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Style Fashion 2.0 ha visitato ieri l’eccellenza della produzione calzaturiera italiana di Louis Vuitton, la Manufacture du Souliers a Fiesso d’Artico un vero e proprio atelier della calzatura, dove tutti i giorni si produce il savoir faire lussuoso della Maison parigina.

Louis Vuitton ha scelto infatti l’Italia per la produzione delle sue linee di calzature, sulle sponde del Brenta, polo di eccellenza, che riunisce in un unico luogo l’ufficio stile, la produzione, una splendida galleria d’arte e un centro di formazione.

Inaugurata nel settembre 2009, la Manufacture di Fiesso d’Artico racchiude tutta l’eccellenza italiana messa al servizio della Maison parigina, un polo che riesce a coniugare sia gli altissimi valori dell’artigianato sia gli ultimi ritrovati tecnologici.

Un atelier della calzatura che al suo interno racchiude molti tesori d’arte contemporanea, con una collezione e delle opere appositamente realizzate da alcuni artisti.

All’entrata dell’atelier, sotto il porticato, troviamo la scultura di Jean Jacques Ory, un’immensa scarpa dal cui interno spunta la Venere di Botticelli. Nel chiostro interno si incontra “L’Objet du désir”, una scultura di Nathalie Decoster, lunga 2,70 metri e appositamente realizzata per la manifattura, come “Priscilla”, la scarpa gigante di Joana Vasconcelos, lunga 4,70 metri, adagiata sul prato.

La galleria espositiva è un vero e proprio scrigno ed è divisa in due parti, comprende il museo e la biblioteca di libri dedicati alle calzature. Nelle vetrine si trovano i modelli storici che costituiscono un vero e proprio dizionario della calzatura, come uno stivale cinese di cuoio duro e un infradito di Maharani.

Nella galleria sono esposte anche le creazioni più famose della Maison, quelle che hanno fatto la storia della scarpa Louis Vuitton. Oltre alle impronte di piedi dipinti con l’inchiostro dall’artista giapponese Yayoi Kusama, le foto di Ralph Gibson e Frank Horvat, e una serie di disegni originali di Andy Warhol.

Passando alla produzione vera e propria, abbiamo avuto modo di visitare le quattro diverse aree produttive delle calzature Vuitton, Alma è l’area dovesi producono le scarpe della linea donna eleganti, con un livello di eccellenza incredibile che permette agli artigiani e collaboratori dell’azienda di lavorare su tutte le materie, dal cuoio al raso e permette di concretizzare tutte le innovazioni tecniche.

Taiga è il luogo dove ventgono invece prodotte le scarpe da uomo classiche con suola in cuoio, con alcune specificità ed eccellenze come il montaggio tradizionale Blake, il montaggio Good Year cucito a mano, la cucitura norvegese, il luogo dove vengono realizzate anche le scarpe maschili del servizio Made to Order che permette al cliente Louis Vuitton di realizzare scarpe su misura scegliendo il pellame, la colorazione, i modelli disponibili, la celebrazione della vera essenza della tradizione artigianale della calzatura classica.

In Nomade possiamo trovare invece tutta la produzione di mocassini uomo e donna con suola in gomma, sono tutti mocassini tubolari cuciti a mano e chiudiamo con Speedy il settore produttivo dedicato alle sneaker uomo e donna, un atelier che combina le operazioni tradizionali con quelle robotizzate per il montaggio di ultima generazione.

Visitare l’atelier della calzatura di Louis Vuitton è come penetrare in un viaggio all’interno del mondo della scarpe, scoprire che sono necessarie competenze estremamente diversificate e numerose messe a punto per la realizzazione di una sola scarpa, che si tratti della creazione del modello, del rivestimento dei tacchi, dell’assemblaggio delle suole. Vedi rotoli di pellami a non finire, pelli esotiche e cuoio morbido come velluto, pitone dorato o rosa fluorescente, vedi pitturare e colorare a mano le calzature come se fossero quadri, vedi le cuciture di sbieco, la lucidatura.

Per produrre un paio di scarpe Louis Vuitton ci vogliono in media due giorni e da 150 a 250 operazioni, a seconda della complessità dei modelli, dell’assemblaggio dei vari componenti tra di loro, fino all’applicazione finale dell’etichetta con i due punti che ricordano il punto sella dei laboratori di pelletteria.

La maggior parte di queste operazioni sono fatte a mano, da artigiani dall’occhio esperto e dall’infinita pazienza, unici garanti di una simmetria ideale, perfetta sia all’interno che all’esterno della calzatura, perchè tutte le calzature Louis Vuitton vengono lavorate a coppia.

Attenzione massima per i dettagli e il controllo della qualità, per non parlare dei test che vengono effettuati sui pellami, le colorazioni, test di resistenza a cui vengono sottoposti sia i materiali utilizzati sia le calzature. Attenzione che trova la sua massima espressione nella ricerca dell’eccellenza, perchè le scarpe Louis Vuitton sono un insieme di memoria artigiana, sfida, creatività, dettagli e attenzione per i particolari.

Ma la scoperta dell’eccellenza Louis Vuitton non finisce qui, seguite Style Fashion 2.0 vi porteremo con noi a Venezia dove Louis Vuitton aprirà la seconda maison italiana dopo quella di Roma e come le altre sarà molto speciale e ci riserverà grandi sorprese. Stay Tuned!
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sono perduto nella sicurezza, semplicità, funzionalità ed economicità di una semplice freccia gialla, pronta guidarmi per 1000 e più km.

Mi sono sentito coccolato, amato, tutti i giorni la cercavo e tutti i giorni la trovavo; ti indica il camino; giri l la vedi sul sentiero, su di una pietra, sul palo della corrente a volte nello splendore del suo colore, oppure sbiadita dal sole, nessuno la rimuove, nessuno la tocca, nella sua staticità si muove con te, molte volte l persa, ma sempre l ritrovata.

Tante volte è stata compagna di solitudine, più proseguivo nel mio camino e più lei diventava parte del mio pellegrinaggio, delle mie giornate, con la forza di riportarmi in un mondo antico di segni rispettati di facile consulto ma di straordinaria efficacia e sicurezza”.

di Accob Retlav

12 tappe, 360 km tra antichi tratti di via Romana, asfalti, acciottolati, sentieri medioevali, percorsi nel verde.

Scoprendo e vivendo una terra che dà grande emozioni, cogliendo lo spirito profondo che questa terra ha nelle luci, nei profumi e nei sui borghi antichi.

Chi ci accompagna è sempre la Freccia Gialla questa volta bifrontale perchè indica una doppia meta: Santiago de Compostela e Roma.

La Via della Costa “la scorciatoia verso Satiango” senza passare per il Gran San Bernardo. Ludovico Sanremo

02 Sanremo Torrazza

03 Torrazza Andora

04 Andora Loano

05 Loano Noli

06 Noli Varazze

07 Varazze Genova Commenda

08 Genova Commenda Camogli

09 Camogli Sestri Levante

10 Sestri Levante Levanto

11 Levanto Volastra

12 Volastra Sarzana

Ognuna di queste tappe regala emozioni fortissime.

Si respira aria non solo di contatto puro con la natura, ma di spiritualita’ e di storia.

Si respira aria di viandanza e pellegrinaggio, di commercio e invasioni. Impossibile raccontarvi tappa per tappa, ma vi invito a farla.

Zaino: tra i 45 e i 60 litri, munito di coprizaino per la pioggia

Un bastone o bastoncini, utilissimi per la marcia e per scaricare il peso dello zaino

Sacco a pelo tipo leggero e contenuto.

Abbigliamento: equipaggiamento estivo (il mercato offre una notevole scelta e prezzi adeguati di materiali di alta tecnologia).
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In un Paese dai mille volti e dalle infinite risorse, archeologia industriale non può significare solo fabbriche, stabilimenti e ciminiere; i monumenti tecnologici non possono essere solo centrali elettriche e gasometri. Nei secoli, la cooperazione vincente tra braccia e cervello ha lasciato sul suolo ceco testimonianze uniche di come l abbia saputo sfruttare, sfidare, valorizzare, trasformare e difendere la sua terra. Dai canali d ai viadotti ferroviari, dalle torri panoramiche alle miniere, dai forti di guerra ai mulini, dall all tutto in Repubblica Ceca è motivo di ammirazione. E di turismo. Un turismo impegnato (ma non troppo, a misura anche di bambino) alla scoperta di come si faceva, come si viveva, come si risolveva, come si viaggiava, come si lavorava, come si costruiva, come si combatteva in passato, fino a gettare uno sguardo sul futuro con siti all e installazioni avveniristiche.

Sono oltre 400 i monumenti tecnologici, industriali ed etnografici (dal museo rurale all al sito minerario, dal birrificio artigianale all censiti in Repubblica Ceca e numerosi anche i percorsi turistici a tema tracciati e ben segnalati.

Dove non ha provveduto Madre Natura, ci ha messo lo zampino (o meglio, la torre) l Per esigenze difensive, per sfide architettoniche o semplicemente per aspirazioni panoramiche, l umano nei secoli ha cosparso il suolo ceco di torri, torrette, torrioni e monumenti svettanti che oggi sono mete ambite dai turisti di larghe vedute. Le torri d hanno cominciato a spuntare sul suolo ceco sul finire del diciottesimo secolo e ancora oggi la moda di costruirle quelle classiche in muratura fino alle più moderne in acciaio, passando per strutture interamente in legno non si è spenta. Alcune sono davvero imperdibili e non solo per via del panorama che regalano, ma per la loro storia, per le caratteristiche architettoniche e per gli aneddoti che le riguardano. La più antica di tutte è il minareto orientaleggiante fatto costruire dalla famiglia Lichtenstein nel Parco del Castello di Lednice, nella Moravia meridionale, a cavallo tra il 1700 e il 1800. Costruita su progetto dell Hardtmuth, la snella torre in stile moresco con i suoi 60 metri di altezza è addirittura la costruzione più alta nel suo genere in un Paese non islamico. Di poco successiva è la torre d di Kle, non lontano da Cesky Krumlov nel Sud della Boemia, costruita nel 1825 con forti richiami gotici. Dalla sua cima si ammirano Ceske Budejovice, lo specchio del lago Lipno Dam e, con condizioni meteorologiche favorevoli, persino le Alpi. La torre di Decinsky Sneznik, nella regione di Usti (Boemia settentrionale), culmina con una piattaforma aperta cui si giunge grazie a 153 scalini. Costruita nel 1864, fu inizialmente pensata per misurazioni geografiche ma la vista sulla cosiddetta Svizzera Ceca risultò talmente sbalorditiva da farne decidere ben presto l al pubblico. Non tutti sanno, poi, che anche Praga può sfoggiare la sua Eiffel La palese somiglianza tra la torre panoramica in ferro che svetta sulla collina di Petrin e il monumento simbolo di Parigi non è casuale: i suoi costruttori si ispirarono all di Eiffel durante la visita all Universale nella capitale francese. Cinque volte più piccola della sua la torre di Praga fu realizzata in soli quattro mesi, nel 1891. Sempre a Praga, sempre più in alto. Basta salire, con l sulla torre per ricetrasmissioni televisive di Zizkov da cui l quando il cielo è terso, spazia fino a 100 chilometri di distanza. Poi ci sono le stazioni meteorologiche, come quella di Milesovka, sulla montagna più ventosa di tutto il suolo ceco, nella Boemia centrale. La stazione funziona da oltre un secolo e la torre panoramica da ancora più tempo. E sempre aperta, ma solo se le condizioni climatiche consentono l In quel caso l tutto il meglio della Repubblica Ceca, dai Monti dei Giganti (Krkonose) ai Monti Jizera, da Praga fino, con un po di fortuna, alle Alpi, che si stagliano lontane all ben 350 chilometri più in là. E poi c il Jested, costruzione tra le più giovani ma già fregiata del titolo di monumento nazionale. La sua candida struttura a cono rovesciato sormontato da un lungo sperone metallico è davvero inconfondibile e pare sorgere come per incanto dalla verde distesa del Monte Jested, nella Boemia settentrionale. Il trasmettitore, disegnato dall Karel Hubacek e vincitore del prestigioso premio Perret nel 1969, ricorda un missile spaziale pronto per il decollo eppure non stride con il paesaggio che lo circonda. L struttura conica racchiude in sé torre panoramica, ristorante, albergo e centro di radiocomunicazioni. Per non parlare delle tante torri ceche che, non troppo alte, se non eccellono in fatto di belvedere, restano comunque un bel vedere. Il panorama non sarà vastissimo ma ognuna di loro è un piccolo fenomeno di architettura. Unico nella forma, nei materiali, nello stile. Tra le tante citiamo per esempio la torre cilindrica in pietra di Jedlova (23 metri), in Boemia orientale, quella in legno come avvolta su se stessa di Boruvka (18,5 metri), al confine boemo moravo, quella esagonale di Hylacka (18 metri) in pietra, legno e scandole, o quella in granito intitolata a Bismarck (34 metri) sulla collina di Haj, nei pressi di As, nella regione di Karlovy Vary.

Alti e bassi di una vacanza sempre al top. In Repubblica Ceca, terra meravigliosa di seducenti contrasti, anche questo è possibile. Dopo aver sfiorato il cielo, tutti giù per terra. Anzi, sotto terra. Un itinerario sulle orme dell umana conduce anche nel ventre della Cechia. Da esplorare senza paura, ma con qualche brivido dovuto se non altro alla temperatura, all di miniere dismesse, tra le pareti di profonde grotte, nell umido di buie spelonche, lungo cunicoli segreti, tra i resti di città scomparse, nell di antichi labirinti Un tuffo nelle viscere della terra ma anche nella sua storia, è possibile nei siti minerari di Pribram e Ostrava, oggi musei didattici che testimoniano il lavoro duro in miniera e il destino di questi luoghi, e del Paese intero, legato all del carbone. I percorsi turistici conducono oggi in totale sicurezza sulle orme dei minatori e nel cuore spesso impietoso della montagna. In particolare il Landek Park di Ostrava è il più grande museo minerario del Paese. Dal 1992 il colle su cui sorge è monumento naturale nazionale, per il pregio dal punto di vista geologico, archeologico, geografico e minerario. Il museo minerario offre una panoramica sul lavoro dei minatori e sul tema della sicurezza in miniera e comprende un tour tra i cunicoli sotterranei, che si raggiungono calandosi con una gabbia ascensore. A Pribram invece si estraevano oro, argento e uranio. Il museo minerario è allestito nelle miniere originali. Si visitano anche i pozzi sotterranei, a bordo del trenino dei minatori che collega le diverse miniere. Tra i vanti tecnici del sito oggi in mostra, una ruota idraulica, due estrattrici a vapore, una torre d del 1879 e una casa mineraria del Di grande impatto turistico anche la cosiddetta Valle delle Miniere Perdute, nei pressi di Zlate Hory, nelle montagne Opawskie, nel distretto di Jesenik. L villaggio di minatori è stato oggi riportato all vocazione grazie all nel 2001 di un museo all con ricostruzioni, allestimenti, esposizioni, mulini auriferi, antiche gallerie ma anche iniziative a tema, come per esempio, il campionato per cercatori d che ogni anno richiama un grande pubblico. A Sud di Ostrava, c il complesso di Dolni Vitkovice, costituito da tre siti tutti risalenti alla prima metà del XIX secolo e tra loro collegati: la Miniera Hlubina, la cokeria e la fabbrica delle acciaierie di Vitkovice con gli altiforni. Qui è quindi rappresentato l processo produttivo: l del carbone, la trasformazione in coke fino al prodotto finale, cioè il ferro grezzo. Un percorso ad anello di circa un chilometro attraversa questo museo a cielo aperto, al centro di un ambizioso progetto di sviluppo che prevede persino la costruzione di un centro universitario e di ricerca.

Non solo miniere. Sorprese sottoterra.

Tanta è la bellezza della Praga che pochi si prendono il disturbo di scoprire che sotto la capitale si nasconde un città, affascinante e misteriosa. Praga sotterranea si scopre attraverso quattro diversi tour, che conducono lungo i cunicoli utilizzati per l elettrico della città e svelano il suo volto tecnologico ma anche segreto.

E una rete fitta di cunicoli, scavati fin dal XIV secolo per fornire agli abitanti una via di fuga in caso di assedio, corre anche sotto Pilsen. Oggi trasformati per lo più in cantine, si dipanano su ben tre livelli. Il labirinto sotterraneo più lungo e articolato di tutto il Paese però è quello di Znojmo: ben 25 chilometri di spazi attrezzati, nascosti sotto pregiati vigneti. Da non perdere nemmeno i sotterranei di Litomerice, Jihlava e le segrete del Castello di Slavkov.

Il fenomeno Zln: con Baa a camminare comodo e guardare lontano.

Non sono in molti a saperlo fuori dai confini nazionali, ma tra le celebrità ceche c anche Tom Baa, imprenditore. L non confonda: nel logo lo si intravvede appena, ma stiamo proprio parlando del fondatore di uno dei marchi calzaturieri più rinomati nel mondo intero. Nato e morto a Zlin, in Moravia, rispettivamente nel 1876 e nel 1932,
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il signor Bat è il fondatore dell azienda tuttora presente sul mercato internazionale ma la sua è una famiglia di artigiani delle scarpe con ben tre secoli di tradizione alle spalle. Con Tomas si arriva all generazione e a una svolta memorabile nella produzione calzaturiera ma soprattutto a una vera e propria metamorfosi della sua città, di cui tra l fu sindaco per alcuni anni. Sotto la sua guida furono apportati importanti interventi urbanistici e architettonici, in nome del funzionalismo. Zlin doveva diventare la ideale per lavoratori felici Tutto doveva essere perfetto e ben concepito. Qui agli operai non doveva mancare nulla: abitazioni confortevoli, cinema, negozi e centri commerciali per le spese, un albergo, un ospedale ecc. Tra i monumenti più significativi, l amministrativo n all dello stabilimento Bat Tra i primi grattacieli d è un chiaro esempio di architettura funzionalista. Alto 77,5 metri per 16 piani, è considerato uno dei capolavori anteguerra. Poteva già vantare aria condizionata, un sistema di consegna posta pneumatico (tramite tubi), ascensori veloci e uno particolarmente ampio, concepito per ospitare niente meno che l verticale del responsabile d che così poteva viaggiare di piano in piano e supervisionare ogni reparto.

Effetto mimetico: i forti nascosti.

Proteggere il territorio e dal territorio farsi proteggere. In Repubblica Ceca è quasi una simbiosi quella tra l e le installazioni militari difensive. Retaggio della guerra, forti, trincee e postazioni belliche sono oggi considerate a tutti gli effetti monumenti tecnici cui l di mimetismo ha ispirato un compenetrazione con pareti di roccia, alture e avvallamenti. Nascosti sotto le colline, lungo cunicoli sotterranei o nel folto del bosco, si scoprono siti inaspettati.

Il manto erboso e le chiome degli alberi possono nascondere persino un cittadella fortificata. E il caso della Fortezza di Josefov, nei pressi di Jaromer, in Boemia orientale, là dove l incontra il Metuje, che sotto i bastioni mimetizzati nel verde cela un labirinto di ben 45 chilometri di cunicoli e gallerie sotterranei. Costruita tra il 1780 e 1787 con qualcosa come 500 milioni di mattoni su ordine dell Giuseppe II, doveva difendere i confini terrestri dall prussiana. Il sofisticato sistema difensivo funzionò: non fu mai assediato o preso. A prenderle d la fortezza, in tempi moderni, sono gli interpreti di musica estrema e metal, protagonisti del fortunato festival Assault in calendario ogni anno ad agosto. Il percorso visitabile, alla luce delle torce e delle lanterne, si snoda tra casematte, gallerie di tiro, artiglieria, arsenale e varie esposizioni. Sempre dell austroungarica, i resti nell di Hradec Kralove, in Boemia nordorientale, alla confluenza dei fiumi Elba e Orlice.

Altro importante monumento militare è il complesso delle fortificazioni cecoslovacche Hlucin Darkovicky. Decisamente più recente (1935 1938), vanta addirittura un sistema di ventilazione e di rifornimento idrico e l telefonico. E un significativo esempio di quello che era un tempo il sistema difensivo cecoslovacco, una sorta di vallo in cemento armato lungo la frontiera con la Germania, costruito ispirandosi alla linea francese di Maginot. Se ne ha testimonianza anche nelle fortificazioni Opava Milostovice, risalenti agli Anni del XX secolo e straordinariamente conservate. Qui tecnici, progettisti, ingegneri edili e soldati hanno dato il meglio per combattere l della Germania nazista. Altra fortificazione cecoslovacca è quella di Satov, servita all fino al 1999. A Slup u Znojma, sempre in Moravia meridionale, c poi il Museo della Fortificazione Cecoslovacca 1938, con ricostruzioni di strutture difensive dell Tra gli altri siti visitabili, anche le fortezze d di Hanicka, Dobrosov e Bouda. Quest è la meglio conservata del suo genere in Repubblica Ceca ed è il miglior esempio di fortificazione prebellica. Recuperata nel 1990 da un gruppo di volontari, oggi offre interessanti percorsi di visita, anche a misura di bambino. Notevole anche la fortezza di batteria di Hurka, alle porte di Kraliky in Moravia, costituita da cinque bunker di massima sicurezza, praticamente impenetrabili, con muri larghi 3 metri e mezzo e attrezzatissimi, dotati persino di una ferrovia a scartamento ridotto interna. Oggi si vedono, tra gli altri, anche la piccola motrice con al seguito i carrelli per il trasporto delle munizioni.

Atmosfere cupe e opprimenti, invece, ma è doveroso non sottrarsi, a Terezin, meglio nota come Teresienstadt, in Boemia settentrionale. Un monumento per riflettere, per non dimenticare. Tra le città fortificate fatte costruire da Maria Teresa in Boemia nel 1780, la fortezza più tardi passò tristemente alla storia per essere stata utilizzata dai nazisti come lager in cui rinchiudere 150.000 ebrei, per lo più giovani e giovanissimi giudei sottratti a forza alle loro famiglie. Al suo interno, oltre ai luoghi drammaticamente veri della crudeltà, anche i memorabilia del Museo del Ghetto.

Venti di pace: di mulino in mulino.

A contrastare le immagini di guerra, cosa meglio dell rasserenante di un mulino a vento, che gira imperturbabile le sue pale sullo sfondo di campagne silenti? Alti, bassi, in pietra o legno, solitari o annessi a laboratori e fabbriche, dismessi o ancora in uso, i mulini punteggiano l territorio ceco, custodi del bel tempo che fu. Un tempo in cui quei loro ingranaggi erano avveniristici, grande intuizione tecnica che migliorò il lavoro dell Moravia, ai piedi dei Carpazi Bianchi, segnaliamo il mulino a vento di Kuzelov: un romantico cono in muratura, in stile olandese, sovrastato da un tetto a scandole su cui sono fissate quattro enormi pale traforate. Del 1842, ha smesso di lavorare solo nel 1946 e oggi è un distaccamento del Museo della Tecnica di Brno. Insieme alle altre adiacenze rurali del sito Hornacko, offre uno spaccato della vita di campagna e dell tra XIX e XX secolo. Ogni anno, poi, presta il suo scenario al tradizionale Festival del Folklore locale. Sempre in Moravia, il mulino a vento con turbina di Ruprechtov, monumento tecnico di alto valore e sotto tutela nazionale. Costruito in mattoni nel 1873, l cilindrico è sovrastato non da normali pale ma da una ruota turbina eolica Halladay, fatta venire dall e unica in Europa. Oggi il mulino ospita un piccolo albergo ma è visitabile su richiesta. A Rudice, nel Carso moravo, lungo la Via del Ferro, altro mulino a vento di ispirazione olandese trasformato in museo di storia locale, con sezioni anche su mineralogia, attività mineraria e metallurgia. Di matrice non olandese ma tedesca invece il mulino a vento di Choltice, nella regione slesiana di Opava, del 1883 e protetto dalle Belle Arti. La sua ruota è la più grande del genere di tutta la Repubblica Ceca e ha girato fino alla seconda Guerra Mondiale. Gli interni con le attrezzature originali sono perfettamente conservati. Nella stanza della madia sono raccolti attrezzi e utensili per l molitoria e la piallatura. Ancora di tipologia tedesca il mulino di Bravinne, nell di Poodri. Ultimo di una serie di mulini che sorgevano nei pressi di Bilovec, l a pianta rettangolare è ben conservato così come buona parte del sistema di macinazione interno. La ruota eolica ha un diametro di 16 metri.

Splendide testimonianze tecniche e storiche anche per quanto riguarda i mulini ad acqua, motori di vere e proprie macchine da produzione. Le notizie certe relative al mulino ad acqua di Pisecna, nei pressi di Zamberk risalgono addirittura al 1596. Nei secoli l su 4 piani è stato sottoposto a continui ammodernamenti, tanto da custodire oggi pezzi unici come la turbina di Francis (1926) e la miscelatrice di farina con coclea verticale. Quello di Hoslovice è il mulino ad acqua più antico di Boemia. Unico nel suo genere, secondo alcuni scritti datati 1352 risalirebbe addirittura al Medioevo. E però verosimile che la struttura attuale abbia circa quattro secoli. Oltre alla sala macina, ospita l del mugnaio. Del complesso, caratterizzato da un tetto in paglia, fanno parte anche il granaio e la stalla. Anche Praga sfoggia ancora alcuni dei suoi mulini ad acqua: quello della Certovka, ovvero del Canale del Diavolo, e quello trecentesco di Sova (Sovovy mlyni) che ospita oggi il Museo Kampa. Più che un mulino sembra un piccolo castello, una dimora patrizia. E il mulino ad acqua di Slup, edificio dalla tipica eleganza rinascimentale che impreziosisce le campagne della Moravia del Sud. Monumento culturale nazionale, si trova a una quindicina di chilometri da Znojmo. Le ruote ad acqua sono ben quattro. Interessanti gli interni in legno, con tutti i macchinari, gli ingranaggi, le macine ecc. Una vera e propria evoluzione tecnologica quella che è toccata al cinquecentesco mulino Pruzkuv, a Straznice in Moravia sudorientale, originariamente alimentato ad acqua, poi a vapore, quindi a cilindri elettrici. Si potrebbe invece considerare un capolavoro di il mulino Jarosuv di Veverska Bityska, dichiarato monumento nazionale in virtù delle sue sofisticate apparecchiature. Qui si scoprono tutti i segreti della molitura e della produzione di diversi tipi di farina. Non solo mulini ma ogni genere di edificio e installazione tecnica alimentate dall idrica si incontrano infine passeggiando lungo la cosiddetta del mulino ad acqua pittoresca sezione del museo all di Roznov pod Radhostem, nella regione valacca intorno a Zlin.

E dopo i mulini vennero le centrali idroelettriche. Nel 1887 Pisek fu la prima città della Boemia a essere illuminata da lampioni alimentati da una dinamo a vapore. La centrale elettrica sorse in luogo del mulino Podskalky. Inizialmente fu anch alimentata da una ruota ad acqua ma poi nel 1901 si dotò di ben due turbine Francis. Dal 1997 è museo, ma i lampioni sono ancora funzionanti. Da non perdere nemmeno la centrale elettrica a condotte forzate di Dlouhe Strane, nel paradiso montano di Jeseniky, in Moravia. Si tratta di un tecnologica davvero unica e vanta la turbina più grande d Il grande invaso è collegato alla centrale sotterranea da due chiuse.

Chiare, dolci acque. Da domare.

Lungo, dentro e sopra i fiumi ecco che l ha lasciato ancora una volta la sua firma. Il Canale di Bat in Moravia meridionale, è un idrica imponente. Lungo 53 chilometri, lo si deve ancora una volta al genio di Tomas Bat che lo fece realizzare tra il 1934 e il 1938 per il trasporto del carbone, su chiatte prima trainate dai cavalli e poi dai trattori. In seguito venne utilizzato anche per lo scambio di merci e alimentari e naturalmente per irrigare la campagna. Lungo il percorso oggi itinerario gettonatissimo dal turismo fluviale, percorribile da maggio a ottobre con canoe, houseboat e barche a motore senza bisogno di patente nautica , si incontrano 13 chi
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Tante conferme, qualche indecisione ed una nuova verit da verificare. in sintesi quello che hanno raccontato i due collaboratori di giustizia Aniello Nasto e Michele Palumbo nel processo al ras del clan Gionta, Luigi Maresca, a giudizio per lomicidio di Natale Scarpa. Ai giudici della Corte dAssise di Napoli hanno raccontato, per lennesima volta, la loro verit sullomicidio del padre dellallora boss dei Gallo Cavalieri. Le novit sono arrivate dallultimo pentito del clan in ordine di tempo. Palumbo ha, infatti, raccontato di aver saputo i dettagli del delitto dopo essere stato scarcerato ed ha aggiunto un tassello alla versione finora sempre raccontata.

Ci sarebbe un altro elemento allinterno del clan di Palazzo Fienga ad aver organizzato il delitto del ferragosto 2006 nei pressi dello stadio Giraud di Torre Annunziata. Si tratterebbe di una persona molto vicina a unodei killer della cosca che, secondo Palumbo, pure avrebbe partecipato allorganizzazione del delitto. Una versione che lAntimafia adesso avr il difficile compito di verificare a distanza di oltre dieci anni. Per il resto entrambi hanno confermato la versione secondo cui a sparare furono proprio Maresca e Francesco Amoruso, morto nel corso della sua detenzione al 41 bis.
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Scriveva all del secolo scorso l Tom Longstaf: Triglav domina un mondo di sogno, un mondo in cui scompare la nozione del tempo, un mondo ricco di angoli reconditi e d fenditure e brecce dove all appaiono forme rocciose che hanno dell

Già, irreale. E l che forse più di altri si adatta a quest selvaggio delle Alpi Giulie slovene. Più si sale, più lo scenario del monte più alto del paese diventa rupestre e lunare: il mondo del Triglav, il Tricorno, è fatto di pietra bianchissima, pareti verticali che si perdono nel cielo, burroni senza fine, desolati altipiani modellati dai millenni. In quota, il vento e l hanno sagomato la roccia calcarea, creato superfici ondulate, scanalature, buche che sembrano orme di animali preistorici.

L del paesaggio è narrata nella leggenda di Zlatorog, il camoscio dalle corna d incaricato di custodire il fantastico tesoro nascosto in un meraviglioso giardino fiorito all del monte Bogatin. Allora la vita scorreva in armonia con la natura; le Dame Bianche, fate gentili e buone, si preoccupavano di mantenere floridi i pascoli e le foreste, ma anche di aiutare gli uomini in difficoltà. Tutto cambiò all quando un avido cacciatore, pur di impadronirsi del tesoro, sparò al camoscio dalle corna d senza però riuscire a ucciderlo. Zlatorog guarì grazie a una pianta magica, la rosa rossa del Triglav, e una volta recuperate le forze fece precipitare il cacciatore da un dirupo prima di sparire con le Dame Bianche. Alle loro spalle restò una landa desolata, il mare di pietra del Tricorno.

In realtà i chimici spiegano più prosaicamente che il paesaggio si deve all meteoritica: la sua acidità trasforma il carbonato di calcio in bicarbonato solubile scavando il suolo e alimentando torrenti che all spariscono sottoterra, per ricomparire a distanza di chilometri e formare sorgenti, laghi, fragorose cascate e fiumi spumeggianti.

All del Triglav che tra il 1920 e il 1945 segnò anche il confine del Regno d sgorgano la Soca (ovvero il tratto sloveno dell e la Sava Bohinjka. Deliziosa è la Dolina Triglavskih Jezer, la Valle dei Sette Laghi: il più basso di questi, il Crno Jezero, si trova a 1.400 metri di altitudine al margine della foresta sopra la parete Komarca, mentre il più alto, il Rjavo Jezero, a circa 2.000 metri nel cuore di un ma insospettabilmente affascinante landa carsica. Questi modesti bacini lacustri non hanno immissari né emissari, ma potrebbero essere collegati tra loro da vie sotterranee che confluirebbero prima nella cascata della Sava Bohinjka e quindi nel lago di Bohinj, il più vasto del paese. La valle rientra nei confini del parco nazionale del Triglav, istituito nel 1981, che si estende per 83.807 ettari tutelando ambienti non ancora deturpati da eccessi urbanistici e da impianti di risalita.

I paesi del fondovalle sorgono ad altitudini piuttosto modeste e non ci sono strade che portano in quota: per scoprire la montagna simbolo delle Alpi Giulie bisogna dunque camminare parecchio, superando almeno 1.500 metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa, quale che sia la direzione da cui si proviene (dall di Pokljuka che si trova una ventina di chilometri a sud ovest di Bled, da Mojstrana o anche dalla Valle di Trenta e da Ribcev Laz, sul lago di Bohinj).

Come la morfologia del paesaggio, anche l di Tricorno è legato a un figura mitologica slovena: un dio con tre teste che esercitava il proprio potere sulla terra, sul mondo ipogeo e sul cielo. La possibilità d la poco rassicurante divinità non scoraggiò il medico Lorenz Willonitzer che, accompagnato da un cacciatore e da due minatori, riuscì a raggiungere la vetta del Triglav. Riportano le cronache dell via da qui in molti punti non è più larga di due scarpe ed è costituita da rocce rotte dai fulmini. Qui gli accompagnatori di Willonitzer iniziarono a farsi timorosi; ma tutti si fecero coraggio e si arrampicarono lungo il filo della cresta fino al punto più alto

L riuscì il 26 agosto del 1778, otto anni prima della storica salita al Monte Bianco che decretò la nascita dell moderno. Oggi la scalata del Triglav è agevolata da corde metalliche che rendono meno difficili anche i tratti più esposti; all del parco sono a disposizione dell una trentina di rifugi gestiti e una buona rete di sentieri, generalmente ben segnati. Per gli sloveni salire su questa vetta (la cui sagoma troneggia sullo stemma e sulla bandiera della Slovenia) è una questione d nazionale, un pellegrinaggio al quale nessun giovane vuole rinunciare, e alcuni anni fa non desistettero dall neanche il presidente e i suoi ministri. Non c perciò da meravigliarsi se, da giugno a settembre e in particolare durante i weekend, i rifugi Trzaska Koca e Koca pri Triglavskih Jezerih sono presi d da decine e decine di escursionisti.

La salita, del resto, è tra le più belle e varie delle Alpi Giulie: dal lago di Bohinj si passa alle faggete, dai pascoli alle pietraie d quota. Il massiccio è celebre anche per la notevole varietà di specie animali e vegetali, alcune delle quali endemiche. Nessuno ha mai trovato la Scabiosa Trenta descritta da Baltazar Hacquet,
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neanche Julius Kugy che la cercò per tutta la vita compiendo centinaia di scalate nei luoghi più remoti. Nato a Gorizia nel 1858, il poliedrico Kugy (come tanti suoi predecessori ed emuli) fu botanico, scrittore, alpinista, esploratore e musicista; a lui va il merito di aver fatto conoscere le bellezze delle Alpi Giulie in tutta Europa e in suo ricordo restano i libri e decine di vie nuove.

Zio Giulio, come ancora lo ricordano gli alpinisti della zona, s della Valle di Trenta, posta al limite occidentale del parco del Triglav: cominciò a frequentarla da giovane, quando era più interessato alla botanica che all e nel 1878 pubblicò la prima monografia sui monti di Trenta. Anche quest delle Alpi Giulie, benché meno noto di altre località della Slovenia, offre scenari di rara bellezza, in particolare lungo il Soca. A nord di Bovec il fiume s in forre profonde, spesso attraversate da ponti di legno sospesi che danno accesso ad abitazioni rurali. Sulle sue acque turchesi si praticano kayak e rafting, anche per percorsi piuttosto impegnativi, mentre chi ama il parapendio potrà decollare da una postazione non lontana dal rifugio Mangartskemsedlu (1.906 m), ottima base di partenza per la salita al Mangart (vedi PleinAir n. 362).

in cammino per tempo scriveva Kugy sali per la via più facile e breve e rimani a lungo su quel largo osservatorio che domina i monti e il mare, e guarda, guarda! Credi a me, è un consiglio buono E arrivati in cima non si potrà che dargli ragione.

PleinAir 372/373 luglio/agosto 2003

Due le direttrici possibili: da Tarvisio continuare per la statale 54 fino a Ratece (confine di stato), quindi proseguire per Bled dove si gira a destra per Bohinjska Bistrica; da Gorizia, passata Ratece, raggiungere Nova Gorica e continuare per la strada 310 che porta a Tolmin e a Bovec. Il parco del Triglav si trova lungo questo itinerario (vedi anche PleinAir n. 335). Ecco le tappe principali: Nova Gorica, Tolmin, Kobarid (Caporetto), Bovec (Plezzo), Valle di Trenta, salita al tortuoso passo Vrsic, Kranjska Gora, Jesenice, laghi di Bled e di Bohinj.

Per entrare in Slovenia sufficiente la carta d’identit valida per l’espatrio. Per la guida basta la patente italiana.

Il periodo migliore compreso tra giugno e settembre; a inizio stagione, sui canali pi alti esposti a nord, si possono incontrare tratti gelati che richiedono cautela.

La moneta nazionale il tallero sloveno; un euro equivale a circa 235 talleri.

L’idioma ufficiale lo sloveno, ma nelle zone turistiche si parlano anche l’inglese e l’italiano.

Per chiamare dall’Italia alla Slovenia il prefisso internazionale lo 00386, seguito dal prefisso locale (senza lo 0) e dal numero di telefono. Il paese dispone di numerosi camping, in genere ben attrezzati anche per attivit sportive. Localit per localit ecco alcuni indirizzi utili.

Bohinjsko Jezero Camping Zlatorog, all’interno del parco del Triglav (aperto dal 15 maggio al 30 settembre, tel. 00386/4/5723483).

Bohinjska Bistrica Camping Danica, in un bosco (aperto dal 1 giugno al 30 settembre, tel. 00386/4/5721055).

Bled Camping Bled (aperto da aprile a ottobre, tel. 00386/4/5752000).

Bovec Kamp Polovnik, a circa mezzo chilometro dall’Hotel Kanin (aperto da aprile a settembre, tel. 00386/5/3886069).

Kamp Liza (aperto dal 15 aprile al 15 ottobre, tel. 00386/5/3896370).

Bohinjsko Jezero E’ possibile noleggiare attrezzature da alpinismo presso Alpin Sport (Ribcev Laz 53, tel. 00386/4/5723486). Per contattare guide alpine: Alpinum (Ribcev Laz 50, tel. 00386/4/5723441).

Bled Per escursioni a piedi, in canoa o in mountain bike ci si pu rivolgere all’agenzia Promontana (Ljubljanska Cesta 1, tel. 00386/4/5742605).

Bovec L’associazione Soca Rafting (tel. 00386/5/3896200), nei pressi dell’ufficio postale, propone escursioni di rafting e kayak sul fiume Soca.

Bohinjsko Jezero Le sorgenti della Sava e la cascata Savica (vedi riquadro “A piedi sul Triglav”), il Plansarski Muzej (museo del cascinaio con degustazione di prodotti tipici, chiuso il luned l’Oplenova Hisa (abitazione rurale del secolo scorso) a Studor e il Tomaza Godca (museo militare, Zoisova 15) a Bohinjska Bistrica.
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Non esistono cuccioli che appena arrivati in una nuova casa non causino qualche danno. Sebbene chi vi dà il cane vi riempia di rassicurazioni, sappiate che il nuovo arrivato ha bisogno di un certo tempo (di solito molto breve) per conoscere la sua nuova abitazione e per imparare a viverla rispettando le regole.

2 ciotole: una per l’acqua e una per il cibo, meglio in acciaio inox perché sono più igieniche, e della misura adatta alla razza, non al cucciolo! Non è utile cambiare ciotola via via che cresce.

1 tappetino imbottito: della misura giusta per la sua taglia di adulto. Mettete il tappetino sotto un tavolo, sotto una scrivania, ma anche in uno scatolone se il cane è molto piccolo. Deve sentirsi protetto, come racchiuso in una tana.

Qualche giocattolo: uno straccio arrotolato e annodato, una vecchia ciabatta sono già dei divertentissimi giocattoli per i cuccioli. Se li volete acquistare scegliete quelli che vi piacciono, ma evitate palline e giochi con fischietti all’interno. Così come i bambini, anche i cuccioli rischiano il soffocamento ingoiando gli oggetti troppo piccoli. Per lo stesso motivo, tra le palline, scegliete quelle con attaccata una cordicella.

1 trasportino: indispensabile per trasportare il cucciolo in macchina. E che sia della misura adeguata, vale a dire dove il cucciolo può stare comodamente in piedi e seduto. Tutto qui!
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Per il momento non ha bisogno di altro.

All’arrivo del cane in casa conviene togliere dalla sua portata tutti gli oggetti preziosi o a voi cari: il vostro piccolo amico potrebbe correre e buttare giù un vaso di gran valore o una lampada appoggiata da sempre su un tavolino basso. Giocate d’anticipo dunque: spostate sui piani alti tutti gli oggetti da salvare, in attesa che il cane abbia imparato a muoversi nel suo nuovo ambiente.

Non sarà però possibile togliere dalla loro portata gambe di tavoli o sedie e mobili. E i cani, si sa, adorano rosicchiare: allora sacrificate una vecchia scarpa che possa liberamente mordicchiare e riuscirete a salvaguardare mobilio (e scarpe nuove!).

Mettete al sicuro gli oggetti, ma mettete anche al sicuro il vostro cane. Ci sono delle precauzioni da osservare all’arrivo di un cucciolo in casa. Ecco alcuni oggetti che sono tra le principali cause di incidenti con gli animali domestici:

il ferro da stiro e i suoi cavi;

oggetti pesanti alla portata del cane, che possono crollargli addosso procurandogli del male;

tutto ciò che potrebbe essere urtato e cadergli addosso, come le scale e le stesse assi da stiro appoggiate al muro.

Per quanto si voglia insegnare a non sporcare, c’è qualcosa di assolutamente inevitabile: la caduta del pelo. Alcune razze lo perdono durante tutto l’anno, altre nei periodi di muta.

I peli si raccolgono facilmente con un passaggio di aspirapolvere su pavimenti, tappeti e tappezzerie. Ma per evitare di mettersi continuamente all’opera con l’aspiratore, il consiglio è quello di rivestire divani e poltrone con coperture facilmente estraibili e lavabili. Basta togliere le coperture e il vostro salotto sarà pronto per gli ospiti e le potrete lavare ogni volta che serve.

All’arrivo di un cucciolo in casa, usate questi piccoli suggerimenti per accoglierlo bene e per aiutarlo fin da subito a crescere serenamente nel suo nuovo ambiente e con la sua nuova famiglia. Non spaventatevi davanti a cuccioli attivi e giocherelloni. Devono solo imparare le regole e lo faranno in fretta!
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Da ormai quasi un mese è al lavoro il comitato che selezionerà una cinquina di candidati a dirigere molti dei principali enti di ricerca italiani da sottoporre al ministro, che poi, sulla scorta delle indicazioni ricevute, provvederà a nominare i nuovi presidenti. Lo sapevate? Ecco, appunto.

Il comitato è composto di cinque scienziati di fama, tutti degni della massima stima. Sono:

Francesco Salamini (coordinatore del comitato), già professore di botanica e fisiologia presso la Facoltà di agraria dell’Università di Piacenza e direttore del Dipartimento di miglioramento genetico e fisiologia delle piante della Max Planck Gesellschaft zur Frderung der Wissenschaften di Colonia dal 1985 al 2002;

Gaetano Lombardi, del Dipartimento di endocrinologia ed oncologia molecolare e clinica dell’Università “Federico II” di Napoli;

Angelo Spena, direttore del Laboratorio di fisica tecnica ambientale all’Università di Roma Tor Vergata;

Pasquale Pistorio, ingegnere elettrotecnico, ex presidente di STMicroelectronics e membro del direttivo di Confindustria;

Fabiola Gianotti, fisica subnucleare e portavoce dell’esperimento ATLAS al Large Hadron Collider del CERN.

La cinquina è stata nominata dal ministro Gelmini il 2 maggio e si è messa subito al lavoro. Tanto che il 20 maggio sul sito del MIUR veniva pubblicato l’avviso di chiamata pubblica per le candidature alla guida dei seguenti enti:

CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE :selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 7 dello Statuto);

AGENZIA SPAZIALE ITALIANA: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto)

e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE: selezione per la nomina di due componenti del Consiglio Direttivo (art. 12 dello Statuto) uno dei quali andrà a far parte della Giunta Esecutiva (art. 14 comma 3 dello statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI ASTROFISICA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 6 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di due componenti del CdA (art. 6 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI OCEANOGRAFIA E DI GEOFISICA SPERIMENTALE : selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

STAZIONE ZOOLOGICA “ANTON DOHRN”: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto).

ISTITUTO NAZIONALE DI RICERCA METROLOGICA: selezione per la nomina del Presidente (art. 5 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 6 dello Statuto);

CONSORZIO PER L’AREA DI RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA DI TRIESTE: selezione per la nomina del Presidente (art. 6 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 7 dello Statuto);

ISTITUTO NAZIONALE DI ALTA MATEMATICA: selezione per la nomina di un componente del CdA (art. 5 dello Statuto);

MUSEO STORICO DELLA FISICA E CENTRO DI STUDI E RICERCHE “ENRICO FERMI”: selezione per la nomina del Presidente (art. 7 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 8 dello Statuto);

ISTITUTO ITALIANO DI STUDI GERMANICI: selezione per la nomina del Presidente (art. 4 dello Statuto) e di un componente del CdA (art. 5 dello Statuto).

Sono dodici, in tutto. E vale la pena apprezzare il passo avanti che il ministro fa segnare rispetto alla consolidata tradizione della politica italiana di selezionare i vertici degli enti di ricerca sulla base di uno spoil system che negli anni è riuscito a far assurgere agli onori delle cronache anche personaggi di rara mediocrità.

Ma come al solito in Italia le rivoluzioni sono a metà,
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e questa non è da meno.

Mi chiedo per esempio perché del comitato di selezione non faccia parte nessuno scienziato straniero, non credo che nessuno avrebbe gridato allo scandalo e forse la presenza di qualcuno al di fuori del mondo accademico italiano sarebbe stata un’ulteriore garanzia di indipendenza.

Mi chiedo anche perché i membri del comitato siano soltanto cinque. Sono pochi, e nemmeno lontanamente coprono tutte le aree disciplinari degli enti di ricerca vigilati dal MIUR. Per non parlare dell’Istituto italiano di studi germanici, per il quale forse sarebbe stato opportuno un comitato a sé, data la peculiarità della disciplina. (Mi si obietterà che non è importante che i membri del comitato siano esperti delle singole discipline, ma che abbiano dimestichezza con i metodi di valutazione. Ed è vero, naturalmente, anche se forse una minima infarinatura non guasterebbe.)

E mi chiedo, infine, perché siano stati concessi solo 20 giorni di tempo per presentare le candidature.

Ma il punto che più mi sta a cuore è un altro. Voci di corridoio mi dicono che complessivamente siano arrivate circa 150 domande, all’attenzione del Comitato di selezione. Oltre una trentina per la sola presidenza del CNR, con le loro belle informazioni articolate secondo i punti indicati all’articolo 3 dell’avviso di chiamata pubblica. Ora, il Comitato sceglierà una cinquina (ove possibile) per ogni ente e la sottoporrà al ministro. Il quale nominerà il presidente di ciascun ente secondo criteri che non ci è dato sapere.

Per questa ragione, e per altre che sarebbero ovvie in un paese civile, non mi sembrerebbe inopportuno che il sito del Ministero pubblicasse in rete, entro apposito contenitore, i nomi, i cognomi e i curricula di tutti coloro che hanno presentato la propria candidatura per la presidenza di ciascun ente di ricerca. Perché il presidente di un ente di ricerca percepisce uno stipendio pagato dai cittadini, né più né meno come il ministro, e dunque i cittadini di un grande paese democratico avrebbero il diritto di sapere chi sono le persone che si candidano e di sapere secondo quali prerogative sono selezionate.

Invece, forse, non sapremo nemmeno chi saranno i cinque selezionati dal Comitato per ciascun ente. Probabilmente saremo informati dal ministro in una conferenza stampa, o con un bel video su YouTube, che fa tanto al passo con i tempi, che gli enti di ricerca vigilati dal Miur hanno nuovi presidenti. Che sono stati scelti secondo criteri rigorosi sulla base delle loro inequivocabili qualità e capacità, con il contributo di un apposito Comitato di selezione, in nome della trasparenza. La trasparenza de noantri,
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appunto.

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Come nella fiaba del tipo La bella e la bestia, l potr venire solo quando una sposa affronter le prove necessarie: prima di lei due spose sono state uccise dal Re , e rappresentano due fallimenti che precedono e preparano la sua entrata in scena. L avviene come per magia, con un ago calamitato, oggetto misterioso forse anche per la narratrice stessa, che nominandolo per la seconda volta, come rivolgendosi allo stesso Imbriani, dice: Prende l cos

La prova di Ginevra bella fra le pi lunghe e dure fra quelle delle fiabe: deve consumare sette paia di scarpe di ferro, sette mazze e sette vestiti di ferro, e deve anche riempire sette fiaschettini di sue lacrime.

A una disgrazia che dipende dal femminile materno corrisponde una riparazione effettuata dal femminile della sposa, che dopo aver finito il suo compito deve anche svegliare il Re dall merita certo il finale felice.

La fiaba, presente nell napoletana della Novellaja fiorentina (1871) potrebbe aver ispirato la novella evocata da Giosu Carducci in Davanti San Guido (1874):

O nonna, o nonna! deh com bella

Ditela a quest savio la novella

Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate

Di tutto ferro per te ritrovare:

Sette verghe di ferro ho logorate

Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

Sette lunghi anni, di lacrime amare:

Tu dormi a le mie grida disperate,

E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Come in tutte le fiabe si procede da una condizione disumana, o da un rischio mortale, legati alla famiglia d verso il lieto fine che rappresenta la piena autonomia l al trono e la fine della solitudine le nozze. La complessit e la difficolt della vicenda sono da intendere in questa fiaba come l lavoro di elaborazione del lutto da parte della protagonista femminile, e la difficile umanizzazione nel protagonista maschile. Figure femminili disseminano ostacoli la vecchia mendicante, la regina madre, le prime due spose, la sposa usurpatrice, impediscono se intesi a dovere possono figure femminili li rimuovono o li superano Ginevra e le vecchiette che donano la nocciola e la mandorla magiche. Il re padre non esiste, non viene neppure nominato: come nella vita questa mancanza un ostacolo quasi insormontabile nel cammino che porta alla condizione adulta. Ma le fiabe mettono in scena ostacoli insormontabili per raccontare come si possa sempre cercare una via per superarli: qualcuno, tanto tempo fa, lontano lontano, ce l fatta.

E se escono tesori dalla nocciola, dalla noce e dalla mandorla ricevuti in dono lungo il cammino, bisogna sacrificarli senza esitare, anche se niente ci garantisce il successo: le galanterie se le prende la regina usurpatrice che alloppiando il vino del re gli impedisce di sentire la povera Ginevra. Ma cosa sono le galanterie? Tra il 2006 e il 2007 a Palazzo Pitti si potuto vedere quel che resta della straordinaria collezione di galanterie di Anna Maria Luisa dei Medici,
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che da D le port a Firenze, quando nel 1716 rimase vedova dell Palatino. Oggetti preziosi per l e i materiali, talora veri e propri gioielli, accrescono la loro magia nelle fiabe, dove escono da una noce e saltano autonomamente. La fiaba popolare custodisce spesso segreti tesori di cui nemmeno lo stesso narratore consapevole, perch in un altro tempo qualcuno possa goderne.

I genitori e gli insegnanti che intendono la fiaba nel suo significato non letterale, concreto, simile a quello del sogno notturno, delle fantasie a occhi aperti e di tanti film contemporanei, potranno leggere il Re ai loro bambini.

Vittorio Imbriani nato a Napoli nel 1840, figlio di un liberale costretto all e di una madre appartenente alla famiglia dei Poerio, letterati e patrioti, da bambino visse all con la famiglia, e studi a Zurigo e a Berlino, fu volontario nella seconda guerra di indipendenza (1859) e garibaldino (1866), e protagonista di molti duelli, che gli causarono seri problemi giudiziari. Vener de Sanctis le cui lezioni segu a Zurigo, ma ruppe con lui per divergenze politiche: hegeliano conservatore, polemizz con stizza contro la sinistra italiana del tempo. Dalla sua posizione anticonformista dedic per primo l che meritava al gran Basile, che Benedetto Croce avrebbe in seguito tradotto, definendo lo Shakespeare della favola l del primo e del pi bel libro di fiabe pubblicato nel mondo: Il cunto de li cunti o Pentamerone (1634 1636).

Fra relazioni sentimentali turbinose e rancori per i riconoscimenti ufficiali che mancavano, forse a causa del suo forte anticonformismo la cattedra di letteratura italiana a Napoli alla quale da tempo aspirava gli sarebbe arrivata solo quando era tanto malato da non poter tenere nemmeno una lezione, due anni prima della morte avvenuta nel 1886 Vittorio Imbriani scrisse raccolte di storie popolari, saggi, testi politici, racconti e romanzi. Durante un soggiorno fiorentino raccolse le fiabe fiorentine della Novellaja, ascoltandole e stenografandole personalmente da narratori e narratrici analfabeti, con un rispetto e un che hanno preservato la freschezza e lo spessore della tradizione popolare. Chi ancora non conosca Vittorio Imbriani pu farsi un della sua cultura leggendo questa fiaba con i dotti riferimenti che le seguono, relativi a favole sia del passato che delle raccolte a lui contemporanee. Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare da Vittorio Imbriani. Ristampa accresciuta di molte novelle inedite di numerosi riscontri e di note, nelle quali accolta integralmente La Novellaja milanese dello stesso raccoglitore. Livorno: Tipi di F. Vigo 1877. Pp. 168 175. [Prima edizione: 1871]La Novellaja fiorentina, ristampa anastatica, prefazione di Marcello Vannucci; Palermo: Edikronos 1981.
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Il 16 agosto scorso, due mesi fa, è stato il quarantacinquesimo anniversario del concerto di Woodstock, l’evento simbolo del Sessantotto. Una tre giorni di musica e droga, di sballo e di balli. Ed, infine, di immensa solitudine.

La laicista femminista Dacia Maraini guarda tuttavia con orgoglio a quegli anni dove, finalmente, vennero distrutti la famiglia e il concetto di matrimonio. Negli anni Sessanta, ha spiegato, era cominciato lo sfaldamento del monolito, poi il colpo di grazia lo aveva dato il Sessantotto, procurando mutamenti ancora più profondi. Una sessantottina pentita è invece Camille Paglia: Il distacco dalla realtà è la conseguenza di un improntata a un materialismo estremo. Responsabile è stata la mia generazione. Ed è colpa anche di Foucault e di Derrida. La lettura esclusivamente politica del la negazione di ogni ricerca spirituale ha scatenato una reazione eccessiva: la tradizione religiosa è stata bandita dall Negli anni Sessanta c persone che la pensavano come me, interessate al nostro lato spirituale, ma non sono qui per raccontarlo a causa dell Effettivamente, come ha spiegato Joseph Ratzinger nel suo celebre al cristianesimo la nuova generazione guardò al cristianesimo come un errore (J. Ratzinger, al cristianesimo Queriniana 2005, p. 7)

La rivoluzione degli adolescenti, potremmo chiamarla, che ancora oggi sono rimasti eterni bambini. Marcello Veneziani usaconcetti simili: Il ’68 somiglia maledettamente al primo fascismo rivoluzionario, col suo mito vitalista e giovanilista, la sua voglia di trasgredire, il suo spirito antiborghese e antisenile. Si rivoltarono alle presunte e ne crearono altre: dalla droga, già citata, alla diffusione capillare della pornografia, del libertinismo, fino alla pedofilia legittimata in nome della liberazione sessuale (vedi Sartre, Foucault e Cohn Bendit). Il politologo Giovanni Sartori ha usato parole dure contro la del la quale ha sulla coscienza la crisi di valori odierna: I sessantottini si dividono tra gli imbecilli che sono rimasti tali e i furbacchioni che hanno fatto carriera dimenticando il loro passato.

L vicedirettore di Giampaolo Pansa, ha commentato: Fu un tragico bluff il Sessantotto. Per di più coperto e difeso da un’ondata di retorica mai vista prima in Italia. Il Sessantotto avrebbe cambiato tutto in meglio: la politica, l’economia, la società, la scuola, la cultura, la famiglia, i rapporti tra maschio e femmina, persino l’educazione dei bambini. A conti fatti non accadde nulla di tutto questo. L’unico, vero frutto fu il terrorismo di sinistra, il mostro delle Brigate rosse.

Se questa è l del purtroppo ha commentato Giuliano Guzzo nel suo blog , rimane un Sessantotto che affascina ancora molti, a partire dai giovani, convinti che sia stata un’epoca stupenda. L’esatto opposto di quello che, con la loro forza incontestabile, dicono i fatti.

La redazioneA proposito del su questo sito qualche giorno fa ho trovato un giudizio perfetto che legge realisticamente i tempi moderni. Per chi se lo fosse perso:

Ugo Volli, ordinario dall’Università di Torino: ad imporsi sono le posizioni nate sul tronco radicale dell’individualismo etico, che si è fuso con il marxismo nel pensiero sessantottino e che fatica ad accettare che qualcuno possa pensare in termini diversi. Sui mezzi di comunicazione impera il politicamente corretto, che presuppone che si possa iniziare a ragionare solo a partire da una serie di premesse. politicamente corretto tutto ciò che parte dall’individualismo etico,
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dal sessantottino “il corpo è mio e lo gestisco io”, tanto per intenderci. Chi nega questo presupposto viene squalificato a priori e sui media non trova più spazio per discutere. Questo discende dall’unico assoluto oggi rimasto: il relativismo, secondo il quale ciascuno decide da sé ciò che è bene e ciò che è male, senza riferimento agli altri. L’idea che esista una razionalità capace di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato è considerata autoritaria, e quindi sbagliata. questo il grande paradigma sessantottino: a contare non è il tentativo di raggiungere una verità, ma solo la certezza personale. Paradossalmente, per esempio, se qualcuno contestasse l’eterologa dicendo “a me non piace” troverebbe più ascolto di chi dice “non è giusta in base al tal argomento”. la forma generale del ragionamento razionale che su questi temi viene rifiutata. Viviamo in una società basata sull’individualismo metodologico: non solo è bello quel che piace, ma è giusto quel che pare

Vede, il (che si potrebbe meglio chiamare e come una moneta, che ammette un retro, ma anche un verso.

Il fatto che un certo numero di persone aderisse a determinati valori solo nella forma, significava comunque che la societa intera li riconosceva come positivi e che nel suo insieme sanzionava chi li violava.

Del resto vedo anche una certa dose di ipocrisia in certe persone che, dopo essersi scambiati liberamente impegni di reciproca fedelta di fronte a tutta la societa da un giorno all fanno saltare tutto, perché si sono stancati.

E magari lo fanno all del essere onesto con voi, senza ipocrisie

Tutto sommato mi pare molto piu comoda questa ipocrisia, rispetto al vecchio e non credo che le altre persone coinvolte, la cui vita viene stravolta da questa la apprezzino molto.

In realta con la fine del vi e stata di fatto anche la fine dei valori e dei vincoli sociali che, in taluni, certo lo alimentavano, ma che davano solidita all societa

Premetto che on line io do del tu a tutti ed invito gli altri a fare lo stesso con me ma non fraintenderlo come mancanza di rispetto.

In parte mi riconosco in ciò che hai scritto, cercherò di fare dei distinguo sui passaggi che non condivido pienamente:

certo numero di persone aderisse a determinati valori solo nella forma

Il problema è che questo certo numero era diventanto nel tempo la stragrande maggiornaza (per la visione che ne ho io, tu sei libero di dissentire, anzi mi piacerebbe sapere la tua opinione al riguardo visto che in fondo io non c e tu forse neanche) però faceva si che la società non fosse, come dici tu, fondata sui valori ma sull Cerco di non restare sul vago: io trovo che una società in cui 10 individui vanno a Messa la domenica con cognizione di causa sia infinitamente migliore di una in cui tutti ci vanno perché è usanza farlo. In un certo senso stiamo tornando ai tempi dei primi cristiani, in cui la società era più sporca ma i pochi cristiani erano veri cristiani.

se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? io credo che il sale stia pian piano tornando salato perché adesso non può fare altro. O il sale torna salato o sparisce come elemento

essersi scambiati liberamente impegni di reciproca fedelta’ di fronte a tutta la societa’, da un giorno all’altro fanno saltare tutto, perché si sono stancati

In realtà questi impegni di reciproca fedeltà, nel bene o nel male, stanno sparendo e i casi da te citati non sono altro che strascichi di ipocrisia a mio vedere. Il mondo non è mai stato buono, ha solo mostrato una maschera per un certo periodo ed i cristiani ci sono cascati con tutte le scarpe, ora forse si sveglieranno. Comunque, anche se forse non si direbbe da ciò che scrivo, anche a me piacerebbe di più una società in cui le unioni fossero stabili e chiare ma d parte una società in cui i rapporti fossero più veri e meno simulati forse l comune ritornerebbe a stupirsi dei cristiani come si vogliono bene Il problema semmai è se ci saranno ancora i cristiani di questo passo. Ma questo non dipende da noi, noi siamo chiamati solo a vivere al nostro meglio, il resto dipende dal Signore (se il Signore non costruisce la casa, invano si affannano i costruttori)

Hai ragione, i valori ed i vincoli sociali sono finiti, ora c spazio per i veri valori ed i veri vincoli. Non affezioniamoci all apparente di quello che dava l di essere un mondo cristiano ma che in realtà non lo era se non nell Perché quando si commettono stragi o altri atti di crudeltà con l o comunque il tacito assenso dei cristiani vuol dire che qualcosa non va, è un paradosso che grida al Cielo e che non può durare per sempre

Io ho 51 anni, quindi ahime nel 1968 c gia vissuto in un isola felice ma non vedevo tutta questa ipocrisia attorno me.

Nelle famiglie del mio giro parentale c problemi gravi come ci sono nelle famiglie di oggi, ma si teneva duro e si andava avanti, talvolta con molta fatica.

Non ho una cosi alta opinione di me da permettermi ora di giudicare se gli adulti i denti per per amor nostro o per intima convinzione del valore morale del loro sacrificio

Non me ne importa una cippa, perché il sacrificio c comunque ed il risultato finale per noi bambini era il medesimo: la sicurezza di una famiglia stabile.

Non ho cosi altrettanto alta opinione di me,
ugg boots cheap la tragica eredità della generazione perduta
da permettermi di giudicare la motivazione di coloro che andavano a Messa la domenica in gran numero.

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Maurizio Bonora, ricostruzione dei decani del Sagittario, 1992, tempera su tavola

Nel mese di Novembre, in corrispondenza con il trionfo di Diana, abbiamo, nella fascia astrologica, il segno del Sagittario. Le tracce e i frammenti pittorici rinvenibili di questo comparto sono tanto numerosi da consentire di ricomporre con relativa facilit il quadro generale. A sinistra, nello spazio attribuito al primo decano, sono ben evidenti le sagome e qualche particolare di due figure maschili, della dimensione variabile fra i 75 e gli 80 cm occupanti la zona pi a sinistra del comparto, libero quindi nella destra per un eventuale terzo elemento. La prima figura rappresentata di spalle, in abiti da palazzo, e tiene una lancia in mano. La seconda invece posta frontalmente, ed posizionata al centro dello spazio. La sagoma delle gambe, dai contorni un poco rigidi e la conclusione molto appuntita dei piedi inducono a considerare l di una figura armata con corazza. A destra appare significativamente solo una scura sagoma con piccoli frammenti nerastri che suggeriscono, per dimensione e andamento, il fusto di un albero. In questa situazione, dove le tracce della parete determinano fortemente il carattere delle rappresentazioni, la comparazione di fonti, epigoni e iconografia esistenti diviene riferimento obbligato per ogni decisione relativa ad attributi e particolari: un uomo armato, nudo con arco e frecce, secondo Albumasar, con corazza e grande spada secondo la versione concorde degli epigoni di Astrolabium, Agrippa e Bruno vengono da me accolte come la lezione significativa e coerente con i ritrovamenti da sviluppare.

Nella parte centrale, destinata allo Zodiaco, sempre i circoletti delle stelle incisi sul muro guidano il completamento della sagoma del Sagittario, del quale rimane la componente animale sotto forma di traccia, disposta sopra al disco solare e concordemente orientata, con la sala, da destra verso sinistra. Ho dedotto, dall del profilo visibile, la combinazione di un uomo con un leone, in alternativa al pi ovvio cavallo, trovando conferma di tale ipotesi nel raffronto con la tradizione iconografica faunistica della Bibbia di Borso d di poco anteriore, dove centauri miniati dal corpo leonino testimoniano, accanto ad un vastissimo campionario di commistioni tra quadrupedi e uomini o donne, la pi fervida elaborazione figurativa che sul bestiario fantastico si andava elaborando nello Studio ferrarese del secondo Quattrocento. Tra le varie tipologie ho avuto l di scegliere quella pi rispondente al contesto stilistico di Schifanoia avvalendomi infine, nella risoluzione complessiva della figura, di un interessante raffronto, sia pure all della contrapposizione di logica formale, con il Sagittario di Agostino di Duccio nel Tempo Malatesiano. Se a Schifanoia domina l la Cappella dei Pianeti risponde ad uno slanciato verticalismo. Se il fondo su cui si muovono le figure zodiacali in Schifanoia rinuncia alle acquisizioni della scienza prospettica, l fiorentino trasforma il fondo marmoreo in spazio, realizzando pittoricamente le parti in profondit della figura. In un combinazione tra colore e rilievo questi porta alle estreme conseguenze lo stiacciato che si appiattisce al punto da divenire spazio pittorico dalla valenza inequivocabilmente prospettica, come soluzione tipicamente rinascimentale alla ridefinizione dello spazio secondo la pi recente sensibilit percettiva.

Maurizio Bonora, rielaborazione al tratto delle tracce della fascia maediana del mese di novembre

Esattamente in corrispondenza del centro del comparto, sopra la figura del Sagittario, superstite la sagoma di una testa femminile del secondo decano. Il ritrovamento sarebbe consono alla tradizione sia di Albumasar, che tramanda di una donna capelluta riccamente vestita, sia dei posteriori Agrippa e Bruno, descriventi una donna dai diversi attributi. La posizione dell nel suo insieme, stata atteggiata in relazione allo sviluppo del Sagittario, il quale gi occupa una parte alta del comparto, in osservanza anche ai principi costruttivi dell ciclo, dove le figure dei decani sovrastanti i segni astrologici rispondono con la posizione raccolta alla carenza di spazio. L del putto musicante ispirato alla descrizione di Bruno nel quale si annuncia la presenza di almeno tre bambini. Quello che appare come un oggetto sembrerebbe suggerire una struttura di carattere architettonico ma di proporzioni dimensionate alla grandezza di un mobile a forma di un grande scranno. Non esistono testimonianze da me accertate che possano corrispondere a questo elemento. Con probabilit ci troviamo di fronte ad un “intervento” interpretativo del pittore che si incaricato dell del comparto, risolvendo figurativamente in tal modo le descrizioni assegnategli. Un importante frammento si trova nella parte bassa di questa struttura, al centro del lato esteriore: si vedono i resti di due piedi. L accurata ha messo in evidenza che la figura non calza scarpe, bens ha i piedi avvolti in qualcosa che assomiglia ad una corteccia d tale attributo corrisponde esattamente alla tradizione di Albumasar , il quale descrive un uomo di colore bruno dorato con una tunica di corteccia d con in mano due bastoni. Negli epigoni si conferma la figura maschile dal colore dorato con la presenza di un bastone. Le soluzioni cromatiche, per tutto il lavoro svolto, derivano in buona percentuale dai frammenti nei quali chiaramente riconoscibile il colore originario, e dai completamenti necessari di mia personale scelta guidati dai criteri stilistici di equilibrio coloristico dei comparti. (Maurizio Bonora)

Fascia mediana I tre decani accompagnati al segno zodiacale del Sagittario

Dalle tracce rimaste di questo decano, si pu solo immaginare che doveva trattarsi di una figura umana, di cui si distinguono ancora le gambe. Impossibile procedere a qualunque tentativo di identificazione.

Secondo decano (Sagittario II)

Il secondo decano del Sagittario potrebbe corrispondere ad una figura seduta su una specie di trono o di cassa. Forse la cassa potrebbe ricordare lo scrigno aperto, pieno di gioielli, menzionato dal trattato di Albumasar, in cui si parla di una piccola cesta contenente nastri e bende. Le tracce restanti di questo decano non consentono identificazioni.

Del segno zodiacale del Sagittario, rimasta traccia solo della parte inferiore, simile ad una sorta di levriero allungato nello slancio della corsa. (Marco Bertozzi)

Fonti testuali e contestuali sui decani del Sagittario

Albumasar: “Uomo nudo senza testa o centauro. Uomo nudo con arco e freccia”.

Astrolabium Planum (1488): “Prima facies, Mercurio. Significa audacia, libert e guerra”.

Enrico Cornelio Agrippa, De Occulta Philosophia (1533): “Prima facies. Si erge l di un uomo che indossa una corazza, e con la spada snudata. Attesta il significato di attivit belliche, arditezza e libert Bruno, Imagines facierum (1582): “Prima facies. Ascende un uomo armato che porta nella sinistra uno scudo e nella destra una spada grandissima tanto che si vede la terra tremare. Il significato allude all violenza e rifiuto del dominio e delle leggi degli uomini”.

Albumasar: “Donna capelluta vestita riccamente con cestello che contiene bende e nastri”.

Astrolabium Planum (1488): “Seconda facies, Luna. Esprime il timore, la lamentazione dolorosa e la paura per il proprio stesso corpo”.

Enrico Cornelio Agrippa, De Occulta Philosophia (1533): “Seconda facies. Ascende una donna in lacrime, coperta di panni, si designano l e il timore per il proprio corpo”.

Giordano Bruno, Imagines facierum (1582): “Seconda facies. Si eleva una donna triste con lugubre veste, che porta dei bambini fra le braccia e un altro bambino per mano. Indica il timore di acquisire tristezza e concepire una soggezione obbediente”.

Albumasar: “Uomo di colore bruno dorato con tunica di corteccia d tiene in mano due bastoni”.

Astrolabium Planum (1488): “Terza facies. Sono simboleggiati in esso la testardaggine che non si lascia rimuovere, l la tendenza al male e le cose orribili”.

Enrico Cornelio Agrippa, De Occulta Philosophia (1533): “Terza facies. Ascende un uomo di colore aureo, oppure un uomo dedito all che giocherella con un bastone. Significa la cocciutaggine, la disposizione al male, contese e temibili cose”.

Giordano Bruno, Imagines facierum (1582): “Terza facies. C un uomo disteso per terra che agita un bastone con volto pallido e un abito squallido e un porco gli sta vicino e scava per terra. E un litigiosa, rissosa e ostile alla pace”. (Maurizio Bonora)
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