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Tra un mese e mezzo compir 43 anni e di questi Manuel Vanuzzo ne ha passati 24 sul parquet come professionista, una volta chiusa la parentesi delle giovanili che hanno visto l’ala veneta conquistare il tricolore juniores del 1994 con la Benetton Treviso.

Dalla B2 del Solesino poi diventato Patavium Padova, alla B dell’Accademia Pirates di Sestu, ma soprattutto in mezzo ci sono successi e trofei: la promozione in A con Montecatini (1999) e la fantastica cavalcata con la Dinamo, con l’approdo in A, le due Coppe Italia (2014 e 2015), la Supercoppa (2015) e soprattutto lo scudetto 2015. Da capitano e giocatore fondamentale non solo in campo ma anche nello spogliatoio.

Tra due giornate, nella gara casalinga dei Pirates Fotodinamico Cagliari, Manuel Vanuzzo taglier il traguardo delle 900 gare giocate, tra campionati italiani e coppe europee.

A proposito, il debutto europeo avvenuto con la maglia di Montecatini, nella coppa Korac 2000/2001.

Con Sassari per ha disputato Eurolega ed Eurocup. Delle partite giocate, ben 294 sono quelle nella massima serie, con le maglie di Montecatini, Milano e Banco di Sardegna.

Nella Dinamo ha giocato 332 partite segnando oltre 2.000 punti compresi quelli di coppe europee e italiane.

E il presidente Stefano Sardara gli ha riservato un posto (da tecnico o dirigente, deve solo scegliere) quando Vanuzzo decider di appendere le scarpe al chiodo.

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ugg.com.au Manovra elettorale o è cambiato qualcosa

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Delocalizzare per tagliare i costi. E, in alcuni casi, usufruire di condizioni fiscali più convenienti. Il dumping fiscale, procedura con la quale alcuni Paesi attraggono produzioni da altre parti del mondo, abbassando le aliquote e la pressione fiscale, (e in alcuni casi offrendo anche sconti e incentivi) è finito al centro dello scontro tra il governo ed Embraco, la società brasiliana del gruppo Whirlpool che ieri ha confermato 500 licenziamenti nel torinese e che è pronta a trasferire la produzione dei compressori per frigoriferi in Slovacchia.

Ma la Embraco non è la sola realtà ad aver scelto di fare le valigie per l volare in Slovacchia c anche un multinazionale statunitense, laHoneywell, che realizza compressori per motori diesel ad Atessa, inprovincia di Chieti, dando lavoro finora a circa 400 persone, senza contarel Per non parlare di moltissime altre imprese che negli anni hanno deciso di spostare la produzione in Slovacchia.

“Su questo dramma del lavoro registro, da parte dei Ministri Calenda e Padoan, un atteggiamento nei confini italiani e (fatto ancora più eclatante e strano) in Europa, per lo meno originale. Di certo posizioni mai riscontrate mentre negli ultimi 20 anni il fior fiore delle imprese industriali del nostro Paese spostavano di qua e di là nell’est Europa e nel mondo (anche il più sconosciuto e lontano) un intero settore come quello della moda. Manovra elettorale o è cambiato qualcosa? La domanda se la pone Giuliano Secco Presidente regionale della Federazione Moda che spiega: “abbiamo dimezzato in pochi anni le imprese artigiane (passate da oltre 15mila alle poco più di 6mila). Perduto 50mila posti di lavoro. Combattiamo tutt’oggi una dura battaglia con coloro che vorrebbero vedere realizzate le loro creazioni qui da noi allo stesso costo del Bangladesh oppure ci mettono in concorrenza con i laboratori clandestini o, ancora peggio, con quelli cinesi che, nei nostri stessi territori, producono nell’ignoro totale di qualsiasi regola e tutela del lavoro. Cose denunciate periodicamente da anni e che non hanno mai visto un solo ministro dello Sviluppo economico cercare di “vederci chiaro” scrivendo al commissario UE (oggi commissaria Margrethe Vestager), invitando l a monitorare le politiche fiscali e gli incentivi diretti messi in campo dalla Slovacchia per attrarre imprese sul suo territorio e appurare che le relative misure siano messe in atto nel pieno rispetto e nella piena compatibilità con le regole e i regolamenti Ue sugli aiuti di Stato come appena accaduto per la Embraco”.

“Perché nel nostro caso si chiede Secco non è stato fatto notare con questa forza che i paesi dell che beneficiano peraltro di fondi europei, fanno dumping per attirare produzioni dal resto dell Se è vero che le norme Ue sugli aiuti di Stato dovrebbero impedire agli Stati membri di utilizzare denaro pubblico per incentivare la delocalizzazione di posti di lavoro da un Paese dell in un altro, conclude allora questo deve valere anche per le maglie, le scarpe, gli occhiali, le borse etc mandate a fare in Polonia Slovacchia etc etc”.
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Un romanzo a fumetti firmato da Andrea Vitali (già autore della collana iVitali) e illustrato da Bruno Ritter.

Manone non è un fumetto nel senso classico del termine, ma piuttosto una storia, quasi un romanzo illustrato. Non ci sono nuvolette nel disegno ma stralci di testo che fanno da ponte con il racconto integrale.

Vi riportiamo l era un orco. Basso, pelato, grasso, con i baffi spioventi. Se non lo chiamavi “Herr Ritter” non ti dava retta. Peggio se eri italiano. Perché oltre a doverlo chiamare Herr Ritter, dovevi predisporti a un’attesa di dieci minuti, un quarto d’ora. Se eri italiano, Herr Ritter non veniva al tavolo a chiederti cosa volessi bere. Stava dietro il banco. Con suo comodo ti faceva un cenno con il capo, significava “Cosa vuoi?”. Solitamente ordinavamo birra. Il boccale, quando lo dava, se lo dava, per metà pieno di schiuma, atterrava rumorosamente sul bancone. Allora dovevamo alzarci e andarlo a prendere. Se no bere a canna. Pagamento anticipato.

Ero, e sono, italiano. Terrone e muratore. Il locale di Herr Ritter era l’unico di quell’infame paesino della val Bregaglia dove stavamo lavorando alla costruzione di una diga. Eravamo arrivati sei mesi prima sotto un cielo d’estate che, subito dopo il valico di Castasegna, aveva cambiato colore diventando di un grigio neutrale. Eravamo stati su un torpedone che i doganieri svizzeri avevano fatto uscire dalla colonna di auto. Ci avevano fatto scendere, controllato i documenti uno per uno. Quelli che avevano un po’ di barba erano stati portati in un locale, spogliati e visitati. All’autista avevano contestato la foto sulla patente: troppo vecchia, non sembrava lui. Finito il controllo dei documenti, i doganieri avevano ispezionato anche il pullman. Quel delizioso trattamento aveva spento l’allegria, il cielo grigio aveva fatto il resto. Solo uno di noi, a un certo punto, aveva detto che in Svizzera non c’è il mare.

Ciascuno di noi aveva allora pensato al pezzo di mare che s’era lasciato alle spalle e da quel momento in avanti il silenzio si era fatto assoluto. Eravamo in venti, tutti terroni, calabresi. Quando arrivammo e scendemmo dal torpedone, quando ci ritrovammo in una piazzetta che aveva non solo il colore, ma anche il sapore dell’ardesia, quando ci guardammo in giro per scoprire che ci trovavamo dentro una specie di cavità orale, stretti tra due catene di montagne alte, severe, plumbee, distanti e cattive, ganasce emerse dai ghiacciai e pronte a mordere, il cielo si rannuvolò e cominciò a piovere. Guardammo il torpedone che girava e prendeva la strada del ritorno. Sono convinto che ciascuno di noi avrebbe rifatto quella strada anche a piedi. Io mi sentivo come se fossi fuori dal tempo e dallo spazio. Ci pensò un grido a riportare me e gli altri alla realtà. Italiaaani!

Era una voce che non era abituata a usare quella parola e tanto meno la nostra lingua. La voce arrivò poco prima dell’uomo cui apparteneva. Sbucò da una viuzza preceduta da un rumore come se avesse scarpe chiodate ai piedi. A mo’ di saluto disse: Sempre in “ritarto”! Poi aggiunse che dovevamo seguirlo, ci avrebbe accompagnato ai nostri alloggiamenti, poco fuori il paese. Per quel giorno fu l’unica persona che vedemmo. Quattro passi e fummo oltre le case. Non ci meravigliò scoprire che gli alloggiamenti altro non erano che quattro baracche, più una destinata alla cucina comune, dentro le quali avremmo dovuto distribuirci scegliendo da noi. Baracche in legno, materia prima che nella Svizzera non mancherà mai. Le baracche sorgevano in un avvallamento del terreno che precludeva la vista del paese. Alle spalle invece partiva subito la montagna, ed era quasi immediatamente roccia. Il nostro accompagnatore disse che potevamo comin ciare subito a sistemarci e riposarci dalle fatiche del viaggio. Non mi sfuggì che quella frase gli uscì con un mezzo sorriso.

L’indomani, alle sei, sarebbe arrivato il capomastro e ci avrebbe accompagnato sul luogo di lavoro. Chiese se avevamo domande ma non ci diede il tempo di farne. Si giro e, incrociando le mani dietro la schiena, imboccò il sentiero verso il paese. In ogni caso, domande non ne avevamo. O meglio, quelle che ci erano venute a visitare avevano già ottenuto risposta prima di accettare quel lavoro e affrontare il viaggio, il treno, il torpedone, l’accusa di essere sempre in “ritarto”, quel cielo che si incupi rapidamente nella notte poiché è noto che la Svizzera è piccola e il sole impiega poco ad attraversarne lo spazio aereo. Di quella sera ho pochi ricordi. Qualche tentativo di battuta, le inevitabili scorregge, ‘nduja sfuggita ai doganieri, tagliata a fette grosse e mangiata come se morsicassimo la nostra terra o la carne delle nostre donne. A proposito di donne, ero, tra i venti, il piu giovane e l’unico a non aver lasciato al paese una fidanzata o una moglie con figli in numero variabile. Nessuno uscì quella sera, nessuno si spinse a visitare il paese. Piombammo tutti in un sonno pesante.
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official ugg website Manifesto per un nuovo femminismo

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Nessuna definizione di donna può da sola spiegare il femminile. Ci sono donne in carriera e casalinghe soddisfatte, donne per le quali è importante la taglia 40 42 e donne che esibiscono le loro rotondità con fierezza, mogli fedeli e donne con più amanti, donne che non sopportano l’infedeltà del compagno e altre che la vivono come libertà dall’accudimento perenne, donne che gestiscono con oculatezza e libertà il corpo e il sesso e altre che non amano né il proprio corpo né il sesso, donne orgogliose delle proprie scelte e delle proprie prerogative e donne insoddisfatte, donne scienziate e donne letterate, donne che risparmiano e donne che spendono follie per un paio di scarpe. Il libro racconta come tutti questi aspetti del femminile siano legittimi, ma anche come talvolta producano nelle stesse donne un conflitto con la propria libertà, il proprio desiderio di seduzione, il riconoscimento di carisma e di autorevolezza, e come gli affetti e il senso di responsabilità siano vissuti in molteplici modi. Ecco allora che le donne sono al contempo vagabonde, irrequiete, curiose, sottomesse, autoritarie, competitive, ribelli, leali, modeste, sobrie, operose, misericordiose, leggiadre, taciturne, graziose, fedeli, irreprensibili, violente e altro ancora. Si tratta di non negare, banalizzare o sacralizzare il femminile.
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Periodo nerissimo per il Bologna con gli arbitri: dopo il rigore inesistente assegnato alla Sampdoria nella sfida di Marassi dello scorso turno, ieri c stato quello a favore non visto da Paolo Mazzoleni. Ecco l passato al microscopio dalla moviola della Gazzetta dello Sport: “A met ripresa (sullo 0 0) entrano in contatto Dzemaili ed Eder con l che sbaglia il tempo dell rifilando all un evidente colpo sul piede proprio sulla linea dell

Le altre situazioni analizzate dalla rosea: “Per il resto, regolare il gol nerazzurro: Gabigol tenuto in gioco da Oikonomou sul cross di D Ammonizione pesante per Miranda (era diffidato, salter la Roma): corretta darla per lo sgambetto ai danni di Verdi”.

11:15 FFP, SERVONO 70 MILIONI ENTRO IL 30 GIUGNO 2018. SUNING VUOLE LA CL, A GENNAIO OPERAZIONI ALLA GAGLIARDINI 11:00 TS INTER, L’ARRIVO DI BASTONI ANTICIPATO A GENNAIO 10:45 ODDO: “INTER SQUADRA FISICA CHE VIVE SULLE INDIVIDUALIT. JANKTO? NON ANCORA PRONTO PER UNA BIG” 10:30 CDS INTER, DE VRIJ E GORETZKA OBIETTIVI PER GIUGNO 10:15 TS MERCATO INTER, PASSA TUTTO DA J. MARIO: SI LAVORA A UNO SCAMBIO CON PASTORE. MATA MKHITARYAN ALTERNATIVE 10:00 GDS VERSO SASSUOLO INTER,
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SPALLETTI PENSA A QUALCHE CAMBIO: DENTRO JOAO CANCELO E NAGATOMO? 09:45 TS BORSINO INTER: SCENDE RAMIRES, SALE ALEX TEIXEIRA 09:30 CDS JOAO MARIO RISTABILITO: ORA PUNTA IL SASSUOLO 09:15 TS INTER, OBIETTIVO ESTERNO D’ATTACCO: DA VERDI A DEULOFEU, PASSANDO PER DI FRANCESCO: TUTTI I NOMI

EDITORIALE di Gabriele Borzillo

SALI SUL CARRO, SCENDI DAL CARRO

Finalmente, mi viene da dire. Finalmente siamo inciampati, con buona pace di quelli che il VAR vi aiuta, quelli che siete in alto solo per fortuna, quelli che ritiro la squadra dal campionato,
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c un complotto per far andare avanti l quelli che abbiamo p.

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I colossi dell’abbigliamento sportivo proseguono le proprie collaborazioni stilistiche con i grandi nomi della moda internazionale e così, dopo il paio di gambali Hunter sviluppati da Jimmy Choo, ecco arrivare un paio di scarponcini invernali da donna, firmati da Stella McCartney per Adidas.

Si chiama Fortanima questo modello di snow boots firmato dalla stella della moda internazionale per il gruppo sportivo Adidas: realizzati in tessuto canvas bianco con suola in gomma nera e sistema di allacciatura decorativo sul fronte, questi doposci sono totalmente impermeabili, anche grazie alla fascia elastica supeiore che protegge dal freddo la gamba e il polpaccio.

io ho gli scarponi da snowboard che sono perfetti

comunque il mio consiglio è: prendi uno spray impermeabilizzante e sparalo sui tuoi scarponcini tecnici. that’s perfect.

i miei non si bagnano più e così li uso in paese con quel mezzo metro di neve per andare in giro

se invece vuoi spendere per un paio nuovi: cerca tra quelli tecnici con pelo dentro, non prendere gli ugg che costano di più, sono orrendi e soprattutto: mai visto gente seria in montagna utilizzarli. con una nevicata fresca penso che non reggano manco 5 minuti.

ah,
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scusa si in realtà c’è gente che va in montagna con gli ugg

io in montagna non scio è uno sport che non fa per me

ma sto parecchio sulle piste visto che marito e figlio ci si cimentano ognuno nel suo sport preferito, e per arrivare alle piste non sempre si trovano strade pulite come quelle appositamente spalate per la Ferragnina.

i doposci quindi non mi servono in città, dove anche io sfoggio scarponcini tecnici o alla peggio gli stivali da pioggia con le calze tecniche dentro, ma in montagna dove per ore sto sulla neve (per fortuna con le mie amiche) mentre aspetto che i patiti dello sci e del bob facciano ritorno alla base e si possa partire per una confortante cioccolata con panna

kiwi72 ha scritto:

Ugg, mai più senza. Bianchi non credo nemmeno esistano, ma io eviterei qualsiasi tipo di calzatura bianca.

Io li ho grigi e vanno con tutto, ma anche marroni potrebbero star bene.

Sono caldissimi e impermeabili. Anche gli Emu, se vuoi: stesse caratteristiche,
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prezzo più abbordabile.

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Nonostante mi fossi ripromessa di non cedere alla lusinga di dare il mio numero all’amministratrice del gruppo della classe IC, un giorno, senza essere interpellata, mi sono ritrovata iscritta al gruppo e, divorata dalla stessa curiosità che fa vendere i magazine di gossip (o, a seconda dei gusti, leggere mile Zola) non ho più saputo uscirne. Avevo già avuto delle pessime esperienze col gruppo degli Orsetti, quando il mio idolo era diventata una mamma che aveva abbandonato brutalmente il gruppo senza voltarsi indietro. Avevo fatto parte anche del gruppo del coro, che la direttrice del coro stesso più volitiva di tanti presidi era riuscita a far chiudere, perché con i suoi contenuti demenziali rovinava l’immagine dell’istituzione (lei ha argomentato con più tatto, ma io l’ho amata lo stesso).

La mia giustificazione morale per sguazzare nella deprimente commedia umana digitale della IC era che non potevo rovinare la reputazione di mio figlio facendo la snob; l’altra era che stando nel gruppo potevo impedirgli di frequentare i figli delle peggiori spammer. Al di là dei nervosi che mi prendevo leggendo gli scambi ombelicali, e le risposte che mi mordevo le dita per non scrivere, la prima cosa allarmante che ho realizzato è che l’invadenza della mamma digitale annullava i tentativi di responsabilizzazione dei bambini da parte delle insegnanti: la maestra di IC non utilizzava un orario scritto per vedere se i bambini si sapevano orientare tra i giorni della settimana; e dava dei compitini a voce (come raccogliere le foglie cadute) per mettere alla prova la loro memoria. Stava funzionando, sennonchéecco le mitragliate di: ma anke a voi risulta sto fatto delle foglie???,oddio!! non ne so niente: verifico con la maestra domani all’uscita,michi dice che devono portare delle foglie rosse, riky dice anche gialle e marroni, aiuto!! nel nostro palazzo non ci sono alberi!.

Una volta prendevamo in giro la mamma del sud, sempre in ansia che il paniere di Peppino fosse colmo e il cappotto abbottonato fino in alto. Ma il potere del controllo digitale sui bambini ha trasformato tutte le mamme italiane nelle chiocce più deleterie. La domanda cruciale non è se le foglie devono essere seghettate o meno, ma: quando andranno all’università, le mamme di questi moderni droni telecomandati, a chi scriveranno per sapere se i loro figli hanno chiuso il gas e se si sono iscritti alla sessione d’esame?

Accanto al dramma vero della deresponsabilizzazione dei figli, c’è il dato oggettivo della sconfinata vanità dei genitori (che dilaga a social unificati), sommato alla mancanza di sensibilità nel selezionare i contenuti condivisibili con la comunità. Di recente, sempre sul solito gruppo, ho scoperto una nuova perversione. Alcune mamme allegano ripetutamente immagini dei loro figli vestiti da Vogue bambini e colti in attività fantasmagoriche e poi scrivono ho sbagliato chat. Una volta, due, tre. Poi qualcuno ci casca e commenta: Belli, che fanno? ed ecco che in un millisecondo la mitomane risponde campane tibetane al lume di lampade di sale dell’Himalaya! e tutti a digitare degli wow o emoji di applausi. Ma per piacere. Un’altra esaltata ha la tendenza a inviare messaggi non richiesti in cui racconta, con una scusa, i successi del figlio a scuola. Mi viene da scrivere (ma mi freno): “Scusa hai sbagliato gruppo anche tu? Era per i nonni, spero”.

Seguono infiniti accordi per scambiare lo sticker numero 1000 con lo sticker dell’ultimo Avenger, per completare finalmente la sesta collezione di Marcolino. Ma manco questo, vogliamo far fare ai nostri piccoli droni iscritti alla primaria? Manco tirare fuori la collezione all’intervallo e scambiare i doppioni senza la supervisione materna? Ma anche se sbaglia a fare lo scambio, o se si presenta senza le scarpe da palestra o le fottute foglie, non sarà meglio per lui, che la prossima volta ricorderà la lezione, imparando?

Un altro filone è quello degli allarmismi. “Stamattina passavo PER CASO [stalker!] davanti a scuola durante la ricreazione e mio figlio mi ha raccontato che Tizia [nella fattispecie mia figlia] è caduta e si è spaccata i denti. Ma non quelli da latte! I definitivi!” [io non ho perso la calma: sapevo che ledondolava un incisivo, e che le chat sono amplificatori di catastrofi: alla fine, leera solo caduto il dentino durante il pasto.] Non manca mai il giallo della mamma professoressa di liceo, la quale però 1) porta il figlio a scuola quando la scuola è chiusa; 2) non capisce la consegna di un compito sulle vocali; 3) si dimentica di firmare l’autorizzazione per la gita e, quando il figlio le riferisce le consegne della maestra, scrive su WhatsApp: 4) Michi ha detto che bisognava sentire se l’acqua è ruvida o liscia. Ma dico, vai a fare una tac a Michi, non perdere tempo a scrivere nel gruppo della IC!

Un’amica che dissentiva con me mi ha detto una cosa molto intelligente. Le avevo parlato di un papà che quando si esagera viene fuori dal suo guscio e invoca laserietà nel gruppo. Ma secondo lei non si può fare così: proprio perché il gruppo WhatsApp è, come la vita, un consesso di umani, e non si può andare a insegnare l’educazione alle persone, a dire loro in faccia “senti, ma perché mi racconti questa cosa che non mi interessa?”, oppure “ma davvero sei così stupido da non saper fareun’operazione in colonna?”.

Parlare di frivolezze dal vivo, lamentarsi dei compiti al bar, ha una giustificazione: in chat, no

In un primo momento ho pensato che avesse ragione. Che il problema delle chat potesse essere solo un problema di scarsa empatia: persone che dal vivo parlano troppo e troppo leggermente tendono a passare il segno anche nelle conversazioni virtuali. Ma poi ho pensato che non è così. Parlare di frivolezze dal vivo ha una giustificazione: vince la timidezza, rompe il silenzio, intrattiene senza dover entrare troppo nel profondo. Insomma, se al bar si può dire “però, quanti compiti!”, in chat non si può. Se fuori dalla piscina si può confidare “che emozione vederlo fare la paginetta di A!”, non si può prendere in mano il telefono e digitare una frase simile a venti persone. E poi, dal vivo è sempre possibile schivare la logorroica di turno, mentre in chat non c’è modo di porre un limite fisico alla valanga di stronzate che un estraneo può riferirti contro la tua volontà. E no: non basta silenziare il gruppo per ritrovare la calma.

Il cuore della questione, a mio avviso, è una mancata educazione digitale. Per le situazioni reali, si chiama educazione e basta, e la insegnano le maestre che noi cerchiamo di diffamare sui gruppi WhatsApp Ma per le aggregazioni umane virtuali, beh: a noi, chi l’ha insegnata? Chi ci ha fornito un’etichetta condivisa su come ci si deve comportare in un’assemblea formale virtuale? Alcune insegnanti in gamba, oggi, creano dei social network chiusi ai propri alunni perché postino contenuti durante le vacanze: lo scopo del progetto è insegnare ai bambini cosa è il caso di condividere e se e come è il caso di commentare. Un corso così, rivolto ai genitori, servirebbe ai nostri figli quanto le manovre anti soffocamento.

E se la libertà dei nostri figli di crescere e sbagliare, di raccontarci o omettere, non ci basta, immaginiamo venti scenari di vita quotidiana interrotti dal cicalino del messaggio: “Ma i quadretti da mezzo centimetro sono questi?”. Immaginiamo venti persone colte in qualsiasi umana attività che non sia guardare gattini e che debbano interrompersi per leggere una tautologia, una domanda demenziale, la foto di un bambino sconosciuto, o una comunicazione che si potrebbe svolgere tranquillamente in privato, e pentiamoci per tutta la prepotenza con cui abbiamo invaso il tempo degli altri.

Un gruppo virtuale di genitori dovrebbe essere uno spazio istituzionale e civile, dove scambiare informazioni preziose, oggettive e utili a tutti, mentre noi lo facciamo sembrare uno Speakers’ Corner per malati di mente, dove la malattia mentale specifica è quell’apprensione patologica per i nostri figli che caratterizza i genitori della nostra generazione. Sono grata alle mamme della classe dell’altro figlio, che utilizzano ancora la “vecchia” mail per le uniche comunicazioni “vere”: cioè pidocchi, consegna pagelle, raccolte soldi. Sono così grata che quando le incontro per strada non nego mai loro il tempo di un caffè. Durante il quale,
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senza alcuna violenza, possono perfino intenerirmi con le foto della comunione del terzogenito. Purché non vogliano rubarmi una emoji.

stivali ugg Malore Nasto Processo Scarpa Torre Annunziata 16 novembre 2016

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Doveva sottoporsi alle domande dei difensori degli imputati nel processo per lomicidio di Natale Scarpa, padre del boss del clan Gallo Cavalieri di Torre Annunziata. Un malore per gli ha impedito di farlo e cos ludienza si fermata. successo in Corte dAssise a Napoli dove doveva deporre il principale collaboratore di giustizia del clan Gionta, Aniello Nasto. Luomo che ha permesso con le sue rivelazioni di sgominare gran parte del clan e che ha pagato caro il prezzo della propria collaborazione con la giustizia perdendo due fratelli, entrambi assassinati.

Il pentito doveva rispondere alle domande dei difensori di Luigi Maresca, accusato dellomicidio avvenuto il giorno di ferragosto del 2006. La scorsa udienza lo aveva accusato di essere lesecutore materiale del delitto insieme a Francesco Amoruso, ras del clan dei valentini morto al 41 bis. Ieri toccava alla difesa ma Nasto non ha retto alla tensione dellennesimo interrogatorio ed stato sopraffatto da un malore che ha costretto la corte a fermare ludienza. Dopo Nasto, toccher allultimo collaboratore di giustizia del clan in ordine di tempo, Michele Palumbo, che racconter la sua verit sul delitto che da dieci anni resta tuttora irrisolto.
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Malone Souliers, marchio inglese di calzature di lusso artigianali prodotte in Italia, nasce nel 2013. Nelle sole prime tre stagioni dal suo debutto, il marchio si è imposto a livello internazionale per lo stile, l’alta qualità dei materiali e la vivace gamma di colori utilizzati. Nel marzo 2014 Mary Alice Malone, direttore creativo, e Roy Luwolt, managing director, aprono l’headquarter nello splendido quartiere di Mayfair a Londra, da cui realizzano anche l’esclusivo servizio di personalizzazione “Made to Measure”, per rispondere alle richieste delle clienti più esigenti.

Le collezioni Malone Souliers sono in vendita nelle migliori boutiques multimarca e department stores del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, passando per Italia, Inghilterra, Francia e Spagna, oltre che sul sito e commerce. Tra le appassionate del brand, molte celebrities internazionali, tra cui Lupita Nyong’o, Solange Knowles, Caroline Issa, Cameron Diaz, Emma Roberts e Poppy Delevingne.

Mary Alice Malone: “In tenera età ero una cavallerizza ed ero stata selezionata per il team juniores olimpico. Tuttavia la componente creativa è cresciuta talmente tanto da cambiare direzione e decidere di iscrivermi alla scuola d’arte in Colorado. Dopo essermi dedicata in varie attività come la progettazione di mobili, la saldatura e la tappezzeria, ho scoperto di avere un talento per la manualità e per l’attenzione ai dettagli. Il mio personale interesse nel design delle scarpe e l’artigianalità, ad esso collegata, mi ha condotto al London College of Fashion. A seguire, ho poi intrapreso varie esperienze in famosi Atelier, affinando le mie capacità, fino a fondare, insieme a Roy, Malone Souliers.”

Quali sono gli elementi estetici che contraddistinguono la collezione autunno inverno 2016 2017?

Mary Alice Malone: “Per la collezione Autunno Inverno 16/17 sono stata profondamente influenzata dalle opere della visual artist tedesca Rebecca Horn. Il suo lavoro esplora, in modo passionale, la contrapposizione tra la propria libertà sessuale e l’intimità, sottolineando la forte tensione emotiva che scaturisce tra il sentimento di tenerezza e quello dell’aggressività. Penso davvero che l’AI16 sia una celebrazione della nostra visione congiunta. Ho cercato elementi che arricchissero le scarpe, che dessero loro nuova vita grazie all’uso di materiali contrastanti, come inediti jacquard, glitter scintillanti e morbidi velluti.”

Qual è il pezzo must have della collezione?

Mary Alice Malone: “Per la collezione AI 16 ci sono du must have. Da un lato c’è la decollete Emmanuelle (una delle scarpe iconiche del brand) in versione nappa e pelo di cashmere, disegnate per adattarsi in modo sinuoso al piede, realizzate ad hoc per la città di Milano (in occasione dell’apertura del nostro pop up store presso la Rinascente); dall’altro, Savannah (anch’essa una delle scarpe icona) che, per la FW16, è stata realizzata in velluto blu notte, conferendo un tocco di “decadenza” alla collezione.”

Parlateci anche della collezione primavera estate 2017?

Mary Alice Malone: “Per la stagione SS17 abbiamo deciso di collaborare con diversi brand che fosse in linea con il nostro e con la nostra visione. Con Adam Lippes è la seconda stagione che collaboriamo insieme e condividiamo la stessa energia per l’uso del colore. La collezione con Roksanda, con la quale è nata una forte intesa, racchiude un incredibile sinergia che esprime un’estetica che riflette al meglio le visioni di entrambi i brand. La collezione con Pringle of Scotland è stata per me molto interessante dal punto di vista creativo: sono uscita dai miei soliti schemi, progettando una tipologia di scarpa più maschile ma, credo, allo stesso tempo con una forte carica di femminilità. Sono inoltre veramente orgogliosa di aver collaborato con Natalia Vodianova, realizzando una collezione dedicata alla sua fondazione benefica, Naked Heart Foundation. l’ispirazione proviene dall’amore di Natalia per il suo paese natale, la Russia, e per la tradizione del ricamo”.

Come si sposa oggi a vostro avviso la creatività e la vendita commerciale?

Roy Luwolt: “Creatività e vendita devono sempre andare di pari passo al fine di soddisfare le esigenze e richieste del consumatore. In quanto brand, è importantissimo bilanciare l’aspetto creativo con l’appeal commerciale necessario alla vendita. Sono molto attento a bilanciare i vari aspetti e intervenire solo quando necessario nel processo creativo di Mary Alice.”

Come vedete il futuro del fashion system?

Roy Luwolt: “Il futuro del fashion system è un argomento estremamente interessante e attuale. L’introduzione del “See now Buy now” ha certamente rivoluzionato il mondo e continuerà ad influenzare i vari calendari delle fashion weeks di tutto il mondo. Il fenomeno è probabilmente un cambiamento che i grandi marchi più progressisti stanno adottando per rispondere all’esigenza sempre più forte del consumatore di voler acquistare in tempi brevi ciò che vede sulle passerelle. La crescita esponenziale del mondo Digital ha probabilmente contribuito fortemente a questo cambiamento.”

Quali sono le principali ispirazioni estetiche che vi guidano nella realizzazione delle vostre collezioni?

Mary Alice Malone: “Quasi sempre, prendo ispirazione da elementi per lo più non correlati al mondo fashion: ciò che vedo durante i miei viaggi fino ad arrivare ai miei amati libri di psicologia. Sicuramente i mie schizzi prendono vita partendo da una considerazione: chi è la consumatrice? Come vive e cosa posso fare per lei?”

In che modo a vostro avviso i social network e i blog hanno cambiato il concetto di fashion?

Roy Luwolt: “I social networks sono diventati delle nuove piattaforme in grado di creare un forte engagement tra il brand e i suoi consumatori, riducendo notevolmente il gap che prima esisteva tra il designer del brand e l’utente finale.”
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Toglietemi tutto non i miei tacchi alti. Per molte donne, ormai dalle più giovani fino all’età avanzata, il tacco è sinonimo di femminilità, e fa parte di se, immancabilmente, pur cambiando lo stile, pur cambiando la stagione. Lo dimostrano le vendite, che sembrano non aver, in questo campo, risentito piu di tanto della crisi, con donne letteralmente scatenate nel periodo di saldi a caccia del centimetro in più, del modello piu esclusivo, senza troppo pensare all’euro in più. Decolletè, stivali, sandali, francesine. Tutto porta rigorosamente dai 10 centimetri in su. Quest’anno con punte che sfiorano, con gli aiuti di ampi plateau i 20. E sembra che a frenare le amanti del tacco, per i quali in Russia si è anche inventata una gara o in America si è inventata una ginnastica da fare in tacchi alti, non ci siano nemmeno i risultati di una ricerca medica: tacchi alti, piede piatto. A mettere in guardia le fashion victim sull rischio delle vertiginose è uno studio inglese, che aggiunge una voce alla già nutrita lista dei possibili danni da stiletto: usura e deformazione di anche, femori e ginocchia, nonchè osteoartrite, problemi alla schiena, dita a martello, alluce valgo e calli. I tacchi alti non sostengono il piede in modo appropriato, quindi i tendini si indeboliscono e possono cedere, avvertono Graham Riley e colleghi della University of East Anglia sulla rivista of the Rheumatic Diseases Gli stiletti, inoltre, alterano la postura e aumentano la pressione sulla parte che separa le dita dalla volta plantare. Risultato: l naturale che arriva al tallone si e il piede si appiattisce, con un effetto brutto a vedersi e fonte di ulteriori dolori. Ma insieme alla cattiva notizia ce n anche una buona: all c un farmaco per il piede piatto, una futura terapia che funzionerebbe contrastando alcune proteine nemiche dei tendini. Secondo gli studiosi britannici, il rischio piede piatto da tacchi alti aumenta soprattutto se l di su scarpe da capogiro è quotidiana, e se magari per lavoro chi le porta è anche costretta a stare in piedi molte ore. La teoria contribuirebbe dunque a spiegare perchè il è più comune fra le donne, specie le over 40. Oggi per alleviare i fastidi causati dal piede piatto si utilizzano particolari solette o supporti da inserire nelle scarpe. In certi casi più gravi, poi, i pazienti si sottopongono a intervento chirurgico per farsi il piede. Ma ora lo studio inglese apre la strada a una possibile terapia farmacologica. Il presupposto è che a indebolire i tendini del piede, l plantare, contribuiscono particolari enzimi che, in caso di alterata attività, bersagliano i di collegamento fra ossa e muscoli. Utilizzando queste proteine come target sono convinti gli scienziati si potrà sviluppare un farmaco ad hoc. Gli studiosi precisano che prima di arrivare a un medicinale per il piede piatto ci vorrà almeno un decennio. Potrebbero invece essere più vicine terapie per altri disturbi diffusi, come ad esempio l al tendine d che provoca dolori al calcagno. Anche in questo tipo di problemi, infatti, sono coinvolti gli enzimi del piede piatto. disturbi ai piedi sono una causa importante, e non abbastanza considerata, di dolore e disabilità negli anziani sottolinea Alan Silman, direttore medico della charity Arthtritis Research Uk, citato dai media britannici.

Abbiamo sentito diverse donne che, per gusto o per lavoro, di età e professioni diverse, hanno a che farci. E che giudicano diversamente. Ma in ognuna c un grande amore per questo strumento doloroso quanto affascinante.

A farci un quadro molto preciso della situazione è Shari Fontani, attrice, modella e stilista. “La donna in un tacco non soffre. Si adegua al fastidio iniziale ed è il piede che si adatta, non la scarpa. Scegliamo la scarpa da indossare, e di conseguenza la nostra testa, si mette in moto da creare una struttura ed un portamento del corpo in modo da sostenersi bene su un diversa. Ogni tacco ha la sua altezza e forma in base all e alle ore del giorno. Ad esempio al mattino una donna con tacco 12 starebbe scomoda e sarebbe ridicola. Ed ovviamente anche all’età: bambine e anziane con tacco 12?? ma non ci prendiamo in giro! Ogni cosa a suo tempo e la scarpa è un grande rivelatore della personalità della donna. Va bene essere cool, ma per tutto ci sono delle regole da rispettare, soprattutto nella moda se si vuol essere guardate di buon occhio.” Shari, sia per lavoro che per gusto personale è molto legata alle scarpe, che varia da occasione ad occasione. “Avrò un centinaio di scarpe più o meno e solo 3 basse da passeggio e una decina di scarpe eleganti senza tacco. Sono quelle che indosso quando devo stare per giornate intere fuori e viaggiare tra una città e un Poi parto con le varie altezze dal tacco 7 al 15. Con il 7 giro per uffici, banche, colloqui. Ti danno una salda stabilità e ti rendono un po più concreta nel presentarti esteticamente davanti a persone sconosciute. Mentre dal10 in su li indosso a partire dall rendono le gambe della donna sexy. Attente però a non cadere sul volgare, ma soprattutto, ad imparare a camminarci sopra, perchè non c cosa più brutta di vedere una donna che pur avendo scarpe bellissime e costosissime, non sa portarle. Perchè è il corpo che si adatta, non la scarpa!

Personalmente mi affeziono ad ogni tipo di scarpa. che siano più o meno costose perchè ci collego stati d e periodi. Una maglietta vecchia si butta, le scarpe no! Ho scarpe nell che conservo semplicemente per ricordarmi tutta la strada che ho fatto per arrivare fino a qua.” Discorso a se stante, per concludere, come segnalato un po’ da tutte e nostre intervistate, il capitolo stivali. “Lo stivale deve essere rigorosamente sotto al ginocchio, conclude la giovane stilista, attrice e modella toscana. Va bene la trasgressione, e lo stivale è un elemento molto imponente, ma ci vuole anche classe. Per il tacco dello stivale dipende anche esso dalla situazione e dal periodo della giornata. mattina basso, pomeriggio tacco alto e sera tacco a spillo o tacco largo, ovviamente in base all Ah, non scherziamo sui materiali: pelle!!!! vera pelle!!!”

“Io sono per scarpe rigorosamente con tacco alto, ci spiega una hostess attrice fiorentina, amante del genere. Quelle di Christian Loboutin sono una vera passione. Quest ci dice spiegandoci le tendenze in vigore, vanno le decolletè con plateau alto, tacco altissimo, stivali con tacco alti fino alla coscia. Indifferente il materiale, meglio il camoscio per stivali e pelle in vernice per decolletè, ma certo tacco alto sempre, nero, beige, rosso basta che il tacco sia almeno 12, ma per le serate speciali anche 15. Per i prezzi, senza arrivare alle grandi firme, per le quale si superano anche i mille euro, in periodi di Sali si compra bene, specialmente negli outlet, con decolletè belle introno ai 60 euro e stivali intorno agli ottanta. In quest’inverno l’unica eccezione che mi concedo sono gli stivali bassi per il giorno che vanno bene con sotto dei leggins.” Una moda che coinvolge come detto tutte le età. “Generalizzando, ci dice, le ragazzine portano scarpe basse, solitamente all star colorate, ma dai 25 in su circa scarpe con tacco. E quando sei davanti ad un paio di tacchi niente ti ferma. Ultimamente ho comprato molte paia di scarpe e stivali: stivali di camoscio con pelo grigi, altri alti fino alla coscia neri camoscio con borchie, decolletè con plateau nere in vernice e di camoscio nero con Swarowsky. Ah, un paio di francesine grigie. Ovviamente con tacco alto.”

“Beh, effettivamente ti trovi davanti ad un bivio, le fa eco una quasi ventenne modella fiorentina: tacchi o salute????? Oggi rispondo tacchi, non potrei farne a meno, è un qualcosa che fa parte di me, che mi fa sentire donna, che mi fa sentire a mio agio. Posso tenerli ore, giorni, mesi addosso, con ogni clima. Possono farmi male, li maledico per un attimo, ma il secondo dopo li ho già perdonati! E quindi preferisco vivere così, per ora agli “effetti collaterali” non penso.”

Quindi quasi una mania per i tacchi alti. “Ogni volta che esco, riprende, almeno un paio di scarpe è mio, in particolare le decolletè. Fino a qualche anno fa usavo al massimo il tacco 10, adesso il minimo è 12 cm. Aperte davanti, chiuse, di camoscio, di pelle, di vernice lucida, nere, bianche, con i brillantini. Discorso diverso per gli stivali che arrivano al ginocchio. Sono belli ma non me li vedo addosso e durante il giorno uso o il mezzo tacco, o stivali bassi di pelle da abbinarli con qualche vestitino. Prima li usavo anche di sera, con il tacco alto, ma adesso ho cambiato un po’ stile, quindi, non li metto più.”

Comunque sempre rigorosamente tacchi?. “Si riprende la giovane modella. Tacco in primis: la sera sono d Di giorno li alterno con un mezzo tacco magari, o con uno stivale abbastanza basso. Tutto dipende dal genere che si preferisce, non dipende all’età: io ad esempio ho cominciato a portare i tacchi a 15 anni, e da lì non li ho più lasciati.”

Cerca la comodità, specialmente a scuola, una giovane maturanda fiorentina, pur non disdegnando i tacchi in determinate occasioni. “Secondo me, al di la che se ne dica alle donne in generale piace portare i tacchi per poco tempo e soffrendo non troppo, anche se molte poi lo fanno.

Credo che i tacchi siano da portare in determinate occasioni, perchè indubbiamente fanno delle belle gambe. E non credo sia una questione di età, quanto di carattere. A scuola, ovviamente, vanno un sacco le scarpe da ginnastica e le ballerine quando ha cominciato a fare caldo, del resto in tacchi non ci si può stare. Io avrò circa nove paia di scarpe di cui quattro o cinque col tacco, anche fino a12 centimetri. Quest’inverno ho preso un paio di decolletè ed uno di stivali bassi. Stivali che mi piacciono, e che in genere porto bassi, camosciati e sotto il ginocchio, ma a volte anche eleganti da sera. Le scarpe che preferisco sono dei sandali bassi, comodi e mi lasciano il piede libero, quelle piu care, un paio di stivali neri, col tacco abbastanza alto.”

Un’opinione diversa ce la da una quasi trentenne commessa in un negozio di scarpe, che quindi ha la doppia visione di ciò che va di piu tra i clienti ed il gusto personale e la necessità di stare al pubblico soffrire troppo. “L di quest è il plateau. Per quanto mi riguarda fino a qualche anno fa li portavo molto spesso, la sera quasi sempre (e che mal di piedi esistono scarpe alte comode,dopo qualche ore i piedi ti fanno sempre male!). Ora li porto un po’ meno, anche perchè ho capito che davvero è una questione di salute, quando devi stare ogni giorno in piedi 8 ore ci pensi bene.” Discorso a parte per gli stivali. “Io odoro gli stivali, anche bassi li porto sempre e si portano un po’ con tutto. Ma ne ho anche col tacco: lo stivale col tacco piace davvero tanto e ora le ragazze li portano anche in estate. Sia alti, sia in pelle, che preferisco, che camoscio e i colori che vanno quest sono il classico nero e va molto anche il color fango. Lo stivale sotto al ginocchio è il modello che va per la maggiore, ma quest ci sono anche quelli da tenere un pò più calati e morbidi, poi ci sono quelli a tronchetto che piacciono molto di solito. Quelli più alti che porto saranno 12 cm con plateau. Ne ho veramente tanti, ma per una donna le scarpe non sono mai abbastanza.”

Appassionata di scarpe anche una giovanissima studentessa universitaria, anche lei a qualche sacrificio. “I tacchi, a parer mio, sono uno dei simboli della femminilità, e per raggiungerla quasi ogni donna è disposta a soffrire almeno un po Per questo io stessa, nonostante le conseguenze dolorose che possono provocare, non rinuncerei mai ad un bel paio di scarpe alte, neanche se me lo proibissero i dottori! Ovviamente è impossibile indossare tacchi tutti i giorni e per tutto il giorno! A meno che qualche donna non abbia esigenze lavorative, credo che ognuna di noi preferisca comunque un bel paio di scarpe da ginnastica, o perlomeno scarpe più comode. Per questo, personalmente, indosso i tacchi solo in particolari occasioni o serate. E sicuramente ogni vetrina che esponga scarpe è degna della mia completa attenzione! Questo perchè le scarpe sono una vera e propria per quasi tutte le donne che sono catturate generalmente da ogni tipo di scarpe, dal tacco 15 alle ballerine. Sono sicura, però, che i gusti sulle scarpe siano dettati dal carattere: conosco persone che possiedono decine di scarpe e ne fanno un uso regolare, altre che considerano il tacco un oggetto in più, e altre a cui invece, delle scarpe, non importa proprio niente! E molto importante la personalità della donna, che spesso si capisce proprio dalle scarpe! Ovviamente (e anche giustamente) anche l influisce molto, a 15 anni magari non indossi gli stessi tacchi che indosserai a 25 nè tantomeno quelli che indosserai a50.”Cosa che condiziona anceh le sue scelte personali. “Possiedo tante paia di scarpe, stivali, tacchi e ballerine, anche se forse i più numerosi sono gli stivali che posso usare ogni giorno. Però amo moltissimo i tacchi, che devono essere rigorosamente alti e con molto plateau. Quest ho acquistato un paio di stivali bassi e ho ricevuto in regalo un paio di decolletè con tacchi altissimi, e bellissimi, che sono il paio che preferisco e piu caro che ho. Anche se, generalmente, ho molto a cuore tutte le mie Le scarpe che sogno un giorno di potermi comprare?! Un bel paio di Christian Louboutin! Di tacchi 12 15 cm ne ho abbastanza, sia le classiche decolletè, ma d anche sandali. Gli stivali che uso sono quelli bassi o comunque poco rialzati, il materiale che preferisco è il camoscio e l è indifferente anche se solitamente mi colpiscono di più quelli che arrivano all al ginocchio. Gli stivali che ho io riesco ad usarli in ogni occasione, sia il giorno sia la sera sia per le serate in discoteca.”

Diversamente la pensa una modella lombarda non ancora trenenne, per cui i tacchi sono principalmente “strumento di lavoro”, ma che predilige la comodità. “Io nel mio tempo libero o per andare a fare la spesa cerco di vestire comoda jeans e scarpe basse, mentre se devo uscire la sera o per lavorare uso i tacchi. Se si può evitare proprio per far riposare i piedi perchè dopo molte ore sui tacchi si sente un pò di pesantezza, evito. Io amo le scarpe e ne ho parecchie. Uso i classici anfibi bassi di giorno, o le hogan e la sera stivaletto con tacco 12, o scarpa nera tacco 12 con plateau davanti che aiuta a sentir meno il peso del tacco. C’è anche chi usa altezze di tacco superiori ma a me il troppo esagerato non piace quindi, preferisco massimo 12.”

Praticità ma anche moda per una giovane ragazza bergamasca, che distingue bene tra la praticità di tutti i giorni e le occasioni speciali. “Una donna riesce a sopportare il di piedi solo se la situazione è veramente particolare o se ha un obiettivo specifico. Se devo fare serata con amiche resisto, quando devo stare in piedi 10 ore per una fiera inizio già a sbuffare appena mi alzo dal letto la mattina. D’altronde la scarpa è l che guardo in primis. E le scarpe con il tacco sono fantastiche, rendono il piede molto elegante ed modificano la fisionomia di tutto il corpo. Ci sono scarpe per ogni età ed ogni età ha la sua scarpa. Quest’anno questo si è visto molto con gli stivali che sono stati visti in diverse forme, materiali. Quest’anno meno quelli sopra il ginocchio molto di piu quelli bassi da motociclista,con borchie.” E se va ad analizzare i propri gusti “avrò una cinquantina di scarpe, un buon 60% di tacchi alti, decoltè, stivaletti e sandali. Gli stivali sono i miei preferiti. Tacco generalmente 10 12 cm. Non sopporto le ballerine infatti non ne ho. Se devo pensare ad una scarpa bassa e comoda mi viene in mente una bella ciabattina o un bel sandaletto. I tacchi li porto al massimo per 4 ore, dopo urge il bisogno di fare un cambio. Infatti anche quest’anno ho preso uno stivale basso stile militare nero, uno stivale di camoscio morbido e poi decolte grigie, rosse e stivaletti neri. Ma gli stivali restano la mia passione: sia bassi che con il tacco, anche perche in genere il tacco degli stivali che preferisco è molto largo quindi comodo anche per andare a raggiungere gli scaffali piu alti quando si va a fare la spesa. pelle o camoscio in genere. sotto il ginocchio. Di solito lo stivale è sportivo e comodo. Per la sera basta cercare uno stivale con tacco con un laccetto particolare o qualcosa del genere, che lo rende l giusto per la serata.

Per la praticità una giovane studentessa e lavoratrice in un negozio di articoli, e quindi scarpe, sportive. “Le scarpe mi piacciono, ma sono fuori da ogni modaiolo cioè non sono fissata con le marche e non mi interessa avere la scarpa di ultima moda o tendenza. Mi piacciono tantissimo gli stivali, quelli bassi che porto sempre con i jeans o un vestito e anche quando vado a ballare preferisco molto di più lo stivale al tacco mi piace ballare e con i tacchi mi fanno male i piedi!!!” Quindi praticità parola d’ordine. Ed è vero che una donna vestita in maniera elegante e con il tacco acquista sicuramente molta femminilità e a volte il prezzo della scomodità si è disposti a pagarlo! Io molto poco, e mi è capitato di uscire di casa con i tacchi ma in mano avevo la borsa con le scarpe di ricambio. Vedo tantissime donne, anche dove lavoro, con tacchi intorno ai12 centimetri, io non ne ho così alti, ma la moda quest’anno è questa. E credo che per ogni momento ci sia il suo abbigliamento e la sua scarpa: se non serve per lavoro, alle quattro del pomeriggio, il tacco alto si può anche evitare.”

Tutta pro comodità una giovane, impegnata in un’azienda di moda e che ha fatto anche la hostess in alcune manifestazioni. “Io non li metto e sono disposta a soffrire zero, per me prima di tutto conta la comodità. Se poi c un particolare, magari la sera, allora si il tacco lo metto, ma capiterà una volta ogni 2 3 mesi. Sicuramente non tacchi in generale, li metto in determinate occasioni ma è rarissimo ma capisco sia una cosa molto personale. Questo pur sapendo che slanciano la figura, ti costringono a stare dritta migliorando quindi la postura e poi le scarpe col tacco rifiniscono un vestito. Io compro spesso scarpe, anche col tacco (anche se poi non le metto). Credo che ci siano scarpe che possono essere portate a tutte le età, altre no. Tipo le scarpe da ginnastica, i mocassini, le ballerine possono essere portate a tutte le età, se poi si comincia a parlare di un tacco 12 con magari3 cmdi plateau, forse sono scarpe che vanno bene per le 20 30enni. Quest’anno ho visto andare molto anfibi e stivali stile motociclista, quindi, a me piacciono.” Quali però i tuoi gusti personali? “Di scarpe ne ho parecchie, anche se alcune mai messe, o messe una sola volta. Circa una 80ina, col tacco saranno forse una 15ina. Le scarpe mi piacciono tutte, mi piacciono molto gli stivali, sopratutto quelli senza tacco perchè li metto spesso, ma anche quelle col tacco. E la scelta è non per le mezze misure: o niente tacchi o tacchi alti, 10 12. Quest’anno, oltre ad un paio di scarpe da ginnastica da portare tutti i giorni, ho comprato quattro paia di stivali: un paio in pelle, color testa di moro, tacco di 3 4 cmsotto al ginocchio, con la punta tonda; poi un altro nero, sotto al ginocchio, in pelle, e avrà 7 8 cmdi tacco; un altro paio nero, in pelle, altezza al polpaccio, senza tacco con la punta tonda, che sono il mio paio preferito, e poi un paio di anfibi neri in pelle. In generale l metto quasi esclusivamente stivali per la sera ho sempre messo o stivali bassi oppure scarpe col tacco là dove era necessario. Tra cui quelli piu costosi che ho, gli ugg, la mia spesa maggiore,
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da 250 euro.”

Discorso su quella che è la filosofia del tacco alto con una laureanda mugellana. “Secondo me le donne, soprattutto le ragazze, sono disposte a soffrire atroci mal di piedi pur di portare un paio di scarpe, forse le donne più grandi, sia per facoltà di spesa diversa, sia perchè hanno un modo di pensare diverso, raggiungono un compromesso tra bellezza e benestare. Arriva