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Il 28 febbraio 2018 al Centro di ateneo per i diritti umani, è stata inaugurata la mostra fotografica di Milena Anzani, volontaria per lo Sve del progettoVolunTour: Better Environment Better Tomorrow, che ha coinvolto tre organizzazioni europee e tre asiatiche. Milena, laureata all di Padova in Istituzioni e politiche dei diritti umani e della pace, è partita con l’associazione Joint di Milano e in loco ha collaborato con l partner VolunteersInitiative Nepal. L’iniziativa della mostra è visitabile in sala IqbalIshmail al Centro di ateneo per i diritti umani da cui è promossa, in collaborazione con l Joint, United for Nepal, l Peace Human RightsAlumni, VolunTour, VolunteersInitiative Nepal e con il supporto dell’archivio Regionale Pace Diritti Umani Peace Human Rights.

Il progetto che la volontaria ha portato avanti con altri compagni provenienti da diversi paesi, era incentrato sulle problematiche di tipo ambientale che affliggono il Nepal, in cui manca una pratica di smaltimento dei rifiuti, si pensi alla quasi totale assenza di cestiniche possano permettere alla popolazione di buttare anche una semplice carta di caramella. Dove finiscono i rifiuti? Buttati nei fiumi, accumulati in montagne a cielo aperto, oppure bruciati.

Gliscatti selezionati dalla fotografa sono 47 e riassumono i cinque mesidella sua vita nepalese. Le prime foto raccontano del suo arrivo in Nepal, di quello che si aspettava di trovare nel paese, come i templi decorati con imponenti Buddha dorati e la natura selvaggia, e il suo shock nel constatare che nel paese c molto di più: contraddizioni, una vita che scorre con ritmo lento e paziente nell delle piogge e bisogno di rinascita dopo il devastante terremoto del 2015. Milena è stata ospitata da una famiglia che l adottata come figlia nelvillaggio di Kavresthali, ma il primo impatto nepalese è stato col caos cittadino della capitale di Kathmandu, a 10 km da dove è stata ospitata. Il disordine, il traffico, l satura di polvere, il caldo appiccicoso, l insopportabile della spazzatura e quello dolce e pieno delle spezie, i cavi elettrici che danzano sulla testa della gente, l accolta in quello che per 150 giorni, a partire da giugno, è stato il suo paese.

Inizialmente è stato difficile essere accettati dalla comunità, ma era necessario riuscire a entrare nei cuori della gente per trasmettere la cultura del diritto a un ambiente salubre e l a uno stile di vita sostenibile. Milena, il cui nome in nepalese significa dopo le iniziali risate da parte della gente del posto, ha trovato ilproprio ruolo nella sua host family aiutando la nepalese nelle mansioni casalinghe, specialmente nel lavaggio di pentole e padelle, compito da espletare ogni giorno prima dellacolazione a base di riso e lenticchie. I suoi primi sostenitori sono stati il tredicenne Simon e il che le diceva: riesci a convincere anche una sola persona di una sola famiglia, riuscirai a convincere un villaggio

In Nepal le comunicazioni avvengono per passaparola. Al suo arrivo, fuori dall le persone che le chiedevano l già sapevano chi fosse, avendo intercettato chi era andato a prenderla. I bambini giocavano coi suoi capelli biondi e le donne si informavano sul suo status di donna nubile e poi le facevano notare che aveva bisogno di mangiare di più, perché troppo magra. Infatti è proprio attraverso le donne, partecipando alla loro attività di semina del riso, che la volontaria è riuscita a entrare nelle case e poi nelle scuole: chiacchierava con loro, giocava coi bambini, costruivano braccialetti di plastica e poi i suoi giovani amici andavano a parlare con gli altri bambini di Kavresthali di quello che facevano nel tempo libero, così la notizia di quello che stava accadendo è giunta anche ai presidi delle scuole che con fatica Milena è riuscita ad avvicinare coi suoi compagni di avventura.

Nelle foto si mescolano frammenti di quotidianità e momenti di festa, vestiti di un arancione splendente, bambini con il viso dipinto e il cappello con il disegno di una mucca. Milena spiega che si tratta di unfestival induista per la commemorazione dei defunti e che i bambini simboleggiano esostituiscono le mucche, che nella tradizione induista ti guidano verso il paradiso. I bambini hanno ai piedi delle scarpe bianchissime, nonostante vivano tra il fango e la polvere, scarpe che usano nel quotidiano per andare a scuola, che lavano con attenzione per tenerle sempre pulite. Milena rivela di essersi interrogata sul delle scarpe bianche per tre mesi, poi ha deciso di abbandonare gli scarponi e di mettersi delle sneakers con la punta bianca e di imparare a camminare come i nepalesi,
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muovendosi agilmente fra una pozzanghera e l L buddhista di Kathmandu vede ergersi Boudhanath, lo stupa attorno al quale si ergono una serie di monasteri dove si respira pace e tranquillità. I monaci tengono alla campagna di sensibilizzazione per la tutela dell fuori dai loro monasteri si trovano i murales della campagna nazionale Go green! che incita a vivere in un mondo più pulito. In uno scatto alcuni allievi camminano in fila indiana indossando le loro tuniche arancioni: per loro studiare coi monaci è un specialmente quando provengono da famiglie povere, visto che hanno la possibilità di avere vitto e alloggio e di essere educati fin da piccoli. Quando raggiungono l della maturità gli viene data la possibilità di decidere se proseguire con quella vita. L in Nepal è molto importante, può aprire le porte per un futuro migliore; i bambini sono svegli, riescono ad arrangiarsi con poco, a creare giochi dal niente, ma spesso mancano gli stimoli pratici per sviluppare il loro potenziale, che viene invece limitato a uno studio mnemonico delle materie.

C poi la parte meno splendente del paese: i quartieri industriali alla periferia della capitale dove, quasi fuori dal mondo, sorge il giardino botanico di Water Garden, oasi curatissima ricca di fiori profumati, alle cui spalle si trovano però montagne di pattume e si prosegue con gli slum fuori dal quartiere industriale: baracche, rifiuti e cani selvatici.

Il trittico di foto su pioggia, cibo e famiglia riassume come va avanti la società in questi villaggi rurali: arriva il monsone, il terreno viene allagato in modo naturale, gli uomini arano e dissodano la terra e le donne, che sono addette alla coltivazione, con movenze velocissime, fanno un lavoro massacrante, bruciandosi la schiena mentre sono immerse nel fango: dopo aver falciato i germogli delle piantine di riso, li raccolgono in fascine che piantano a distanza di una spanna l dall In Nepal cantano una canzone per ringraziare la pioggia, perché senza di essa non si potrebbe coltivare il riso, a cui si dedicano da giugno fino a ottobre quando viene raccolto, e che garantisce la sussistenza per tutto l e fa sì che il cibo non debba essere importato dall Il cibo è sacro in quanto simbolo stesso del raccoglimento della famiglia e, per estensione, della comunità.

I progetti che sono stati portati avanti dai volontari si sono sviluppati in due filoni, il primo, basato sull ambientale nelle scuole, mirava a creare sette comitati ambientali nelle sette scuole del villaggio e degli ecoclubs, che erano poi seguiti da alcuni insegnanti durante alcuni workshop incentrati sulle r ridurre, riusare e riciclare. L progetto è stato dedicato alla comunità: si è trattato di un lavoro più complesso, perché uomini e donne erano spesso impegnati nelle loro attività quotidiane e lavorative, quindi organizzare degli incontri con loro era una vera e propria sfida, anche dal punto di vista logistico. Alla fine però i volontari sono riusciti a convincerli coinvolgendoli in due clean up campaigns.

Milena quando è arrivata in Nepal è stata accolta da colline brulle, ma è andata via salutata dalle colline dorate, ricoperte di germogli di riso pronti per dare un internazionale Questo progetto prosegue, con l degli abitanti del posto, come lo zio adottivo della volontaria, che è stato il primo a Kavresthali a mettere davanti al suo negozio due cesti di bambù per la raccolta differenziata di vetro e altri rifiuti, e con l dei volontari che cercano di portare avanti un impegno per il diritto a una vita sostenibile in un mondo pulito.

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