo livello di produzione. La raccolta è ad alta intensità di lavoro manuale, ragion per cui il settore impiega circa 3 milioni di persone solo in Malesia. La Malesia ha circa 30 milioni di abitanti e si può capire facilmente qual è l sociale di questa pianta nell del paese. Paese che, tra parentesi, deve la maggior parte dei suoi ricavi dalla vendita di petrolio e gas naturale con Petronas, la compagnia nazionale posseduta al 100% dallo stato malese.

Per staccare il gruppo di frutti si procede quindi con uno strumento che espone il frutto, una volta eliminate le foglie, e lo butta a terra. A differenza di altre colture su larga scala, qui non si possono impiegare le macchine e non ci sono innovazioni in tal senso, anche perché il costo della manodopera è relativamente a buon mercato.

Durante la visita ho assistito a una dimostrazione della raccolta con la possibilità di scattare foto e video. Flickr non consente di riprodurre video in siti terzi, ragion per cui ti invito a cliccare sui seguenti link per vedere i brevi video:

Da notare inoltre come tutta la materia organica venga lasciata sul terreno e non venga trasportata o smaltita altrove: le foglie di palma tagliate rimangono sul terreno e tornano terra. Seconda cosa da notare è la lotta biologica ai parassiti. Non si fa uso di sostanze chimiche, ma si coltiva una pianta che distrae il principale parassita e lo espone a un suo predatore naturale. Lo stesso vale per i topi e con il barbagianni, ospitato con nidi aritificiali, costruiti e distribuiti su tutta la superficie della piantagione.

Il frutto, una volta raccolto, viene caricato e trasportato nella parte dell dedicata alla spremitura. La spremitura è un momento chiave nell dell di palma perché la % che indica la resa è il vero fattore di sviluppo odierno, visto che la Malesia ha deciso di tutelare il 56% di superficie del paese coperta di foresta e impedire che venga utilizzata per nuove coltivazioni di palma.

Nel processo di spremitura, dopo vari passaggi, si ottiene l di palma crudo, che viene poi inviato in altri impianti per la raffinazione. Tutta la materia organica rimanente viene utilizzata in un modo o in un altro, con un 100% di utilizzo finale. Il nocciolo viene aperto: il guscio viene separato e bruciato come combustibile per la stessa fabbrica, permettendo di utilizzare la parte interna per produrre un altro olio. La parte legnosa viene ulteriormente seccata, creando un tappeto organico naturale che viene usato per stabilizzare i terreni. Tutto il resto diventa biocarburante, con l di rendere l autonomo sul piano del consumo di energia.

Impressionante quindi come il processo produttivo tenda a non creare rifiuti, con un circolo chiuso in cui tutto quello che si raccoglie viene utilizzato in un modo o in un altro, senza scarti di lavorazione. Sull su Flickr ci sono molte più foto, anche sui semilavorati.

Il tour all è cominciato con una accoglienza veramente calorosa. Posso immaginare che la mia venuta, insieme a due rappresentanti di Ferrero, abbia spinto la direzione a curare ogni dettaglio della visita, compresa una stretta di mano con tutti i lavoratori che ci hanno accompagnato nella visita, una colazione tutti insieme, prima di una presentazione sulle norme di sicurezza dell un piccolo spettacolo dei figli dei lavoratori, seguito dalla visita vera e propria a piantagione e impianto.

Posso testimoniare, come mi era già capitato in altre regioni dell che l da queste parti è sacra. L con i lavoratori mi ha fatto rendere conto di una caratteristica della Malesia, non scontata: i malesi sono affiancati da una percentuale molto alta sia di cinesi, sia di indiani. Nel mondo del business i cinesi si danno molto da fare e ne ho visti parecchi tra i colletti bianchi in questa e in altre aziende. In questo impianto lavorano e vivono 275 impiegati. Ho scritto vivono perché, considerando che l è localizzato nella Malesia rurale, povera di servizi, l offre gratis ai lavoratori un alloggio per tutta la famiglia, all della superficie della piantagione.

Un po come altre grandi aziende offrono servizi ai propri lavoratori per migliorarne la qualità della vita e quindi anche la qualità del lavoro prodotto (Google ha massaggiatore, dentista e mensa con chef stellato nei suoi offici di Mountain View e non è l ovviamente), anche qua è comune che un impianto simile abbia alloggi gratuiti per i dipendenti, come un piccolo villaggio, con asilo, spazi di culto (moschea e tempio), con aiuti per la famiglia, come lo zaino con il materiale per la scuola (school bag) per i figli dei lavoratori che cominciano l scolastico e altri benefit in corrispondenza delle principali festività religiose, per ognuna delle principali religioni professate.
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Pochi giorni fa a Milano è andato in scena il secondo grande appuntamento con il mondo delle fashion startup, segno che stiamo passando (finalmente) dalla moda delle startup alle startup di moda. Il nostro Paese, lo sappiamo, eccelle per poche cose, e una di queste è sicuramente la moda. Perché non c’è ancora stato un boom di fashion startup? I motivi sembrano ricadere nel fatto che i brand di moda italiani sono piuttosto vecchiotti e lontani dal mondo tech. Eppur qualcosa si muove.

Non è per altro solo una questione italiana. Nel mondo ci sono circa duemila startup impegnate nel fashion (fonte: studio GP Bullhound giugno 2013), ma meno di 300 di queste hanno ricevuto un qualche investimento istituzionale, secondo una ricerca del Fashion Technology Accelerator, nato in California per mano dell’italiano Enrico Beltramini, un passato da executive in Gucci, e da pochi mesi presente anche a Seoul e Milano. Qui sono incubate tre startup: Warda, che sviluppa soluzioni digitali enterprise per il mondo del lusso, del fashion e dei negozi; La Passione, linea di abbigliamento per amanti del lusso e della bicicletta; Leo Nardi, che offre personalizzazione estrema dei prodotti di moda.

Il movimento delle fashion startup in Italia è venuto a galla lo scorso autunno, con la prima tappa nel nostro Paese di Decoded Fashion, competizione per startup che operano nel mondo della moda, qui da noi organizzata da e Pitti.

Le fashion startup hanno le più svariate sfaccettature. La loro “sfortuna”, da un certo punto di vista, è che alla fine buona parte di loro si occupano di e commerce. così per esempio per Velasca, che vende scarpe artigianali griffate, e Maison Academia, finanziata da LVenture Group e che organizza contest fra stilisti emergenti per poi realizzare gli abiti più votati e metterli in vendita, o Aliveshoes, che permette a chiunque di disegnare e mettere in produzione le proprie scarpe. Queste però sono tutte aziende figlie di Internet, di una nuova generazione di attori del mondo fashion.

Non sono le uniche. Allo scorso InnovAction Lab ho visto nascere Makoo, startup che realizza gioielli a partire da messaggi vocali e attraverso la stampa 3D, poi incubata a H Farm e negli scorsi giorni sul palco dello StartUp Initiative Fashion Design di Intesa San Paolo. All’evento erano presenti realtà molto diverse le une dalle altre: Ginkgo, che produce un innovativo ombrello compatto e riciclabile al 100%; iXOOST, che realizza dock station audio per dispositivi Apple in cui la camera acustica attiva è uno scarico di un’ auto di F1; Jaqard, applicazione “Q in crowdsourcing per consigli sulla moda; Re Bello, che da Bolzano punta su innovativi tessuti eco sostenibili come le fibre di eucalipto, bamboo e il cotone organico; Smartlux, che produce un sistema di controllo per illuminazione semplice e innovativo; Wowcracy, incubata a Nanabianca, piattaforma di crowdfunding riservata esclusivamente al settore moda; XYZE, accelerata da H Farm e meritevole di una menzione al Decoded Fashion, che sviluppa una tecnologia in grado di mettere in relazione le misure del corpo con i vestiti per identificare la taglia perfetta.

Ci sono poi le app, che però fanno fatica, come mi ha spiegato Marco Ottolini, imprenditore seriale e co founder di Styloola, lanciata nel 2011 e ora attiva con una quarantina di brand: “Noi volevamo usare un’app per creare profili degli utenti, ma ora abbiamo un sistema che si posiziona nei negozi e consente di profilare i clienti. Quando siamo partiti la gente aveva un centinaio di app sullo smartphone e le provava tutte, oggi invece per il 90 per cento del tempo usa sempre le stesse”. A Marco ho chiesto perché in un paese come l’Italia, che nel settore della moda è fra i più forti al mondo, startup e fashion facciano fatica a relazionarsi. “Il mondo delle startup e della moda in Italia sono davvero molto lontani perché la startup normale, per così dire, è tecnologica e il maschio nerd è quanto di più lontano possa esserci dalla moda mi ha spiegato All’estero invece c’è più contaminazione e ci sono più donne geek. Aggiungi che anche gli ecosistemi sono migliori e tutto torna. In Italia manca l’attenzione della vecchia imprenditoria della moda alle iniziative imprenditoriali che pur ci sono. Armani, Dolce e Gabbana e tutti gli altri dovrebbero cavalcare questo fenomeno, ma non lo fanno”.

Di startup che si occupano di moda ce ne sono ancora tante altre, come Sbaam, web community per amanti e professionisti della moda, nata a InnovAction Lab nel 2011 e che oggi conta 1300 editor e fashion designer iscritti, Jewelgram, che trasforma le foto di Instagram in gioielli o Checkbonus, che consente di raccogliere punti ogni volta che si compie un acquisto in negozio per poi ricevere sconti.

Intanto si iniziano a muovere i big. Secondo quanto riportato da Patently Apple Cupertino ha depositato diversi brevetti legati al mondo delle tecnologie indossabili come l’atteso iWatch. E inoltre ha assunto di recente Paul Deneve, ex amministratore delegato di Yves Saint Laurent, Angela Ahrendts, CEO di Burberry, e Ben Shaffer, direttore del settore design di Nike. “Presto ci sarà un classico momento di hype, ma non sono gli orologi il vero obiettivo così mi ha detto Alberto D’Ottavi, co founder di Blomming e advisor del Fashion Technology Accelerator, che ha visto raddoppiare in pochi mesi le application di startup che si occupano di wearable technologies “Fra tre o cinque anni arriveranno tutta una serie di accessori di nuova generazione che interagiranno con i nostri smartphone, divenuti potenti come un computer. I tessuti smart arriveranno ancora dopo”.

il momento dunque di investire nella moda? Beltramini sostiene di sì, come ha spiegato in un’intervista a uno dei blog del Wall Street Journal: “I fashion brand sono in grado di raggiungere grandi margini operativi e massa critica abbastanza in fretta. I grandi marchi sono interessati: sanno che devono modernizzarsi, ma al contempo sono ancora troppo legati a modelli di business tradizionali”.
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Moda e accessori online, idealo: un settore dove le donne decidono anche per “lui”

Per gli amanti del fashion, l’inizio dell’anno è un periodo “caldo”. Complici i saldi invernali e le grandi manifestazioni internazionali, come Milano Moda Uomo e Milano Moda Donna, gennaio è il momento perfetto sia per acquistare qualcosa di particolare, sia per aggiornarsi sulle tendenze che verranno. Il web, da qualche tempo a questa parte, è diventato il canale principale per informarsi e anche per acquistare. Secondo ricerche recenti, il settore “abbigliamento e affini” è uno dei primi, secondo solo all’elettronica di consumo, per un valore di circa 2,5 miliardi e un incremento, nel solo 2017, del 28%.

L’identikit di chi si informa online su moda e accessori riporta l’immagine di una donna tra i 35 e i 44 anni che usa lo smartphone nell’80% dei casi. Una passione tra mondo maschile e femminile, dove le scarpe sono l’oggetto più desiderato e le donne decidono e si informano di più, anche quando si tratta di scegliere per “lui”.

Secondo idealo il portale internazionale per la comparazione prezzi online l’attenzione dei consumatori digitali alla ricerca di informazioni, prezzi e opinioni sul tema registra oggi una crescita del 48,7% rispetto agli anni precedenti, un dato in linea con l’incremento degli acquisti.

Grazie ai dati analizzati da idealo, si scopre anche dove si concentra la passione per la moda nel nostro Paese. I “fashion addicted” più attivi online sono in Lazio (al 22,8%), in Lombardia (per il 17%) e in Toscana (all’8,8%). In fondo alla classifica si posizionano invece Trentino Alto Adige (al 1,2%), Friuli Venezia Giulia (con lo 0,7%) e Umbria (solo allo 0,2%).

Ma su quali articoli si concentrano principalmente le ricerche di coloro che usano il web come canale principale per coniugare il desiderio di fare shopping con le esigenze di risparmio? Da inizio 2016 ad oggi oltre la metà delle intenzioni di acquisto è stata focalizzata sul mondo “unisex” (per il 61,6%) che comprende tanti prodotti tra loro diversi (per lo più accessori, come cappelli, sciarpe, portafogli, cinture, guanti, ma soprattutto un “oggetto del desiderio” diventato ormai a tutti gli effetti un “must have” da usare in moltissime occasioni: le sneakers).

Tutto ciò che riguarda la moda strettamente femminile raggiunge il 23,2% del totale delle ricerche (tra capi d’abbigliamento formali, casual, ma anche borse, scarpe e intimo), sul fronte abbigliamento e accessori maschili, invece, siamo fermi al 15,2%.

Indagando ulteriormente sulle tipologie di prodotto più amate, cercate e desiderate per le donne online, troviamo la conferma di alcuni cliché: se le borse impattano per l’8,8%, l’intimo per il 6,4%, come tutto ciò che rimanda all’abbigliamento casual e al tempo libero (anche questo al 6,4%), la categoria “moda” in genere (dagli abiti da sera e vestiti alle camicette, dalle giacche alle gonne, dai pantaloni ai tailleur e blazer) raggiunge il 13,5% ma il boom è rappresentato in maniera netta dalle scarpe (64,7%), una vera e propria ossessione in comune, o quasi, con i maschi, fermi però al 47,8%, e tre volte più affascinati rispetto alle donne dal mondo casual (al 16,8%).

Un aspetto curioso che riguarda il tema delle ricerche online nel settore “Moda” è relativo al fatto che sono sempre le donne a scegliere e decidere sia che si tratti dell’acquisto di prodotti femminili, sia che si tratti di abiti o accessori per “lui”.

“Sembra quasi ovvio il fatto che “Moda Accessori” sia un settore di interesse per l’universo femminile”, commenta Fabio Plebani, Country Manager di idealo per l’Itali, “ma bisogna tenere presente che nell’e commerce, e online in generale, gli utenti in maggioranza sono di solito gli uomini. L’abitudine delle donne a fare riferimento al web per questo tipo di prodotti potrà in futuro favorire il loro approccio allo shopping online e alla comparazione prezzi anche per altri settori.”

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Ma alle autrici non bastato: pi voci femminili. Nel secondo ci sono anche Bebe Vio, Agata Christie e Virginia Hall. Francesca Cavallo ci racconta cosa le ha spinte a replicare cos in fretta: pi voci femminili. Avete mai pensato di puntare tutto sul divertimento? Da oggi si può, con la kangoo jumps, una nuova ginnastica apprezzata anche dalle star. Le kangoo jumps, (letteralmente salto del canguro), sono infatti delle speciali calzature simili agli stivaletti dei rollerblade che al posto delle ruote hanno una molla sulla suola. Presentate per la prima volta a una fiera nel 1994, le kangoo jumps sono state brevettate dallo svizzero Denis Naville e da allora non hanno conosciuto crisi, soprattutto all’estero, dove queste calzature speciali sono diventate non solo un utile strumento per praticare attività fisica, ma anche fonte di divertimento. Interessa soprattutto la parte bassa del corpo. Gambe, glutei e addominali possono essere allenati con diverse tipologie di esercizi. Dai semplici saltelli alla corsa sul posto fino a salti più impegnativi, come lo skip, che si pratica portando le ginocchia al petto, e il jumping jack, che si esegue saltando con le gambe divaricate. Gli esercizi che si praticano con le kangoo jumps sono molto completi perché coinvolgono tutto l’organismo. Aumenta, innanzitutto, la frequenza cardiaca,
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e questo porta a sviluppare una maggiore resistenza, sia fisica che aerobica, spiega l’esperta. Questa disciplina è utile anche per la postura. Per rimanere in equilibrio, infatti, si attivano i muscoli posturali, quelli che favoriscono il mantenimento della posizione eretta di busto e schiena. Atterrare su una superficie morbida piuttosto che sul terreno protegge ginocchia, piedi, caviglie e schiena. L’impatto sul terreno si attenua notevolmente, fino all’80% rispetto alle tradizionali scarpe da ginnastica, svela la trainer. Ottime notizie anche per la linea. Un vero toccasana, dunque, senza dimenticare l’effetto anti stress. Il buonumore è, infatti, assicurato, grazie al rilascio da parte del cervello di una maggiore quantità di endorfine, gli ormoni della felicità. Provare per credere. Ma alle autrici non bastato: pi voci femminili. Nel secondo ci sono anche Bebe Vio, Agata Christie e Virginia Hall. Francesca Cavallo ci racconta cosa le ha spinte a replicare cos in fretta: pi voci femminili.
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ugg napoli un progetto italiano a difesa delle testuggini giganti

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Sono 16 i progetti di conservazione delle specie a rischio estinzione che il Parco Natura Viva di Bussolengo, con il suo centro di tutela delle specie minacciate, sostiene nell originario delle specie, dal Sudamerica all passando per il Madagascar. E quest i ricercatori sbarcano alle Seychelles per un progetto dedicato alle testuggini giganti e alla colonia di pipistrelli che vivono solo sulle isole dell Oggi l di Curieuse, la quinta più grande delle Seychelles, ospita il centro di allevamento per le testuggini giganti endemiche dell e la settimana scorsa ha ricevuto 70 nano microchip per il tracciamento degli esemplari via gps. La prima delle misure previste dall intercontinentale pone un freno ai furti dei piccoli di testuggine gigante destinati al commercio illegale di animali esotici. un viaggio di ricerca spiega Caterina Spiezio, responsabile ricerca e conservazione del Parco Natura Viva di Bussolengo abbiamo riscontrato che in una sola notte della scorsa estate, sparirono dall di Curieuse 25 piccoli di testuggine gigante delle Seychelles,
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trafugati direttamente dalla nursery del centro. In una manciata di ore furono vanificati 4 anni di lavoro e perso il 20% degli esemplari allevati sull su un totale di 128 individui Letteralmente estirpata dalle isole alla fine del 1700 quando i marinai europei scoprirono l oggi questa specie incontra la nuova minaccia del commercio illegale. Oltre alla salvaguardia delle testuggini giganti, nelle azioni di tutela della biodiversità previste dall intercontinentale c anche l popolazione di meno di 50 individui di pipistrelli delle Seychelles, dei microcrirotteri sopravvissuti alla distruzione delle foreste sostituite dalle coltivazioni di cocco. Il Parco Natura Viva di Bussolengo sostiene la ricerca e la conoscenza di questa specie; collaborando con una guida locale, effettuerà la conta degli individui sul posto. Il 1 aprile, poi, la rotta si sposterà in Asia per sostenere la seconda spedizione italiana in Mongolia, con l di contare i leopardi delle nevi che sopravvivono sulle vette delle cime asiatiche. In autunno si torna in Europa: gli ibis eremita nati lo scorso anno al Parco Natura Viva lasceranno le loro le voliere per essere reintrodotti sulla costa atlantica della Spagna in Andalusia,
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dove vive l colonia stanziale del nostro continente. E quest i ricercatori sbarcano alle Seychelles per un progetto dedicato alle testuggini giganti e alla.

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Le scarpe da ginnastica usurate diventeranno un granulato di morbida gomma e cos tappetini utili per le aree giochi dei bambini nelle zone terremotate del centro Italia

Solidariet ed educazione ambientale per contribuire ad allestire le aree giochi nei comuni del Centro Italia colpiti dal sisma e capire cosa significa l circolare, cio il riutilizzo di materiale di scarto che avr una nuova vita. E l del progetto educativo tue scarpe al Centro attivato da Area Educazione alla sostenibilit di Arpae e dai Centri di educazione alla sostenibilit dell’Emilia Romagna (capofila Ceas La Raganella Unione Comuni area Nord Modena), unitamente ai gestori dei rifiuti dei rispettivi territori.

Le scarpe da ginnastica usurate potranno diventare un granulato di morbida gomma e quindi dei tappetini utili ad allestire le aree giochi dei bambini nei parchi pubblici, nelle zone interessate dal terremoto che ha colpito un anno fa l centrale.

Il progetto prende il via in questi giorni e non casualmente si colloca nella settimana europea dei rifiuti, dal 18 al 26 novembre, che quest’anno ha come tema ‘La seconda vita degli oggetti’.

figlio afferma l’assessore all della regione Emilia Romagna Paola Gazzolo del Forum permanente dell’economia circolare attivato con la Legge Regionale 16/2005 e del Programma educazione alla sostenibilit 2017/19, poich l’economia circolare ha bisogno di un sistema integrato di azioni normative e di politiche industriali, di pianificazione e programmazione, di comunicazione e partecipazione attiva di tutti gli stakeholder”.

Il Centro di Educazione Ambientale Ravenna Agenda 21 (CEAS RA21) del Comune coordiner il progetto in citt e sar affiancato dai club Lions: Ravenna Host, Bisanzio, Dante Alighieri, Romagna Padusa e dai LEO, nell’ambito del Service Ambientale sia una bella opportunit per far capire, in particolare a bambini e ragazzi spiega l all Gianandrea Baroncini , che un oggetto, in questo caso le scarpe da ginnastica ormai usurate, possono avere una seconda opportunit Significa far passare il messaggio che anche alcune tipologie di rifiuto diventano parte di un processo che mira a ridurre i rifiuti, con i quali realizzare nuovi oggetti, favorendo nuova imprenditoria e quindi l che diventa protagonista di un circolo virtuoso

Il progetto si articola in due fasi. Nella prima inverno 2017/18 vengono realizzati materiali informativi in formato digitale e una capillare opera di sensibilizzazione rivolta a scuole,
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societ sportive, quartieri. Saranno in tal senso utilizzate apposite metodologie e strumenti comunicativi (marketing sociale, social media), educativi (apprendimento attivo, learning by doing), e partecipativi (e democracy, social media, flash mob).

Nella seconda fase primavera 2018 ragazzi, cittadini, sportivi saranno protagonisti, partecipando a decine di eventi nelle citt nei quali porteranno le loro scarpe da ginnastica usurate. Queste ultime saranno poi concentrate grazie ai gestori e appositamente trattate per diventare un granulato di morbida gomma e quindi dei tappetini utili ad allestire le aree giochi dei bambini nei parchi pubblici.

Il progetto fa toccare con mano ai cittadini cos’ l’economia circolare e il ruolo attivo che possono svolgere i consumatori (prosumer) in collaborazione con imprese e municipalit Una azione motivante che accresce l’empowerment delle comunit locali e stimola lo sviluppo di nuovi processi produttivi circolari che danno nuova vita alla materia.

Il progetto mobilita importanti risorse umane e organizzative oltre alle strutture di Arpae e della regione: 14 Centri di educazione alla sostenibilit dell’intero territorio regionale che afferiscono a 48 Comuni e a 7 gestori dei rifiuti che servono i medesimi territori (IREN, AIMAG, GEOVEST, SABAR, HERA, CLARA, SOELIA.

E’ per questo che le risorse economiche impegnate possono essere molto modeste (35.000) e si pu fare molto con poco.

I risultati prodotti saranno rendicontati puntualmente: numero di scarpe raccolte, e quinti quanto granulato prodotto con la frammentazione e trattamento dei materiali; numero di cittadini e portatori di interesse che contribuiranno attivamente in ciascun territorio;
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visualizzazioni sui portali web e sui canali social nonch l’impatto sui media locali. Area Educazione alla sostenibilit Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna Centro Educazione ambientale La Raganalle Unione dei Comuni Area Nord Modena Centro di Educazione Ambientale Ravenna Agenda 21 (CEAS RA21) Comune di Ravenna.

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CAPANNORI. Il mondo dell’economia lucchese è in lutto per la morte di Narciso Petrini, uno dei nomi più importanti del periodo d’oro del distretto della calzatura che si è sviluppato e ha prosperato per decenni intorno a Segromigno.

Narciso Petrini si è spento all’età di 78 anni: il suo nome è stato legato a quello dell’azienda calzaturiera di famiglia. Il calzaturificio Petrini, infatti, è da considerarsi un’azienda storica del Segromignese essendo stata fondata nei primi anni del secolo scorso. Occupa circa 25 addetti e ha mercati in Italia, in tutta Europa, ma anche in altri continenti.

La ditta fu fondata dal padre di Narciso, che dal 1959 ne tenne il timone fino agli inizi degli anni Duemila, quando subentrò il figlio Roberto. Un’azienda che negli anni ha saputo anche espandersi, con acquisizioni importanti in Francia. E lo stesso Petrini diversificò i suoi interessi,

I funerali dell’imprenditore sono stati fissati per questa mattina alle 11.30 nell pieve di Segromigno in Monte.
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