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Il paper analizza i paesaggi sociali che nascono dalla configurazione spontanea di gruppi che si coagulano seguendo l’istinto di sopravvivenza e lo stato di emergenza e configurano frontiere degli stati nazione non più lineari ma fluide.

In questo contesto emerge una forma di socialità allargata, multiculturale dove la garanzia della dignità umana si fonda su atti di rinnovata solidarietà e che induce a cambiamenti radicali.

Il paper riporta il progetto Healthcare Design for Immigrants, un sistema di servizi destinati alle popolazioni immigrate che garantisce l’efficienza e l’accesso diffuso al sistema sanitario.

Attraverso strategie innovative in grado di attivare una nuova idea di welfare basato su un ruolo attivo dell’utente si sviluppa un’assistenza integrata in cui il cittadino immigrato è parte collaborativa nel percorso sanitario.

Il progetto per la sua attuazione necessita del supporto di una nuova generazione di servizi, prodotti e artefatti comunicativi che entrano in gioco in tutte le fasi del percorso sanitario: prevenzione, monitoring, diagnosi, cura e riabilitazione.

Nel campo sanitario l’utilizzo delle ICT offre un contributo determinante, per l’accesso facilitato ai dati e alle informazioni specifiche, per l’implementazione dei servizi sanitari già disponibili on line e per una più efficace gestione delle risorse.

Il sistema configura una piattaforma come spazio civico di dialogo tra i migranti e le strutture sanitarie locali e predispone un ambiente immateriale per accogliere, analizzare e offrire modelli alternativi di assistenza.

Nuovi paesaggi sociali nascono dalla configurazione spontanea di gruppi che si coagulano in zone facilmente raggiungibili e accessibili, nodi funzionali nelle rotte delle migrazioni clandestine.

Zone dove rifugiarsi e riorganizzare la propria vita che sfruttano lo stato di emergenza, regolato da accordi internazionali e che adottano misure per l’accoglienza insufficienti e discutibili. I paesaggi sociali che emergono sono la rappresentazione dell’attualità: le catastrofi ambientali, la povertà e la guerra sono le cause maggiori, da cui si sviluppano nuovi sistemi di vita, nuove organizzazioni sociali.

Le “invisibili moltitudini” recuperano gli scarti della società occidentale e ne traggono le risorse per affrontare le difficoltà, mitigare il disagio e adattarsi al cambiamento.

La nuova geografia che si delinea, vede l’Europa come un continente dai confini indefiniti, un’unica immensa città che accoglie le differenze più estreme che si collocano, occupando le zone interstiziali delle città.

Lo spazio geografico interstiziale della “Città Europa” funziona oggi come un dispositivo che filtra e organizza il movimento e i passaggi delle popolazioni migranti. Quest’immagine del continente che si dilata abbracciando nuove direzioni ci fa pensare a un’Europa mediterraneizzata, secondo l’idea del paesaggio multiculturale come luogo della mente, dalla natura plurale, come dalle descrizioni di Fernand Braudel (1998) del Mediterraneo.

Lo spazio della “Città Europa mediterranea” è, infatti, uno spazio propenso a inglobare paesaggi umani e tradizioni diverse, plasmato da un’incessante negoziazione tra i suoi molteplici protagonisti. La dilatazione dello spazio si propaga nelle zone periferiche e marginali, distanti e disconnesse, rivelando l’attitudine all’auto organizzazione, specifica delle formazioni sociali spontanee. Si tratta di regole relazionali ri create e ri adattate dalle popolazioni nell’incontro con realtà culturali e sociali molto diverse dalle loro.

Un nuovo modello economico si fa strada e, basandosi sullo sviluppo delle capacità umane, corrisponde al superamento del modello capitalistico in quanto si fonda sulla valorizzazione della singolarità di ciascuno e sulle capacità umane.

Secondo André Gorz (2004) la società deve puntare sullo sviluppo del singolo: “laddove una delle priorità sarà quella di individuare le persone e i gruppi portatori di valori e di saperi che guideranno questa transizione in seno alle imprese e alle istituzioni” (p. 21).

Il raffronto che ne deriva, è tra sapere, valore e capitale, elementi che ci guidano nella comprensione dell’enorme sviluppo che ha assunto nel tempo l’economia della conoscenza: “il sapere è una capacità pratica, un saper fare che non implica necessariamente conoscenze formalizzabili [], né tantomeno i saperi sensibili del corpo sono facilmente codificabili e non si possono apprendere se non con la pratica e l’apprendistato” (p. 22). Questo processo prevede l’emancipazione del capitale umano dal capitale; secondo A. Gorz (2004), un esempio è rappresentato dagli “artigiani del software e delle reti libere” (p. 22) che, essendo detentori di un sapere di alto livello tecnico, si oppongono alla privatizzazione dei mezzi di accesso a un sapere condiviso, bene comune dell’umanità.

Questi strumenti sono essenziali per lo sviluppo del sé nella trasformazione dell’umanità da strumentale “forza lavoro” in “forza indipendente” (p.

proprio in questo contesto sociale che il design può predisporre strategie progettuali che integrino pratiche sostenibili con tecnologie e metodi innovativi.

Il design strategico e il design dei servizi sono gli ambiti disciplinari attraverso cui sviluppare sistemi collaborativi e sperimentare modelli di partecipazione per la gestione delle domande di innovazione sociale (Cipolla, 2009).

Grazie alla sperimentazione di nuove forme di collettività gli individui diventano attori di un processo: individuano soluzioni flessibili, personalizzate e aderenti alle proprie capacità di interazione e verificano i risultati, sviluppando una nuova forma di welfare (Cipolla Manzini, 2009).

La diffusione di una società dell’accoglienza, caratterizzata dal dialogo interculturale, dalla mediazione sociale e dall’affermazione del diritto alla salute, è la premessa su cui muove il progetto di ricerca Product Service Design for Immigrants (PSDFI).

L’approccio progettuale si propone di sperimentare nuovi processi creativi in grado di fare emergere le problematiche sociali, individuare le aree di opportunità della disciplina del design e formulare le possibili soluzioni.

L’azione principale è quella di costituire un network con varie funzioni tra cui l’acquisizione e l’elaborazione dei dati, la consultazione e l’archiviazione delle cartelle sanitarie dei singoli utenti con l’obiettivo di realizzare una connessione diretta tra operatori del servizio pubblico sanitario, gli attori locali, le Ong e le popolazioni di immigrati.

Nel 2009 il progetto Mighealtnet, information network on good practice in health care for migrants and minorities in Europe, diffuso in sedici paesi, ha perseguito un simile obiettivo: fornire un sistema di servizi per rispondere alle esigenze generate dell’incremento della diversità della popolazione europea.
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