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Era una caserma militare (requisita) e dunque ti confonde con la sua ‘normalità’: gli edifici in mattoni rossi , ventotto, e i viali austeri ma ordinati, ben lontani dalle fragili e incerte baracche in legno di Bikenau. Auschwitz era anche un campo piccolo, sei ettari appena, una briciola.

Ma quella di Auschwitz è solo una normalità apparente. Ti sembra anche tutto già visto, nonostante i ripetuti colpi allo stomaco. Poi, lentamente o all’improvviso, arriva il punto di non ritorno: il vaso si rompe e le lacrime escono. I giovani come gli adulti.

Birkenau è immenso, ma vuoto. O per lo meno molto più vuoto. Occorre far funzionare l’immaginazione. Ad Auschwitz al contrario l’orrore si materializza nei volti delle foto e negli oggetti del museo. Non c’è troppo da spiegare. Passi da un edificio all’altro vi venivano stipate settecento persone, a volte anche mille e duecento e ti imbatti nell’urna di ceneri umane raccolte a Birkenau e che i tedeschi usavano per concimare i campi o, d’inverno, per cospargere le strade ghiacciate del campo. Vedi i fusti di gas, il famigerato Zyclon B, che proprio ad Auschwitz fu per la prima volta sperimentato nel 1941 su 650 prigionieri russi e 250 infermi polacchi. Bastavano tre o quattro scatole, da 5 ai 7 chili, per uccidere 1000 persone.

Nei ‘blocks’, a volte illuminati da un tiepido sole ed altre volte velati dalle neve che cade dal cielo, come anche oggi, vedi anche i capelli tagliati ai morti delle camera a gas. I tedeschi li raccoglievano per venderli o comunque per utilizzarli per l’economia di guerra di un Paese progressivamente sempre più sotto assedio. Li spedivano periodicamente in Germania e diventavano materassi e tessuti oppure venivano utilizzati per costruire bombe a scoppio ritardato. Quando il campo fu liberato di capelli ce n’erano, ammassati e già raccolti nei sacchi,
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ancora 7 tonnellate. E i capelli di una persona non pesano più di 40 50 grammi.

Ti imbatti nel muro nero della fucilazione, negli ambulatori dove il dottor Mengele ed altri medici conducevano delittuosi esperimenti o nelle celle dove si veniva chiusi anche per punizione, in piedi e in quattro, per notti e notti, in una stanza di novanta per novanta centimetri, con l’impossibilità di dormire. Tre mesi, in media, si sopravviveva nel campo.

C’è il crematorio, l’unico rimasto in piedi dopo che i nazisti in fuga tentarono di cancellare le prove dei loro crimini.

Vedi poi le bambole, i vestiti e i giocattoli di tanti bambini che non erano una vera minaccia per il Terzo reich ma che non diventarono mai grandi. Ci sono le scarpe: 80 mila paie ne sono state trovate. Ci sono gli oggetti di tutti i giorni pentole, spazzolini da denti, pennelli da barba, pettini perché gli ebrei e gli altri prigionieri del campo pensavano di essere deportati ma non di andare incontro alla morte.

Venivano attratti con l’inganno a volte, con l’offerta di un lavoro e di una nuova casa, un’opportunità migliore rispetto ad un ghetto angusto o un presente di discriminazione. Ed anche questo può sconvolgere. Nelle foto ritrovate dopo la fine della guerra, alcune delle duecento scattate dai nazisti che informare Berlino del lavoro fatto, li vedi arrivare con le valigie, a famiglie intere, non troppo spaventati e in file ordinate, non solo in treni merce ma anche in convogli di terza classe come gli ebrei della Grecia, truffati con un finto acquisto di casa e un lavoro in fabbriche non esistevano. Ma il motivo era semplice. C’era la necessità di deportarli ed ucciderli senza generare panico e tutto era studiato a tavolino. Fingendo una normalità apparente: un trasloco in teoria. Ed invece era tutt’altro.
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