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La tradizione popolare (e la quotidianità del ‘popolino’) l’hanno identificata in molti modi: dalla ‘moglie’ di Babbo Natale a quella vecchia e povera dell’anno appena trascorso. La Befana resta comunque una figura fortemente radicata nell’immaginario, anche perché il nome stesso è proprio una storpiatura del termine Epifania (Epifania > Pìfania > Beffanìa > Befanìa > Befana)

La festa dell’Epifania (termine greco per indicare una manifestazione, un’apparizione ma anche una venuta o la presenza divina) coincideva con l’arrivo dei Re Magi a Betlemme e la consegna dei doni per la nascita del “Bambinello” (così è chiamato quello della Chiesa dell’Ara Coeli), per questo inizialmente, soprattutto a Roma, ci si scambiavano i regali il 6 gennaio e non il 25 dicembre.

La vecchina romana ne era la trasposizione popolare e ‘pagana’ (con tanto di ‘morale’ derivata da quella cattolica): durante l’anno costruiva i giocattoli per i bambini meritevoli, mentre preparava cenere e carbone per quelli che si erano comportati male. L’iconografia invece è cambiata col tempo: se agli inizi era una vecchina brutta e sciatta, con un gran naso e un gran mento (tanto da essere invocata dalle mamme capitoline come spauracchio e impersonata dagli uomini venditori di dolciumi, i cosiddetti ‘Befanari’), è poi diventata una anziana e simpatica signora con scialle, grembiule e toppe colorate.

Un’altra tradizione mutata col tempo è quella legata al luogo dove tradizionalmente si celebra la festa. Da oltre un secolo è piazza Navona, ma nell’ottocento la scopa volante (ma inforcata al contrario altro elemento pagano consolidato negli anni e preso in prestito dalla letteratura sulle streghe) ‘atterrava’ in piazza Sant’Eustachio. Il suo ‘domicilio’ di fantasia invece, è da sempre in via della Padella al numero 2, dove vive insieme ai suoi aiutanti, i “Befanini”.

Pur essendo una festa che ‘tradisce’ alcuni valori storici, il Fascismo se ne appropriò (cosa che fece con tanti simboli della romanità). Da qui la rivisitazione di una delle più popolari filastrocche dedicate alla vecchina dei doni. L’originale infatti recitava:

Il Regime trasformò quelle “toppe alla sottana” in un “vestito alla romana”, che poi ridiventò per alcuni un “cappello alla romana”, per riportare la poesia in ambito popolano. E, proprio legata al lato più popolare di Roma, è rimasta l’immagine della vecchina nonostante la triste deriva commerciale. Tanto che vogliamo chiudere questa breve storia con un sonetto del Belli, datato 1845 (la ‘Pasqua’ di cui parla, è ovviamente un termine romanesco generico per indicare una festività), intitolata “La matina de pasqua bbefania”.
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