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Un piedistallo per l’ego, un atout della seduzione, l’apoteosi dell’artigianalità e dell’eleganza: a ben guardare una calzatura femminile provvista di tacco è tutto questo e molto altro ancora. Alla faccia dei riduzionismi consumistici e delle censure pauperiste, ecco un agile e disinvolto prontuario per orientarsi nell’alfabeto iniziatico degli amanti delle (belle) scarpe. In A lezione di tacchi (Sonzogno 2012, pp. 105, 15 euro) Roberta Rossi (nella foto) padovana residente a Venezia, nonché moglie dell’imprenditore calzaturiero Luigino Rossi esplora a tutto campo, tra curiosità storico aneddotiche e suggerimenti pratici, le mille fascinose declinazioni del feticcio per antonomasia. Tanto per cominciare, è proprio in nome dell’imperativo categorico del tacco che artigiani e designer hanno elaborato attraverso i secoli le più ingegnose trovate: dal cosiddetto stiletto, fino al plateau o platform ideato da Biba a Londra nei primi anni ’70, al fine di ridurre, mediante un consistente rialzo della pianta, l’inarcamento del piede indotto dall’altezza del tacco. Analogamente, per consentire alle più raffinate dame parigine in gita in qualche castello fuori porta di concedersi una bucolica merenda in giardino senza che i tacchi sprofondassero tra erba e terriccio, intervenne niente meno che il celebre couturier Yves Saint Laurent, inventore del più noto ed efficace succedaneo del tacco vero e proprio, ovvero la provvidenziale zeppa. E chi sapeva, poi, che gli indispensabili stivali di gomma da pioggia o da acqua alta,
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oggi reinterpretati in tutti i colori e le fogge modaiole possibili, derivano niente meno che da un’idea del duca di Wellington desideroso di proteggersi meglio durante le battaglie? Ascendenze altrettanto bizzarre anche per i celebri doposci Moon Boot, così denominati per evocare le calzature dei primi astronauti approdati sulla luna, o gli ormai onnipresenti Ugg, stivali di pelle di pecora creati dagli indigeni australiani. Insomma, un mondo quanto mai fantasioso e variegato, quello della biodiversità calzaturiera, con i suoi sensualissimi cuissards, le sue “Limo shoes” (stiletti così estremi da poter essere tollerati giusto nel tragitto dalla limousine all’ingresso del party), le classiche ed intramontabili décolletées (in tutte le infinite varianti di modello peep toe, sling back etc.) o le suole rosse delle leggendarie Louboutin, paragonabili, per pregio ed esclusività, alle lussuose voluttà dello champagne o del cachemire. Ma al di là delle mode e dei più o meno contingenti fenomeni di costume, la valenza sociologica della scarpa quale veicolo di status symbol si ripropone come una vera e propria costante storica, dall’epoca delle quattrocentesche cioppine veneziane (zeppe talmente vertiginose che il Maggior Consiglio della Serenissima si vide costretto addirittura a legiferare per stabilirne l’altezza massima) a quella del tacco rosso emblema del potere del Re Sole Luigi XIV. E se è vero che il tacco, esattamente come la minigonna o la pillola anticoncezionale , può essere interpretato come eloquente metafora dell’autonomia femminile, particolarmente arguta e perspicace è la notazione dell’autrice sulla contraddittoria reazione maschile ad esso: Gli uomini impazziscono nel vedere una donna ondeggiare su tacchi a spillo vertiginosi, anche se spesso sposano la donna

con ballerina tacco 3 centimetri e il fiocchettino di gros grain. Sono convinti che ‘dia più sicurezza’. Chissà se poi non dovranno affrontare una brusca virata verso l’alto (dei tacchi) o rassegnarsi alla noia accompagnati per sempre da scarpe prudenti.
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