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Aprile 2009: il caso di malasanit che aveva portato alla morte di Stefano Maraolo, 40 anni, fin sul tavolo del pm Francesco Curcio. Gi allora gli investigatori napoletani volevano vederci chiaro su quello che accadeva nella clinica Villa del Sole.

LA VICENDA Dopo essere riuscito a sconfiggere un linfoma curato negli Stati Uniti nel 2004, Stefano era tornato a Napoli con la voglia di riprendere una vita normale risolvendo un altro problema, lobesit. Per questo aveva deciso di sottoporsi a un intervento di by pass gastrico per perdere una buona parte di quei 140 chili che gravavano su un fisico di soli 160 cm. Il 20 gennaio del 2009 si rec a Villa del Sole. Ma le cose non andarono bene, probabilmente a causa di una intubazione difficile cui fece seguito una tracheotomia. E perch si legge nella ordinanza firmata dal gip Ludovica Mancini nellambito dellinchiesta sulla sanit a Napoli il chirurgo e lanestesista pur essendo consapevoli del rischio che comportava lintervento, aggravavano tale rischio decidendo di effettuare lintervento nella casa di cura privata Villa del Sole dove lequipe medica non poteva godere del supporto delle strutture dei mezzi e dellapporto di altri specialisti sicuramente necessari in caso di probabili complicanze che invece sarebbero state disponibili presso una qualificata struttura pubblica.

LACCUSA: STEFANO MORI SOTTO I FERRI Secondo la ricostruzione della procura che si avvalsa di una serie di intercettazioni ambientali, i medici che lo stavano operando lo trasferirono in ambulanza al Policlinico fingendo che avesse una crisi respiratoria. Alla fidanzata che accorre al capezzale il corpo non viene mostrato, al padre che si mette allinseguimento dellambulanza viene detto che vivo ma in preda a crisi respiratoria sebbene mostri un aspetto cadaverico. Fu una messa in scena dice oggi a nome della famiglia Maraolo il legale che li assiste, Pasquale Coppola e oggi abbiamo la prova di quello che abbiamo sempre sostenuto nelle nostre denunce. Per questa vicenda sono indagati, con laccusa di omicidio colposo, il chirurgo e lanestesista, accusati anche della falsificazione della cartella clinica, per questultimo reato assieme con i gestori di Villa del Sole e la responsabile del reparto di terapia intensiva del Policlinico dove il povero Stefano fu trasferito prima di decretarne la morte. Una vera e propria messa in scena attuata probabilmente per mantenere il buon nome della clinica. Oggi conclude lavvocato i familiari di Stefano apprendono che tutto quanto avevano intuito era drammaticamente e terribilmente vero e che i sanitari di Villa del Sole, evidentemente al solo fine di salvaguardare i loro interessi, non avevano esitato a violare i pi elementari doveri imposti non solo dallappartenenza alla classe medica, ma alla semplice umanit. (Ansa)
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AdBlock è una nota estensione per browser che ha lo scopo di bloccare la visualizzazione delle pubblicità presenti sui siti web. Assieme alla Adblock Plus, è una delle estensioni più scaricate e utilizzate in assoluto, con 20 milioni di utenti (in un altro punto del sito dello sviluppatore si parla addirittura di 80 milioni e il primo posto nella classifica delle estensioni più scaricate per Chrome e Safari.

La simpatica novità è che da qualche giorno AdBlock sta cercando fondi, con i quali finanziare una campagna pubblicitaria.

Al raggiungimento di 25.000 dollari (mentre scrivo questo post il contatore segna oltre 42.000, e mancano ancora 26 giorni al termine della raccolta fondi), partirà la campagna sul web, con banner dentro siti e video. Con 50.000 è in programma l di un cartellone in Times Square. Con 150.000 una intera pagina del New York Times. E con 4,2 milioni di dollari uno spot TV durante il Super Bowl del prossimo anno.

Il tutto per una causa convincere quelle 7 persone su 10 che ancora guardano gli annunci pubblicitari presenti online che è possibile vivere in un mondo senza banner, ovviamente grazie all di AdBlock.

Cosa ne penso

Disclaimer: sono da sempre contro le forme di pubblicità invasive/interruttive, ma comunque vivo (principalmente) grazie alla vendita di spazi pubblicitari. Non tanto su questo blog, ma piuttosto su un network di siti web per i quali presto consulenza da alcuni anni.

A parte alcune rarissime eccezioni il web editoriale, in Italia e all vive oggi solo ed esclusivamente grazie alla pubblicità, ovvero ai banner sparsi all di post e articoli.

Ogni tanto si sentono rumor sul passaggio a pagamento dei principali quotidiani online (che di conseguenza, probabilmente, saranno costretti ad eliminare o quasi la pubblicità), ma tali rumor si sono risolti fino ad ora con un nulla di fatto.

E, in parallelo, emergono anche idee alternative alla pubblicità per monetizzare i contenuti (vedi Newspass, One Pass e Wallet di Google, giusto per citare quelle di un colosso molto noto online), ma anche questi progetti sono falliti o rimasti solo sulla carta.

Il punto è che nessun editore può permettersi oggi di fare un salto nel buio, di passare da un modello gratuito (finanziato da banner pubblicitari) ad un modello a pagamento (finanziato dai lettori).

Dopo aver regalato per anni l dopo aver abituato i lettori a cibarsi gratuitamente di contenuti, ecco che l si trova in una situazione drammatica: è costretto da un lato ad ottenere pageview in tutti i modi (perché quello è il metro di valutazione e remunerazione del web odierno), e dall si ritrova con un esercito di lettori che schivano (e schifano) in tutti i modi i banner: non li vedono, non li cliccano, e spesso usano anche sistemi per farli sparire del tutto dalla finestra del browser (come,
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per l AdBlock).

Ora, capisco che moltissimi contenuti pubblicati sul web siano penosi, che non valgano neppure i bit sprecati per scaricarli, che il 90% dei siti web potrebbe sparire dall al domani e nessuno se ne darebbe pena.

Ma la verità è che non ci sono (o quasi) lettori disposti a pagare per quei 4 siti decenti rimasti. La maggior parte degli utenti di AdBlock (che ho incrociato) si bulla di usare l persino in faccia all che legge quotidianamente, adducendo scuse del tipo uso perché ho la connessione lenta o tuoi banner mi bloccano il PC Possiamo però scommettere che quel genere di utente scroccone non sarebbe disposto a spendere nemmeno un centesimo per fruire dei contenuti di quel sito web. Piuttosto spenderebbe una giornata per scovare trucchetti e metodi alternativi per estrarre il contenuto dalla pagina, ma di pagare l di qualche caffé per l mensile a delle informazioni di qualità, non se ne parla nemmeno.

Piuttosto se ne andrebbe sbattendo la porta, urlando i contenuti del tuo sito mi han sempre fatto schifo (peccato che fino ad un minuto prima ne fruiva quotidianamente), e si fionderebbe su qualche altro clone per cibarsi di simili informazioni.

Ricordo che lo scorso anno esplose il Do Not Track (=si diceva che la versione 10 di Internet Explorer dovesse essere settata di default per navigare in modo anonimo), mentre a Febbraio Firefox disse di voler fare più o meno la stessa cosa sulla versione 22 del suo browser (=blocco di default dei cookie di terze parti).

Ora il team di AdBlock se ne esce con questo motto: can literally reshape the Internet. Let cut out advertising and make it a better place for everyone. OK, volete rimodellare Internet e renderla un luogo migliore, privandola di ogni forma di pubblicità. Peccato che senza pubblicità l che utilizzate, e utilizziamo, non camperebbe un solo giorno.

Carissimi sviluppatori nudi e puri, che sognate una Rete senza banner, provate a pensare che:

Facebook vive grazie alla pubblicità. Non si paga l al sito proprio grazie al fatto che è sostenuto dalla pubblicità. Non vi piace Facebook? Davvero non siete fra il miliardo e più di utenti iscritti al social network blu?

Beh, anche Google vive praticamente solo di pubblicità. Con quella ci paga quasi 50.000 dipendenti e decine di migliaia di server.

Negli ultimi mesi sto seguendo delle campagne di sponsorizzazione tramite banner per alcuni miei clienti. Fatta questa premessa, mi ritrovo di fronte a delle proposte commerciali che definisco per l diversità di impegno economico.

Esempio: trovo un sito on topic su cui mi piacerebbe piazzare un banner, contatto il webmaster per chiedergli prezzi e statistiche, ed arriviamo ad un accordo per supponiamo 50 al mese su un sito che totalizza 20K impressions al mese, per un banner 300 in spalla dx run of site. OK soddisfa le mie esigenze.

Poi, 5 minuti dopo, contatto una concessionaria pubblicitaria che gestisce un portfolio di siti, e per le stesse tipologie di target ovvero sito on topic, con 20K di impressions al mese, per un banner run of site in spalla dx,
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mi chiedono 1500 al mese (minimo 3 mesi).

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SORRENTO (Napoli) Per chi non si rassegna alle nostre temperature autunnali e va in cerca di un ultimo week end al caldo, la soluzione c’è: il nostro sud può ancora regalarvi bagni d’estate e la scoperta di borghi a picco sul mare.Meta del turismo internazionale, la Costiera amalfitana è ormai famosa a tanti. Numerosi i visitatori di questo spettacolare bastione roccioso di fronte all’Isola di Capri, ma alcuni ancora non conoscono i paesi che sulla sponda opposta completano la penisola sorrentina. Per questo vi suggeriamo di iniziare la vostra scoperta di questa terra da Castellammare di Stabia per non rinunciare ad altrettante località ricche di fascino e colore.Da Castellammare seguite il profilo della penisola, prima scendendo verso il golfo di Napoli e poi risalendo lungo la costiera. Gli 87 chilometri che vi porteranno fino a Salerno vi faranno scoprire panorami azzurro intenso e alcuni dei paesaggi più belli d’Italia, un vero e proprio spettacolo della natura.Ogni momento dell’anno può essere quello giusto per apprezzarne la bellezza e un week end a ottobre sarà l’ideale per trovare clima mite, luce ancora nitida e strutture pronte ad accoglievi. La penisola sorrentina ha sempre qualcosa di magico, come magica è la strada che intrecciandosi con le rocce e i panorami sul mare unisce una località all’altra. E’ la statale I45 che staccandosi dalla Tirrena inferiore presso Torre Annunziata conduce a Castellammare per poi continuare verso Sorrento e oltre. Altri 10 chilometri sempre sulla statale e sarete a Sorrento. Passeggiare per il centro sarà l’occasione per comprare spezie, pomodori secchi, peperoncini piccanti e fagotti di foglie di vite ripieni d’una passa, i fallovielli. La gastronomia di questa regione vale da sola il viaggio, è parte integrante della cultura. I sapori mediterranei, le materie prime del mare, i profumi della terra: ne scaturisce una cucina semplice ma intensa. Lungo la costa si mangia soprattutto pesce. Polpi, vongole e la tipica “impepata di cozze”. Anche la frittura di calamari è un classico assieme ad altri fritti serviti come antipasto: arancini di riso, panzerotti e paste cresciute.Il clima, aiutato dal mare e dalla protezione degli appennini e del Vesuvio, favorisce il trionfo di verdure fresche e frutta che, soprattutto con i profumati agrumi, la fa da protagonista. I dolci meriterebbero un articolo a parte: sfogliatelle, struffoli, zeppole, babà, ma la vera tradizione risiede nella produzione artigianale dei liquori. Il limoncello, il più celebre di tutti, è un infusione di bacche di limoni della costiera, vanto di questa terra che anche grazie alle antiche limonaie è stata dichiarata dall’unesco patrimonio dell’umanità per l’unicità del paesaggio.Raggiungete con un bus urbano Capo di Sorrento e scendete verso il mare fino a “punta”, qui oltre a visitare i resti di una delle numerose ville romane potrete fare il bagno nelle acque trasparenti della grotta della Regina. Da Sorrento in 6 chilometri si raggiunge Massa Lubrense, bellissima, e da qui con una escursione Punta Campanella,
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all’estremità della penisola. Immacolata anche la spiaggia di Marina di Leranto: incastonata tra rocce calcaree la si raggiunge percorrendo una mulattiera che scende da Nerano per circa 2 km attraverso un tratto di macchia mediterranea. Da qui potrete godere di un suggestivo scorcio sui faraglioni di Capri.Riportatevi sulla statale I45 e iniziate a risalire la costiera frastagliata da innumerevoli baie e terrazzamenti. La statale che si specchia nel mare prende in questo tratto il nome di I63 amalfitana. Puntate a una delle località più famose, Positano, un tempo borgo di pescatori oggi sofisticata cittadina alla moda. La sua architettura dal gusto moresco fatta di case bianche, portici e scalinate aggrappate alla roccia non vi deluderà. Strade strette e piene di negozi pronti a vendervi i capi della famosa la moda positano,uno stile fatto tessuti ricchi e rigorosamente lavorati su misura. Affollati, anche se non proprio a buon prezzo, quelli che in poche ore realizzeranno per voi sandali e scarpe artigianali. Alla fine del vostro shopping proseguite fino alla chiesa di Santa Maria Assunta che confina con la piazzetta principale, troverete un borgo pieno di vita e sapori, come quello dei limoni da bere in spremuta o da gustare passeggiando in dolci granite. Principesche ville del Settecento, cattedrali medievali e chiesette ispirate a un colortissimo barocco. La statale tra Positano e Amalfi è un tratto di 15 chilometri da incanto. Fate almeno due soste: una dopo Praiano al Vallone del Furore e, prima di Conca dei Marini, alla Grotta dello Smeraldo. Furore è forse uno dei luoghi più emozionanti, una località ancora lontana dal turismo di massa. Il profumo di ulivo e di vite impregnano l’aria. Le scalinate che precipitano a mare, gli ampi tornanti, il paesaggio disegnato da case arroccate e da cupole decorate con ceramiche a vivaci colori vi faranno respirare l’essenza della Costiera.Spostandosi verso Amalfi ci si catapulta in una culla di storia: la città infatti fu una delle quattro Repubbliche Marinare e testimonia un passato di intensi scambi con l’oriente a partire dal municipio che custodisce ancora antichissimi codici di leggi marittime. Il duomo, il campanile, il chiostro del paradiso e mille e più scalini si aggrovigliano nel cuore del paese. Il borgo vecchio e la via dei mercati sono davvero suggestivi. La cascata di casette bianche che scendono fra palme e agrumeti lungo la valle dei Mulini ne fanno una delle città più belle del litorale. Vicoletti, archi, cortili, piazzali, questo borgo tra il mare e l’alta scogliera vi sembrerà un presepe naturale. Salite poi a Ravello. Le sue architetture in stile arabo, giardini di piante esotiche e alberghi tra i più lussuosi al mondo ne fanno un incantesimo che dura da secoli.Minori, con concerti e spettacoli di folklore, e Maiori con lunghe sSerpeggiando lungo la statale I63, sempre molto suggestiva, arriverete a Vietri sul Mare, racchiuso nel suo piccolo guscio naturale, e dopo 4 chilometri a Salerno, capolinea di questo itinerario alla scoperta della penisola sorrentina. Una visita al museo correale di Terranova, un’ultima tazzulella ‘e cafè e riprenderete la strada del ritorno certi di tornare presto in queste terre magari per salpare da Napoli alla volta di isole meravigliose.
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La prima bufala contro Benedetto XVI è apparsa pochi mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, l è stato il quotidiano Repubblica citando il britannico La notizia è che il Papa avrebbe indossato per il suo pontificato occhiali da sole dal design moderno e giovanile, dotati di lenti ampie e fascianti, portati anche durante udienze particolarmente assolate; cappello da baseball di colore bianco con la visiera calata sulla fronte e un paio di mocassini rossi firmati Prada, casa di moda tra le più esclusive. La leggenda è stata così confezionata: il Papa veste Prada, vive nel lusso, è servito e riverito mentre nel mondo c gente che muore di fame. Nel 2008 l Romano ha provato a smentirla, ottenendo pochi risultati purtroppo. Lo stesso l Ansa nel 2010.

Di recente si è tornati sulla questione grazie ad una pagina Facebookdedicata proprio al Pontefice. Si riporta la notizia, come vi è scritto sul quotidiano del Vaticano, che èilsarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. E quando sono rovinate? Le butta via e se ne fa dare di nuove? Assolutamente no, le invia aAntonio Arelllano, un peruviano che ha il suo negozio a due passi dal Vaticano e le fa riparare. Ovviamente a pagamento.

Si affronta anche il tema dell moralismo sull d indossato dai Pontefici. Un anello dicono convinti i bigotti anticlericali che vale migliaia di miliardi che, se venduto, l intera Diciamoci la verità non ha mai sentito questa frase? Eppure si tratta disemplice oro, ha la grandezza e dunque il valore commerciale di due fedi nuziali, e viene usato, come timbro, per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa.

Lasciamo le conclusioni all autore dell la cui pagina sarà da oggi linkatanel nostro account Facebook: sparare sulla Chiesa è facile come farlo sulla Croce Rossa. La Chiesa, quando pure risponde, lo fa a parole. Non va oltre, non trascende, non querela, non denuncia. Dunque non si rischia nulla ad attaccare la Chiesa, e per di più si fa la parte degli emancipati, dei liberi di pensiero. E poi non trovano neppure contraddittorio: la stragrande maggioranza dei cattolici sono disinformati, apatici nella loro fede, ben lieti di credere al primo anticlericale della strada piuttosto che al loro Papa. E quelli tra di essi, che pure la verità la conoscono, il più delle volte tacciono, o parlano con un filo di voce, per non apparire bigotti, per non contraddire il pensiero dominante. Questa bufala delle scarpe Prada, tuttavia, è una delle tante dimostrazioni di come la mentalità corrente sia dettata da luoghi comuni, falsi, e pregiudizievoli, e come coloro che credono di essere informati e autonomi nel giudizio in realtà siano i più pilotati dai menzogneri dell di professione o schiavi della loro stessa ideologia

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seguo con assiduità un sito ateo (uaar)da parecchio.

Oggi notavo che praticamente tutti gli articoli (s)parlavano della Chiesa Cattolica, loro la chiamano in sigla, ccar,.

Non hanno valori propri da propagandare, non hanno una loro cultura.

La loro è soltanto sparlare la cultura cattolica.

Sono proprio atei cattolici, o forse meglio atei

E spesso inventano o notizie totalmente insignificanti

per questo motivo ho scelto il nick a ateo, per indicare uno che non crede a quello che dicono gli atei praticanti

Il loro mestiere prevalente è mentire

Benedetto XVI è sotto attacco e con lui la Chiesa di Cristo. Il messaggio che si vorrebbe far passare è che, mentre il Pontefice vive nel lusso, in Africa i bambini soffrono la fame e muoiono. E di tutta evidenza che tali attacchi sono assolutamente strumentali in quanto se c una organizzazione al mondo che in Africa contrasta la miseria, la fame e le guerre scatenate deliberatamente per impadronirsi delle risorse petrolifere e minerarie di quelle popolazioni, questa è la Chiesa. Gli speculatori globali tutto ciò lo sanno bene e non è difficile immaginare chi siano gli ispiratori occulti delle vere e proprie campagne di disinformazione che i manutengoli di quei poteri portano avanti con inusitata spudoratezza. Sono costoro i sinedriti di belzebù ed è dovere di ogni Cristiano opporsi con tutte le forze alla menzogna.

Ognuno la pensi come vuole, ma per me è un modo come un altro di promuovere l

Se non fosse stato per committenze di arcivescovi, abati e papi, noi non avremo raccolte intere di capolavori delle arti minori, come ad esempio il Tesoro di San Gennaro, la cui esposizione ha richiamato visitatori da tutto il mondo.

Questo paio di scarpe di cuoio e broccato, conservato al convento di San Domenico a Perugia e datato alla seconda metà del XIII secolo, appartenne a papa Benedetto XI. Mi piacerebbe sapere se il turista che la vede esposta al museo del convento sia colto dalla stessa indignazione che coglie chi racconta delle scarpe di Benedetto XVI!
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In un rilasciata durante un programma brasiliano in onda su CQC Ronaldo, il “Fenomeno”, racconta un simpatico annedoto sulla sua esperienza milanese e di un viaggio a Roma in compagnia di Vampeta: “Quando giocavo all andavo spesso in Vaticano e in un viaggio di questi il Papa mi regal una bottiglia di vino pregiato che mi venne consegnata in una scatola speciale. Nel viaggio di ritorno Vampeta apr la bottiglia e bevve un po di vino, ma dato che non gli piacque lo rovin annaccquandolo con il ghiaccio. Fu un disastro (ride, ndr)”.

11:15 FFP, SERVONO 70 MILIONI ENTRO IL 30 GIUGNO 2018. SUNING VUOLE LA CHAMPIONS, A GENNAIO OPERAZIONI ALLA GAGLIARDINI 11:00 TS INTER, L’ARRIVO DI BASTONI ANTICIPATO A GENNAIO 10:45 ODDO: “INTER SQUADRA FISICA CHE VIVE SULLE INDIVIDUALIT. JANKTO? NON ANCORA PRONTO PER UNA BIG” 10:30 CDS INTER, DE VRIJ E GORETZKA OBIETTIVI PER GIUGNO 10:15 TS MERCATO INTER,
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PASSA TUTTO DA J. MARIO: SI LAVORA A UNO SCAMBIO CON PASTORE. MATA MKHITARYAN ALTERNATIVE 10:00 GDS VERSO SASSUOLO INTER, SPALLETTI PENSA A QUALCHE CAMBIO: DENTRO JOAO CANCELO E NAGATOMO? 09:45 TS BORSINO INTER: SCENDE RAMIRES, SALE ALEX TEIXEIRA 09:30 CDS JOAO MARIO RISTABILITO: ORA PUNTA IL SASSUOLO 09:15 TS INTER, OBIETTIVO ESTERNO D’ATTACCO: DA VERDI A DEULOFEU, PASSANDO PER DI FRANCESCO: TUTTI I NOMI

Finalmente, mi viene da dire. Finalmente siamo inciampati, con buona pace di quelli che il VAR vi aiuta, quelli che siete in alto solo per fortuna, quelli che ritiro la squadra dal campionato,
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c un complotto per far andare avanti l quelli che abbiamo p.

ugg classic il Palermo fa causa alla Serie B

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Il Palermo non ci sta e, dopo il comunicato della Lega Serie B che confermava l di rinvii della gare di Serie B nonostante i numerosi calciatori chiamati dalle proprie nazionali, ha rilasciato un contro comunicato in cui minaccia di passare alle vie legali contro la Lega B perch sta pregiudicando il rendimento sportivo del club.

Ecco il testo del comunicato

Con grande disappunto l Citt di Palermo si vede punita da una organizzazione che la penalizza togliendogli la competitivit per gli impegni nazionali dei suoi giocatori.

davvero contro i valori sportivi la situazione delle assurde regole italiane attuali (a differenza di regole come quelle del campionato inglese), che possono provocare ingenti danni sportivi ed economici e pregiudicare le possibilit di promozione in serie A.

Incaricheremo il nostro ufficio legale per intraprendere tutte le azioni atte a garantire il giusto valore sportivo delle competizioni del campionato di Serie B e gli eventuali risarcimenti per gli ingenti danni provocati.
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L’aereo da Amman devia la sua rotta per non sorvolare le roccaforti del Califfato che ha umiliato il mondo civile prendendosi Mosul e facendone la capitale di un regime fondato sul terrore e sull’esaltazione della morte. E’ l’UNHCR, ovvero l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, che ci ha chiamati a condividere qui a Erbil, nel Kurdistan iracheno, un’esperienza che non potrà lasciarci indifferenti: cosa significa davvero offrire rifugio a intere popolazioni in fuga da una guerra di sterminio; mentre a pochi chilometri di distanza infuriano i combattimenti grazie a cui i peshmerga curdi stanno bloccando l’avanzata delle brigate internazionali del jihadismo sunnita.

Insieme alla portavoce italiana dell’UNHCR, Carlotta Sami, atterriamo a oriente di Mosul di soli cinquanta chilometri, rassicurati dal ritrovarci nell’unica regione irachena in cui vige tuttora il rispetto dei diritti umani. L’estate scorsa, in meno di tre settimane, il Kurdistan iracheno si è visto arrivare in casa più di 800 mila disperati da dissetare (siamo in mezzo al deserto), sfamare, risanare. Faceva un caldo terribile, così come ora fa freddo. Ai profughi iracheni un mosaico di etnie, lingue e confessioni religiose diverse si aggiungono 220 mila transfughi siriani. Gli ultimi sono quelli scappati da Kobane, passando dalla Turchia.

Ci sono città, come la settentrionale Dohuk, che ormai contano tre o quattro profughi per ogni residente. Li hanno dovuti ammassare nelle scuole, nei centri commerciali, sotto i ponti, nei giardini pubblici. Dappertutto. E poi naturalmente ci sono gli attendamenti dei campi profughi: non bastano mai. Per evitare che si trasformino in megalopoli ingovernabili di polvere e fango, progettano di allestire altri sedici campi profughi oltre a quelli già saturi. Lo scopo è di evitare situazioni caotiche e pericolose come il campo giordano di Zaatari, a ridosso del confine con la Siria, giunto a contare 140 mila persone.

Nella catastrofe umanitaria, non si segnalano episodi rilevanti di ostilità da parte degli abitanti del Kurdistan. Di fronte a una vera invasione, a un esodo vero, nessuno qui indossa la ben nota maglietta “Stop invasione” esibita da Matteo Salvini per opporsi al passaggio sul suolo italiano di alcune decine di migliaia di fuggiaschi, per lo più intenzionati a raggiungere il nord Europa.

“Te la senti di guardare delle immagini molto forti?”, mi chiede un alto funzionario delle Nazioni Unite, prima di infilare una chiavetta Usb nel suo computer. E’ una precauzione che non adoperano, neanche di fronte ai loro numerosi bambini, i profughi delle tende che, prima di scappare, hanno dovuto respirare l’odore dei cadaveri abbandonati in mezzo alle strade di casa. Sui loro smartphone mostrano fotografie atroci di teste mozzate. Temo gliele facciano pervenire gli stessi assassini dell’Is, come strumento di guerra psicologica. I tagliagole ostentano la loro volontà di sterminio al fine di terrorizzare e ottenere sottomissione. Dai telefonini di alcuni miliziani uccisi, poi, gli operatori UN hanno recuperato altre testimonianze di questa diffusa pornografia della morte: selfie scattati col prigioniero prima e dopo avergli sparato in testa; addirittura un mucchio di bambini fucilati. Li ho dovuti vedere con i miei occhi. Foto a colori, è l’unica differenza rispetto a quelle dei soldati nazisti in un’Europa 1941 che speravamo irripetibile.

Le due mani che si uniscono a formare un tetto sopra una famiglia di rifugiati cioè il marchio dell’UNHCR sono riprodotte su ognuna delle tende allineate a migliaia, spesso in mezzo al deserto, con barriere metalliche e di filo spinato a filtrarne l’accesso. Stanno diventando un logo abituale della contemporaneità come i simboli della Nike e della Coca Cola.

Per rendere più sopportabili le piogge invernali a Gawilan, dove vengono concentrati i profughi di Kobane, si è deciso di gettare basi di cemento e, a fianco della tenda, latrine in muratura che sostituiscano le file di gabinetti chimici imbarazzanti e puzzolenti. Quel cemento aiuta la sopravvivenza, certo, ma è anche indizio di cronicità: stanno nascendo pseudo città mostruose con cui il pianeta intero dovrà fare i conti, non solo il Kurdistan che le ospita.

Dovrei ora riferire i racconti di atrocità subite, di fughe notturne, di figli dispersi, che attraverso traduzioni improvvisate abbiamo raccolto dentro le tende, dopo esserci tolti le scarpe, seduti sui materassini pieghevoli da campeggio che ne costituiscono l’unico arredo possibile. Tra gli yazidi, in particolare, considerati dai tagliagole una popolazione indegna perfino di essere convertita o sottomessa, aleggia la vergogna delle adolescenti imprigionate nei bordelli per miliziani sorti nella zona di Sinjar. Con analogo tremore si accenna ai bambini sequestrati per l’indottrinamento in apposite madrasse a Mosul.

Mi è rimasta impressa, fra i tanti, Layla, nata dieci giorni prima nel campo di Hersham, che ha per culla una specie di cassetta. Il padre, Mohamed Abid Sali, fuggito dai sobborghi di Mosul, mi mostra i segni del proiettile che lo ha trapassato e la fotografia della madre, anch’essa Layla, uccisa con tre fratelli da un’autobomba. In queste tende semivuote si trova spesso una televisione: insieme ai telefonini riempie il tempo di una reclusione permanente senza futuro immaginabile. Attendono permessi di lavoro, sognano di raggiungere familiari emigrati lontano prima della catastrofe.

Mi trovavo qui, tra i profughi stipati nel buio dell’enorme centro commerciale Ankawa con le scale mobili arrugginite, piuttosto che nel limitrofo giardino pubblico trasformato in tendopoli, quando Beppe Grillo sproloquiava sul suo blog di “Affarenostrum”, insinuando chissà quali prebende lucrerebbero le organizzazioni non governative cui le Nazioni Unite subappaltano la gestione dei ricoveri.

Da Amman a Erbil avevo volato di fianco a Gaia Van Der Esch, 27 anni, coordinatrice regionale di Acted, l’ong in cui lavorava uno degli ostaggi decapitati dall’Is, l’inglese David Haines. Gira come una trottola per la regione. A capo del campo di Hersham c’è un’olandesina di 23 anni, Yasmine Colijn, una potenza generosa. Con loro tanti italiani di “Un ponte per”, “Terres des hommes” e altre organizzazioni. Professionisti che vivono nel rischio e nelle privazioni da anni, che l’estate scorsa hanno accompagnato Unicef e UNHCR in missioni di primo soccorso spericolate dentro a città assediate dall’Is. Provvedono alle scuole, alle vaccinazioni, alle terapie d’appoggio per i traumatizzati, allo smistamento del cibo e al rifornimento idrico. Grillo dovrebbe venire a scusarsi per aver malignato sul loro stipendio.

Certo è che stiamo parlando di un’impresa umanitaria costata finora più di 100 milioni di dollari, del tutto insufficienti a coprire il fabbisogno e a impedire che l’inverno si trasformi in una ulteriore tragedia. Gli stanziamenti governativi (Arabia Saudita in testa, seguita a molta distanza da Giappone e Usa) non potranno bastare mai. UNHCR copre già quasi il 20% delle sue spese con le donazioni dei privati e sarà imprescindibile aumentare questa percentuale. Per questo è stata lanciata una campagna di sottoscrizione anche in Italia.

Il governo regionale del Kurdistan è sottoposto a uno sforzo titanico per evitare la paralisi del suo territorio, trasformato in gigantesco rifugio e sottoposto agli attacchi dell’Is. Dal giugno scorso sta gestendo un silenzioso smistamento che deve tenere conto anche degli ostacoli linguistici (molti fuggiaschi parlano arabo, non il curdo) e religiosi: gli sciiti vengono dirottati verso la città di Sulaymaniyah per destinarli poi all’Iraq meridionale; i cristiani cercano di raggiungere la Giordania e quando possibile l’Europa; i sunniti vengono separati dagli yazidi e dalle altre minoranze ormai a rischio di estinzione. Poi ci sono i turcomanni

Oggi il nazionalismo curdo si erge in Iraq a garante di un equilibrio fragilissimo, supportato in ciò dagli interessi petroliferi e commerciali che hanno reso solido il rapporto con la confinante Turchia. Mentre a est, silenziosamente, operano talvolta di supporto reparti di pasdaran iraniani. Ma le tendopoli della Mesopotamia insanguinata rappresentano un problema del mondo intero, indicano un fallimento della nostra civiltà. Questa desertica, inospitale retrovia di una guerra che dilaga ben oltre i confini della Siria e dell’Iraq, ha il volto dei bambini. Nel 2014 sono complessivamente 1 milione e 800 mila le persone costrette in tutto l’Iraq a sopravvivere lontano dalle loro case. Più di metà sono minorenni. Non è forse un problema delle Nazioni Unite? Non è forse un problema nostro?
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Tutti uguali i proprietari dei cani, guai a parlar male dei cani, ed hanno ragione, ma guai a dirgli di raccogliere la cacca prodotta dai loro amici a quattro zampe, si alterano e non poco, ma spesso dopo la cacchina dei loro cuccioli, si girano e vanno via. Il problema e che è fastidioso già vedere i prati con la cacca a seccare, diventa intollerabile quando la fanno sui marciapiedi (e tanta) e noi la calpestiamo lordandoci le scarpe. Ma guai se noi ci incazziamo, noi dobbiamo solo subire. A quando le multe, per chi non raccoglie la cacca dei loro animali, come già succede negli altri paesi europei (vedi Vienna). I propietari dei cani che vogliono davvero bene al loro animale R A C C O L G O N O LE LORO FECI.

Vi ringraziamo per l prestataci.

Giusto per dover di cronaca vi ricordiamo che il suddetto Parco è nato per merito della fatica e dell di alcuni volenterosi abitanti del quartiere Q5, dato che tre anni fà era un assolutamente impraticabile irta di rovi e sporcizia.

Per merito loro è stato ripulito, sono state piantati arbusti, alcuni donati altri acquistati di tasca propria ,dagli stessi.

Sono state acquistate le panchine di cemento, alcune gentilmente regalate.

Ci siamo autotassati per l del terriccio e di tutto ciò che occorreva.

Periodicamente viene tagliata l , e un giardiniere, sempre pagato da noi viene un poco a sistemare le aiuole

Ci siamo tassati anche per l poter innaffiare, che alcuni condomini ci accordano gentilmente di usare.

Vista la latitanza delle ISTITUZIONI ,alla nostre numerose richieste di una fontanella almeno

Tutto ciò per avere un posto per tutti noi e per i nostri amati cani

E non sapete quanto sia difficile far comprendere A TUTTI che raccogliere i loro bisogni è un ATTO CIVILE dovuto a loro e a i tutti i fruitori di un bene pubblico creato da un coraggioso e meraviglioso gruppo di cittadini.

E tutta una questione di psicoanalisi, riconducibile al meccanismo del transfert controtransfert: i propietari dei cani sono tutti soggetti psicopatici con coplesso di inferiorità, che praticamente sentono e sono consapevoli di essere delle mer Quindi proiettano questa loro consapevolezza su ciò a loro di più simile e vicino, cioè le deiezioni dei loro animali. Viene quindi il passaggio successivo, cioè una volta rimossa da se, perchè proiettata sugli escrementi, tale loro qualità negativa se ne allontanano, dimenticandosene, in modo da e non sentirsi più in tale condizione.

Dico questo perché chi abita in Q4 Q5 hanno la maggior parte appartamenti e quindi gente poco civile per come ho detto nel primo pezzo. Ingresso gratuito al FrancioniUomo investito e ucciso alla rotonda del Piccarello.
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Il nuovo Volvo FH è stato costruito con una persona in mente: l’autista. Perché attrarre e mantenere gli autisti migliori è fondamentale per la redditività.

Il Volvo FH li aiuterà a fare un lavoro ancora migliore e a risparmiare fino al 10% di carburante. E questo perché presenta tante innovazioni mondiali per guidare in modo più sicuro, caricare più rapidamente, diminuire l’affaticamento e aumentare la produttività.

“Non si deve passare inosservati quando si guida un Volvo. Il nostro obiettivo è creare il veicolo che si riconosca più facilmente sulla strada”, dice Asok George.

Passiamo da un lato all’altro della cabina. Asok George e Rikard Orell, direttore del design in Volvo, sottolineano caratteristiche e dettagli diversi. I raccordi compatti tra i componenti della carrozzeria, il montaggio accurato e le finiture che sono state realizzate. Le linee e le curve della cabina, ovvero quelli che i progettisti chiamano “elementi grafici”. In questo caso, l’obiettivo era creare una forma solida, non solo un muso e due lati. Ecco perché linee ed elementi grafici proseguono intorno a tutta la cabina.

Ma ancora più importante delle linee è la posizione, l’atteggiamento del veicolo.

“Sì, è fondamentale. Deve esprimerne efficienza e dinamicità. Deve sembrare che si muova anche quando è fermo”, dice Asok George.

Il nuovo Volvo FH sembra proteso in avanti con le ruote premute a terra, pronto a scattare. Sono gli elementi grafici a creare, almeno in parte, questa impressione: un’area importante è la progettazione dell’alloggiamento delle ruote e del parafango. Nella svasatura dei parafanghi, la parte superiore corre in avanti e in basso, creando una linea dinamica che rafforza la forma del passaruota.

L’interno è arioso e luminoso, nonostante l’illuminazione dello studio non sia certo ai livelli della luce del giorno. Parte del merito va all’uscita di emergenza sul tetto, che fa anche da tettuccio apribile, ma la cabina presenta anche finestrini più grandi.

“L’impostazione degli interni, aumenta la sensazione di spazio in cabina. Ecco perché abbiamo lavorato con linee ampie e ariose e abbiamo creato delle superfici pulite”, dice Carina Bystrm.

“Prendiamo la plancia: Spazia da montante a montante, sottolineando l’ampiezza della cabina”, aggiunge Rikard Orell.

Come per l’esterno, la progettazione interna della cabina deve esprimere la filosofia di Volvo e l’eredità scandinava.

“Forme e sagome devono essere reali”,
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dice Rikard Orell. “Non complicate o artificiali”.

Gli schemi di colori della cabina sono del tutto nuovi. Il colore dominante è chiaro, tenue e “molto scandinavo”. Avvicinandosi al pavimento, i toni si fanno più scuri, più in alto diventano più chiari, dando maggior respiro alla cabina ed esaltando l’atmosfera spaziosa.

Le forme ampie si trovano ovunque. L’ispirazione è venuta dallo stile curvo del design dei mobili svedesi, popolare sin dagli anni Trenta. La sensazione è di maestria e solidità. Ma in cabina non c’è legno.

Le superfici e i materiali hanno richiesto molto lavoro. I materiali sono oggetto di richieste severe: l’usura è un problema e tutto deve durare.

“La qualità è importante, i nostri clienti sono esigenti al riguardo. Ed è giusto che lo siano”, dice Rikard Orell.

Il caratteristico profilo del Volvo FH è dato anche da un altro dettaglio: gli specchietti laterali.

“Volevamo rendere più sottili gli specchietti, in modo che non precludessero tanto la visibilità. Ora gira tutto lo specchietto, non solo lo specchio all’interno di un grande alloggiamento”, spiega Asok George.

Lo specchietto più sottile riduce anche la resistenza all’aria. Nonostante sia più alto del precedente (all’avanguardia nell’aerodinamica), il nuovo Volvo FH è altrettanto aerodinamico.

Anche il montaggio dei componenti fa la sua parte. Ad esempio, la giuntura tra la parte superiore e inferiore della cabina è completamente chiusa. In questo modo, vengono coperti motore, sospensioni e dettagli altrimenti visibili attraverso la fessura.

“Il veicolo è più compatto ovunque. Di conseguenza, il vento passa intorno alla cabina, invece di attraversarla. Si ottengono così risultati portentosi in termini di aerodinamica e riduzione dei consumi”, dice Asok George.

Il design esprime fiducia in sé, senza essere aggressivo. Naturalmente, l’idea è di attrarre sia gli operatori, sia gli autisti.

“Negli ultimi anni, il valore di un conducente capace è aumentato drasticamente. Guidare un veicolo è un’arte. Per me il design è la celebrazione degli autisti di camion di tutto il mondo”, dice Rikard Orell.

Ma gli autisti non sono i soli a dover essere soddisfatti.

“I nostri clienti sono gli operatori di trasporto e anche le società chiunque entri in contatto con il veicolo mentre è in uso. fantastico che la gente trovi imponenti i nostri veicoli, ma non deve esserne intimidita”, prosegue Rikard Orell.

“Volvo è un marchio che si preoccupa della gente. Speriamo che si veda nel design”, conclude Asok George,
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lanciando un’ultima occhiata al camion prima che venga coperto di nuovo dal telo grigio. .

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O segna Darel Russell o segna Arturo Lupoli: questa la musica a Carrow Road, lo stadio dove gioca le partite casalinghe il Norwich City. I canarini, così è soprannominata la squadra, disputano il campionato di Serie B inglese e questa estate si sono assicurati le prestazioni dell’ex Derby County Arturo Lupoli, giunto in prestito dalla Fiorentina. Promettentissimo giovane al pari di Giuseppe Rossi, nell’Arsenal qualche anno fa ben impressionò, giocando nelle riserve dei Gunners con gente del calibro di Brendtner, Clichy e Flamini, salvo poi perdersi in qualche modo.

Bresciano di 21 anni,
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Lupoli al Derby County è rimasto un solo anno ma fece in qualche modo innamorare i tifosi al Pride Park, segnando gol nel recupero e anche una tripletta in FA Cup. L’anno scorso il passaggio alla Fiorentina, dove non fu neanche preso in considerazione da Prandelli, superato dalle gerarchie dell’attacco anche da Di Carmine. Un semestre a Treviso, quindi l’agognato ritorno nella terra d’Albione, dove Lupoli si trova bene ed è felice di giocare. Dopo il gol di ieri sul campo del Plymouth (il terzo in quattro partite), in una intervista post gara s’è tolto un sassolino dalla scarpa nei confronti dei viola, ancora comunque possessori del suo cartellino:

“Avrei dovuto aspettare la fine della stagione prima di firmare per la Fiorentina invece che a febbraio. Per questo il mister mi tenne fuori dal Derby, anche se diceva di voler costruire la squadra intorno a me”

I canarini di Glenn Roeder con lui sicuramente non cadranno dal trespolo,
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chissà che questo talentino non avrebbe fatto comodo alla beata gioventù dei Della Valle.