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Puntuale è arrivata, in questi giorni, la notizia dell’ennesima rissa in campo e a bordo campo, con protagonisti sia i giocatori sia i dirigenti ma con l’aggravante di una pessima esibizione offerta dai genitori che incitavano i propri figli in campo a picchiarsi. Come consuetudine, per alcuni giorni stampa, radio, tv e social ospiteranno interventi contro la violenza nello sport e soprattutto contro l’atteggiamento di certi genitori, ma finirà qui, in attesa della puntata successiva. Resta aperta e senza risposta la domanda fondamentale: a chi ci possiamo rivolgere se anche i genitori vanno fuori di testa? Preciso che sono da sempre nello sport, quello praticato sui campi, nelle piazze, nelle palestre, nelle piscine e via dicendo.

Non mi sorprende la violenza nello sport. Mi amareggia, mi indigna. E credo sia arrivato il tempo di dare una risposta alla domanda iniziale.

La risposta va trovata, a mio modo di vedere, nella formazione. Lo sport corre sul filo della violenza quando l’impegno vero, forte, concreto, in una parola l’agonismo, talvolta degenera. Continuiamo però a chiamarlo anche gioco. Ed il gioco è uno degli spazi più importanti per lo sviluppo della creatività e della libera personalità di un bambino, di un ragazzo, anche di un adulto. Si può allora immaginare di attivare un’alleanza educativa tra le forze positive della comunità e iniziare un dialogo più stretto con le società sportive affinché si inizi a pensare anche a forme di partecipazione diversa, più serena e giocosa, daparte dei genitori? Certamente sì.

Non solo è possibile, ma senz’altro anche utile perché ancora una volta attraverso lo sport scopriremmo di poter attivare forme di crescita culturale, sociale ed etica della comunità. Dobbiamo però iniziare a rendere visibili alcuni modelli che funzionano. Sappiamo che fa notizia un albero che cade e non la foresta che cresce. Il mondo della comunicazione, così schiacciato sul negativo e sugli scandali (spesso creati ad arte proprio per fare notizia) dovrebbe trovare il modo di raccontare il lato positivo che pure, nello sport, è la parte largamente maggioritaria. Così scopriremo che ci sono modelli educativi, rappresentati da allenatori come Roberto, tecnico di una società d’oratorio alle porte di Bergamo, in zona aeroporto, che consemplicità un giorno, accortosi che un suo giocatore stava lasciando il calcio perché la famiglia non aveva i soldi per comprargli le scarpe per giocare, ha pensato bene di regalargliele. Questo il bel gesto. Il modello educativo ha dimostrato la sua validità subito dopo, quando i compagni di squadra del giovane hanno chiesto al mister di poter partecipare, donando un euro ciascuno, al gesto di solidarietà.

Aggiungo per sottolineare la duplice vittoria in questa storia, che questa squadra allievi ha conquistato lo scorso anno un solo punto in classifica in un’intera stagione, eppure non ha perso un solo giocatore, acquistandone anzi un paio in più. Diamo allora spazio anche a questi modelli positivi. Fa rumore anche un albero che cresce.
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